Dark Souls, Miyazaki e il velo di Maya

miyazaki dark souls

Non posso dirvi il perché di questo editoriale su Dark Souls, e nemmeno i motivi del mio stato d’ansia. Fatto sta che oggi mi immagino davanti al signor Miyazaki (Hidetaka, visto che di geni con questo cognome ce n’è più di uno), mentre lo interrogo su uno dei miei crucci e, per risposta, lui restituisce un’espressione seria, non si sa bene se per riflettere o deprecare.

Al netto di una serie che, secondo capitolo a parte, ritengo ai vertici assoluti della storia degli ARPG, quello che mi assilla riguarda la fruizione stessa dei Souls, in particolare l’approccio alla loro pazzesca materia narrativa. In mezzo, infatti, a tante fantastiche speculazioni e analisi al limite del maniacale, come quelle che ho comunque seguito con passione dell’amico Sabaku, personalmente continuo ad avere con Demon Souls, Bloodborne e Dark Souls un rapporto molto istintivo, a godere tantissimo di un approccio evanescente che, appunto, non sottende ad alcun desiderio di approfondimento. I giochi di Miyazaki mi travolgono con la loro atmosfera – al contempo “metafisica” e molto concreta – e sostanzialmente non voglio inquadrarli in nessun altro modo.

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Continuo ad avere con Demon Souls, Bloodborne e Dark Souls un rapporto molto istintivo

Ricordo, ad esempio, la prima volta che ho giocato a Dark Souls, e di come un’illustrazione vista da bambino, all’improvviso, si sia fatta spazio nella mia memoria: un guerriero a petto nudo, ma con cappuccio e gambali di maglia di ferro, l’elmo con le alette visibilmente consumate, la spada tesa verso l’esterno, il corpo immerso nell’acqua fino alle cosce e, sullo sfondo, una densa nebbia a pochi metri d’innanzi a lui. Quell’immagine si è fissata nel mio cervello senza altri dettagli: non ricordo nemmeno l’autore, né tanto meno il titolo dell’opera illustrata, ed è forse per questo che la visione è diventata nel tempo più potente; è rimasta in attesa fra i miei neuroni fino a che, appunto, il gioco di Miyazaki è arrivato a liberarla. Negli anni la stessa sensazione si è affinata, ho trovato una paragonabile suggestione accostando L’Isola dei Morti, leggendario quadro simbolista di Arnold Böcklin, alla medesima aura di affascinante indeterminazione che anche i Souls riescono a comunicarmi, qualcosa che rimane impresso nella mia immaginazione e non può essere sostituito da alcun particolare del racconto, per quanto complesso o ermetico esso sia.

Questa, dunque, potrebbe essere la domanda: “Mr Miyazaki, qual’è il suo vero approccio al concept di un Souls? La sua è più un’arte informale, per cui i colori vengono lanciati istintivamente sulla tela, o si tratta per davvero e fin dalle fondamenta di un’architettura complessa, di cui riusciamo a intravedere solo la sommità?
Possibile risposta: “Sono giapponese.”

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