American Pastoral - Recensione

Chissà quale strano meccanismo ti scatta in testa quando decidi di dirigere il tuo primo film e scegli l’adattamento di un premio Pulitzer, il cui autore è uno degli scrittori più famosi e influenti della scena americana. C’è il rischio di combinare un pasticciaccio di quelli brutti, anche se sei Ewan McGregor, lavori nel cinema da tutta la vita e sei uno a cui, con quella faccia lì, è impossibile non voler bene. Gestire una bestiaccia come la Pastorale Americana di Philip Roth richiede un’esperienza immensa per non farsi mangiare dal cinismo di un autore spietato e poco cinematografico come lo scrittore americano.

La storia del romanzo (e quindi del film) vede un sessantenne Nathan Zuckerman, l’alter ego letterario di Philip Roth, partecipare all’ennesima riunione della vecchia classe delle superiori. All’incontro Nathan ha l’occasione di parlare col suo vecchio migliore amico Jerry Levov, fratellino di Seymour Levov, detto Svedese. Lo Svedese è stato l’eroe dell’intera scuola: campione di football e fidanzato (e quindi marito) di Miss New Jersey, la splendida Dawn Dwyer. Zuckerman è convinto che allo Svedese la vita sarebbe calzata come un guanto. Invece, dai racconti di Jerry, Nathan viene a conoscenza della storia dei Levov, tragica, drammatica, una vera e propria decostruzione della pastorale americana secondo cui, con quelle premesse lì e vivendo una vita dignitosa e rispettosa, lo Svedese avrebbe meritato un’esistenza grandiosa.

american pastoral recensione

Non è una pellicola feroce sulla fatalità della vita, ma un blando e innocuo affresco di tempi più turbolenti

Pastorale Americana, il libro, è un romanzo cinico, crudo, spietatamente caotico, che spezza certe linee guida tipiche del sogno americano per presentare una realtà imprevedibile e violenta. Ewan McGregor cerca in tutti i modi di mantenere la vena anarchica del libro ma, essenzialmente, l’attore scozzese intende raccontare non la storia del conflitto generazionale e sociale che anima il lavoro di Roth, quanto la storia di un uomo alle prese con una vita tutt’altro che semplice.

Il più grande dei problemi della pellicola di McGregor, infatti, è quello di non voler sfidare il pubblico. Anzi, il buon Ewan ne cerca la complicità, smussando tutte le asperità che animano il romanzo, sottolineando ogni passaggio con la colonna sonora di un Desplat mai così retorico e rimarcando i concetti in modo grossolano. In questo modo tutte le prese di posizione che erano il punto forte di Pastorale Americana (anche impopolari, ma per questo grandiose) semplicemente svaniscono, fagocitate dalla disperata necessità di un uomo, lo Svedese con le fattezze del buon Ewan, di accaparrarsi le simpatie dello spettatore. Non una pellicola feroce sulla fatalità della vita, quindi, ma un blando e innocuo affresco di tempi più turbolenti, quelli delle contestazioni giovanili degli anni 60 e 70, filtrati attraverso lo sguardo un po’ sempliciotto del borghese col cuore grande. Se tutto è perdonabile visto in un’ottica commerciale, lo stesso non si può dire del finale che viene completamente stravolto rispetto a quello del romanzo. In questo caso si tratta di una mancanza di rispetto che non fa che cercare, fino alla fine, l’empatia del pubblico con un colpo di scena gratuito. Il film di McGregor sta al romanzo di Roth come il film di American Psycho stava al libro di Bret Easton Ellis: un lavoro che non morde, uno scricciolo tratto da un gigante della letteratura contemporanea.

VOTO 6

american pastoral recensioneGenere: drammatico
Publisher: Lakeshore Entertainment, Eagle Pictures
Regia: Ewan McGregor
Colonna Sonora: Alexandre Desplat
Intepreti: Ewan McGregor, Jennifer Connelly, Dakota Fanning, Ruper Evans
Durata: 126 minuti

Condividi con gli amici










Inviare

Password dimenticata