Tempus fugit: dei videogiochi a lungo termine e del troppo poco tempo

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Con l’uscita di The Division (la recensione del Kikko l’avete letta?) e con i bellissimi di TGM che ogni sera si sforacchiavano in giro per New York, non vi nascondo che ho avuto la tentazione fortissima di sfucilare con loro senza pietà. Ci sono cascato con Destiny, in questa trappola. I miei amici, giocatori assidui del titolo Bungie, mi hanno convinto dopo qualche giorno dall’uscita a prendere il titolo, iniziare l’avventura e spappolare ogni schifoso alieno che mi si parasse davanti. Una settimana dopo avevo finito la campagna principale e mi dilettavo negli Assalti con loro. Ben presto, però, le partite sono diventate una la fotocopia dell’altra. Erano diventate un’unica lunghissima tattica da rispettare alla perfezione per sbarazzarsi dei nemici più ostici, arrivare al drop casuale, sperare nell’oggettino desiderato per… affrontare ancora una volta la stessa missione e sperare nell’ennesimo drop fortunato. Tradotto in termini di tempo: un mucchio di ore a rifare roba che avevo già fatto, sperando di trovare armi che mi permettessero di fare roba che avevo già fatto. Un meccanismo machiavellico fine a se stesso. Così ho mollato Destiny, mentre i miei amici mi urlavano contro che, in realtà, non avevo giocato nemmeno la metà di quello che il titolo aveva da offrire. Un anno e mezzo dopo loro sono ancora lì che giocano.

Sapete qual è la triste realtà? Che sono sempre e costantemente in debito col tempo. Ho sempre meno spazio per fare quello che mi piace, che ovviamente include il giocare, e quindi mi rendo conto che devo fare una selezione spietata. Qualche tempo fa se qualcosa non mi convinceva subito facevo uno sforzo e cercavo di continuarla. Adesso non ho più il lusso di passarlo in modo innocuo, quel tempo, e quello che leggo, vedo o gioco, deve stimolarmi mentalmente, altrimenti compio un crimine bestiale contro me stesso.

Facendo un esame di coscienza, il punto è che mi trovo nel ruolo del consumatore compulsivo in un mercato che ti spinge a un comportamento quasi bulimico: compra, consuma, rivendi, compra, consuma, rivendi, e via dicendo, in un processo infinito. Un’abbuffata di titoli da spolpare nel giro delle ore necessarie e, dall’altra parte, il bisogno tempestivo di essere al passo con le uscite. Perché non sia mai che tutti i tuoi amici giocano con Dark Souls 3 e tu sei ancora dietro a Quantum Break, uscito una settimana prima. Cominciate a vedere le sbarre della gabbia? Ho giocato e finito Alan Wake così tante di quelle volte che alla fine, stremato, avevo assimilato ogni aspetto dell’avventura di Alan, e sono terrorizzato di non riuscire a fare lo stesso con il nuovo titolo di Remedy.

dark souls 3

Siamo in un mercato che è capace di far leva sulla parte peggiore del tuo io consumatore

Mica te lo dice il dottore di comprare Dark Souls all’uscita, penserete voi. È un ragionamento giusto, ma buona parte del gusto e della gioia del mio hobby è quella di saltare sul carro dell’entusiasmo dei primi giorni, scambiarmi consigli, suggerimenti e impressioni con chi lo sta giocando. Senza parlare poi della necessità, spesso, di stare al passo con le uscite per pura esigenza lavorativa. E poi siamo in un mercato che è capace di far leva sulla parte peggiore del tuo io consumatore, vendendoti un videogioco di cui non ti importa nulla. Sai con quanta fedeltà è riprodotta la New York di The Division? E quanto è divertente sparare insieme ai tuoi amici? E quanto sono alti i valori produttivi così che il lavoro tecnico, quello di scrittura e il core gameplay, risultino del tutto impeccabili? E di giochi così, impeccabili, ne escono almeno un paio al mese, a volte anche di più. Ecco in uno scenario del genere, la domanda è: per chi come me è vittima di questo meccanismo, ha senso investire del tempo in questi modelli a lungo termine?

Mi rendo conto che questo pezzo è diventato una sorta di esame di seduta sul lettino dello strizza, ma ho acquistato diversi videogiochi che richiedevano una dedizione decisamente diversa rispetto a quella che ho regalato loro per essere definiti come “completati”. Destiny è solo il primo che mi viene in mente, ma a dicembre ho comprato Star Wars Battlefront, sulla spinta dell’entusiasmo per il nuovo film. L’ho giocato una quindicina di giorni e poi probabilmente resterà lì, a prendere polvere. Proprio pochi giorni fa è stato annunciato il primo DLC a pagamento che ne estenderà l’universo e sulla rete è partita una serie infinita di: “Troppo tardi! Già venduto!”.

Mi conosco e so che impegnarmi con The Division mi porterebbe fino all’obiettivo, fino al punto d’arrivo, al finale, all’ultimo raid e poi mi sentirò arrivato. A quel punto, secondo la filosofia del gioco, dovrei ricominciare a leggere lo stesso libro, a rivedere lo stesso film, a sentire lo stesso album quando là fuori ce ne sono migliaia che valgono la mia attenzione. E che suonano alla mia porta al ritmo di uno a settimana, mentre il tempo da dedicargli diventa sempre più risicato.

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