Nel nome dei giochi - Embed With Games

embed with games

Mi piace pensare che questo sia uno spazio che avvicina di più noi ai lettori, e che ci permette di parlare in maniera diversa, quasi come se stessimo “off the record”. In realtà non è esattamente così, ma oggi mi permetto di darvi un consiglio: se leggere in inglese non vi angoscia particolarmente, e il mondo dei videogiochi è qualcosa a cui tenete molto, fatevi un regalo e leggete Embed With Games di Cara Ellison, un libro di una giornalista, scrittrice e sceneggiatrice scozzese – per la cronaca, è nel team narrativo di Dishonored 2  che per un anno ha girato il mondo come couch surfer a casa di sviluppatori indie. Il libro è un racconto di viaggio, scritto esattamente come qualunque romanzo on the road: in maniera asciutta ma personale, con una prosa ficcante, lucida, sempre attenta ai dettagli e, soprattutto, offre una disamina profonda e al tempo stesso illuminante sull’industria dei videogiochi, e per certi versi anche sul giornalismo di settore. Ovviamente, il punto di vista e il lavoro stesso di Ellison non possono essere presi come la norma perché, appunto, figli di un progetto finanziato su Patreon e tendenzialmente irripetibile nella sua genuinità; tuttavia, fanno emergere diversi aspetti importanti sul modo in cui percepiamo e sulla maniera in cui trattiamo il nostro medium.

Cara Ellison

Chiunque abbia a cuore i videogiochi dovrebbe leggere Embed With Games

Intanto, la sua prosa è contemporaneamente letteratura, critica e giornalismo, e ci ricorda quanto si possa essere soggettivi e personali in maniera totalmente trasparente e sana. Il mito del giornalismo critico come asettico processo effettuato col bilancino è una brutta abitudine che l’ansia oggettivistica contemporanea ci ha messo addosso non si sa per quale motivo. L’autorialismo, invece, di Ellison ci porta invece all’interno dei giochi in maniera appassionante e naturale, diventa una sorta di guida alla scoperta di un mondo che, magicamente, non è più solo popolato di titoli e produzioni, ma finalmente di persone. Ed è questo il motivo per cui un po’ chiunque abbia a cuore i videogiochi dovrebbe leggere Embed With Games, perché nelle sue pagine ci sono nomi, cognomi, abitudini, stili di vita e modi di pensare di chi, quotidianamente, lavora sodo per realizzare i propri sogni e, contestualmente, alimentare di linfa vitale l’intero settore. Certo, per ovvie ragioni si parla di sviluppatori indipendenti, ma è anche vero che negli ultimi tempi tutto parte, inevitabilmente da lì: lo scambio di idee, soluzioni e figure professionali (in ambo in sensi) tra mercato tripla A e produzioni indipendenti è fittissimo, e in moltissimi casi c’è una sorta di ambiguità enorme sulla natura produttiva di alcuni giochi. E sia chiaro, l’equivoco non è quasi mai negli schemi produttivi in sé, ma è più in chi, giocoforza, si ostina a voler pesare necessariamente l’etichetta.

Il libro parla di una industry che è gigante, dispersiva, opprimente e piccola

E dunque, proprio per questo, a mio avviso è importante iniziare a conoscere i nomi, e non solo quelli del Jonathan Blow di turno o dei grandi maestri del game design, quelli che negli anni ’80 e ’90 (quando lo sviluppo dei giochi, sostanzialmente, era molto simile all’attuale panorama indipendente) hanno fatto effettivamente la storia del medium. Certo, non tutti faranno qualcosa di effettivamente significativo e indimenticabile per il mondo dei videogiochi, ma è anche vero che nel momento in cui l’offerta si moltiplica e si frammenta così tanto, un buon modo per navigare e orientarsi è proprio avere confidenza con i modi di pensare e le visioni delle singole persone. Embed With Games è esattamente quel tipo di libro che ti permette di entrare in un’ottica del genere e ti fa capire molto di quello che, di bello e di ovviamente complesso, c’è nel mondo dello sviluppo e di come, alla fine di tutto, anche le vite di chi quotidianamente racconta i mutamenti di scenario del settore finiscono nel rullo compressore di una industry che è contemporaneamente gigante, dispersiva, opprimente e piccola. Proprio per questo sarebbe importante che progetti del genere abbiano la massima diffusione possibile e possano allargarsi e moltiplicarsi, perché, almeno a mio modo di vedere, rappresenta una delle strade percorribili per far creare una vera cultura del videogioco e portare il livello di consapevolezza sul medium su un livello finalmente accettabile.

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