Room - Recensione


Joy è una giovane madre, con un figlio e gli ultimi sette anni della sua vita passati all’interno della “stanza”, un piccolissimo spazio vitale dove ha dato alla luce anche il figlio Jack. Ma chi li ha rinchiusi lì dentro e perché? Queste le premesse di Room, film l’ultimo film di Lenny Abrahamson che ha raggiunto le sale italiane proprio in questo fine settimana. Dopo Frank, film indie con Michael Fassbender che ha riscosso un notevole successo, Abrahamson continua a narrare una storia ricorrendo al costrutto, alla maschera, alle realtà vissuta da un punto di vista particolare. Nel caso di Room la struttura narrativa si decostruisce già dalle prime fasi: vediamo madre e figlio già rinchiusi, e non assistiamo alle origini di questa malsana realtà; anzi, temporalmente siamo già al quinto compleanno del bambino. La linea guida del film ci viene mostrata subito: il bambino idealizza il mondo, la realtà e tutto ciò che esiste dentro quelle quattro mura, mentre fuori c’è lo spazio, un mondo magico. Il piccolo protagonista viene alimentato dalle storie della buonanotte, tanto da credere che anche tutto quel che vede in TV sia una favola, a prescindere che si tratti di un drago o di una tartaruga marina. Tuttavia, non è questo il tema principale di Room, ma solo un incipit, perché la vera sfida sarà il ritorno alla normalità.

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Il cuore piange sangue e miele di fronte allo scorrere di Room

Se le premesse richiamano un film girato interamente in un luogo, la realtà è ben diversa: dopo pochissimo assistiamo alla fuga di madre e figlio e alla loro grande sfida nei confronti del mondo reale, chi per ritornare ad una realtà dalla quale era stata rapita, chi per affrontare un mondo forse troppo grande se paragonato alla manciata di metri quadrati della stanza. L’idiosincrasia verso il mondo, i genitori, i media e le amiche serpeggia in Joy (la madre), che sembra mantenere nell’animo un legame con la prigionia. Jack affronta invece un percorso che corre in parallelo con quello di un altro bambino cinematografico e letterario, quello di The Road, tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy. Entrambe le figure vivono di un’innocenza inspiegabile agli occhi di chi li osserva, pregni di una bontà d’animo che si rivela essere il carburante per chi ha perso la speranza.

L’uscita da quella stanza e la conseguente rinascita è solo il primo atto verso l’epifania. Servirà l’amore per tagliare definitivamente il cordone ombelicale che tiene legati madre e figlio a un incubo che per troppi anni li ha privati del respiro e della luce del mondo. Il cuore, insomma, piange sangue e miele di fronte allo scorrere di Room. Brie Larson, vincitrice dell’Oscar come Migliore Attrice Non Protagonista, regala un’interpretazione simile a quella di DiCaprio per The Revenant: subisce, si accascia a terra, piange e urla, mentre sul corpo emergono scolpiti i segni visibili dello scempio di cui è stata vittima per più di sette anni.

VOTO 8

room recensioneGenere: drammatico
Publisher: Universal Pictures
Regia: Lenny Abrahamson
Colonna sonora: Stephen Rennicks
Interpreti: Brie Larson, Jacob Tremblay, Joan Allen, William H. Macy
Durata: 118 minuti

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