Il pregio (e il disagio) di essere mancino

Il pregio (e il disagio) di essere mancino

Sì, lo so che ho già trattato l’argomento altre volte (sia sulla rivista nelle pagine del Backstage, sia su altri lidi), ma si tratta di un fatto che mi sta particolarmente a cuore e col cui disagio videoludico devo convivere tutti i giorni. Sono mancino, e per un videogiocatore questo è un problema serio. Serissimo, oltremodo. Il buon Mirko Marangon, che non è certo uno che le manda a dire, ogni volta che esterno il mio fastidio comincia a trollarmi a modo suo, dandomi prima del “fottuto invertito” e poi scuotendo la testa con rassegnazione, come se si trovasse davanti a un povero freak assetato di compassione. Ingiurie che, peraltro, mi porto dietro dai tempi dell’Atari 2600, quando gli amici di scuola mi irridevano per via della postura stortissima che dovevo coattamente assumere per tenere lo stick con la sinistra e raggiungere l’unico pulsante con la destra.

Al di là delle facezie, è incredibile come all’alba del 2016 esistano ancora un sacco di videogiochi per PC che non consentano di mappare i tasti, pratica comunque fastidiosa e non sempre foriera di buoni risultati. Al di là del WASD, che personalmente sposto sul tastierino numerico nella forma di 8456, per un mancino c’è comunque il problema del pollice, che non poggia sulla comoda barra spaziatrice ma sulle quattro frecce direzionali: un dramma vero quando si tratta di giocare agli sparatutto veloci e che richiedono prontezza di riflessi e reazioni al limite del nanosecondo (ed ecco perché, quando in redazione a qualcuno viene in mente di organizzare una mezz’oretta di tenzone a Quake III: Arena, io mi metto subito in disparte, come lo studente asino dietro la lavagna).

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Giocare su PC agli sparatutto può rivelarsi un vero dramma per un mancino

Il problema del mio essere mancino, a dirla tutta, col tempo si è in parte ammorbidito, più come secondaria conseguenza della convergenza di molti titoli con le controparti console che per volontà diretta degli sviluppatori. Se il gioco è multipiattaforma (e non c’è da scassarsi in multiplayer) attacco il pad di Microsoft e vivo comunque felice, a meno che non si tratti di un RTS, dove per ovvie ragioni tocca affidarsi al solo duo mouse + tastiera. Restano tuttavia ancora troppi i casi in cui vengo spinto alla rinuncia, a scegliere la versione console o, comunque, a proseguire forzatamente. E questo senza contare quelle occasioni in cui avrei speso bei soldi per un controller dedicato (Elite Dangerous), che tuttavia non esiste in commercio in forma “simmetrica”; in tutto questo, Dio o chi per lui benedica FreeStyleGames e Activision, che per il loro (commercialmente) sfortunato DJ Hero hanno pescato l’uovo di Colombo, consentendo anche ai mancini come me di smontare la consolle e rimontarla ad-hoc.

Pad in mano le cose cambiano, e anche di molto. Mi è sempre sfuggito il motivo per cui, quando è stato creato il primo joypad (partendo dai Game & Watch), sia stata posizionata la croce direzionale sulla sinistra anziché a destra. Si vede che i pulsanti, all’epoca, erano ritenuti più importanti, oppure che i giapponesi sono teste matte e hanno tirato un dado per sceglierne la dislocazione. Magari qualche mio amico che la sa più lunga sull’argomento (Andrea Babich, Fabio Bortolotti e Danilo Dellafrana… scelgo voi!) potrà illuminarmi a proposito, prima o poi. Fatto sta che quel retaggio del passato mi permette oggi di poggiare il polpastrello del pollice sinistro su quella che, a mio modesto avviso, è la più importante delle due levette analogiche in tantissimi generi: i miei tempi sul giro nel giochi di corse ringraziano commossi.

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