Questione di tempo

Questione di tempo

Ho sempre avuto difficoltà a digerire la parola longevità riguardo ai videogiochi. Seriamente, ho sempre avuto un problema a parametrare il discorso del tempo rispetto all’offerta, e lo dico da un punto di vista da giocatore. Nel senso che ho sempre creduto che non fosse tanto il tempo di gioco effettivo che un prodotto possa offrirmi a essere importante, quanto se valesse la pena investire il mio tempo in quel gioco. Che è diverso. Ed è qui secondo me che il rapporto fra videogiocatori e il proprio medium è cambiato profondamente: nella gestione del tempo. La ritualità del videogioco è totalmente mutata: in principio si andava fisicamente dal gioco, si pagava un obolo, si provava a giocare più tempo possibile. Un minuto o un’ora, il prezzo del rituale era lo stesso, ma ne è sempre valsa la pena, a prescindere dai risultati. Nel momento in cui i videogiochi sono entrati nelle nostre case abbiamo iniziato a inserire, nel tempo della ritualità, una serie di attività connesse al gioco che hanno reso più o meno magico il nostro passatempo: i giri dei nastri in un mangiacassette, schermate di caricamento dalle cromie più selvagge e dai tempi biblici, errori della più svariata natura. Per molti anni tutto questo ha fatto parte dell’esperienza di gioco di tutti quanti, e il grado della soddisfazione comprendeva anche l’essere riusciti, in qualche modo, a godersi il gioco in sé, a prescindere dal quanto. Era bello così, anche quando avevi due ore di tempo e collezionavi tre guru meditation nella prima ora e successivamente morivi sistematicamente sempre nello stesso punto, tipo un salto. Un giorno, non so quando, siamo diventati impazienti e tutto questo non ci è più andato bene.

questione di tempo

Siamo la generazione di giocatori storicamente più impaziente

Senza perdermi in altre divagazioni cronologiche, mi chiedo perché siamo diventati improvvisamente così sensibili al tempo: paghiamo un gioco su Kickstarter mesi prima che esca, perché, evidentemente, vorremmo che fosse pubblicato al più presto, ma soffriamo il mal di hype anche quando non è connesso ai nostri “investimenti”, mentre intanto accumuliamo bulimicamente titoli in sconto nella libreria di Steam, per poi giocare ai soliti due o tre giochi che sono compatibili con il nostro tempo libero. Siamo la generazione di giocatori storicamente più impaziente di provare la qualunque il mercato voglia offrirci, non riusciamo a frenare la libidinosa rincorsa all’allungamento del backlog, eppure ci lamentiamo della lunghezza dei giochi, perché magari vorremmo qualcosa in più. Un più che si aggiunge al subito, che ci fa salire la frustrazione a mille quando accendiamo la console o il PC e scopriamo che ci sono quattro aggiornamenti da fare più un patch da 3GB da scaricare. Abbiamo settantasette alternative in libreria, ma no, noi vogliamo giocare a quello (legittimamente, sia chiaro, dato che l’abbiamo comprato) e questa cosa ci porta il nervoso. La ritualità di contorno, non so per quale motivo, è morta, e resta solo la performance di gioco su cui investiamo una quantità di aspettative notevole. Ma da dove vengono aspettative, frustrazione e insoddisfazione?

Non possiamo giocare a tutto, non possiamo leggere tutto, non possiamo guardare tutto

Dalla presunta esperienza, o dal nostro correre alla ricerca di qualcosa che non riusciamo a identificare. Il punto è che secondo me diamo ai giochi una responsabilità che non vogliamo correre il rischio di prenderci e di cui non vogliamo avere il peso sulle spalle: quella di non sapere gestire il nostro tempo, o, ancora peggio, non riuscire a dargli un valore adeguato. È più facile, più comodo, rientra anche nel computo delle capacità antistress del videogioco, no? Eppure, forse, se capissimo di più del nostro tempo e ci convincessimo una volta per tutte che non possiamo giocare a tutto, così come non possiamo leggere tutto, non possiamo guardare tutto, forse la frustrazione sarebbe minore, e riusciremmo a goderci i titoli per quello che sono, e non rispetto al tempo che abbiamo investito in essi e che avremmo potuto dedicare ad altro. È una questione di valore, più che di quantità. E voi, come valutate il vostro tempo?

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