La brutta fine di Angry Birds

angry birds cerotto

La domanda è chiaramente provocatoria, visto che la risposta la dovreste sapere più o meno tutti. Angry Birds, dopo avermi fatto esplodere il cervello col primo capitolo e, soprattutto, col gargantuesco spin-off Seasons, ha imboccato la via della autodistruzione. Rovio, la casa produttrice della serie, ha spremuto la sua gallina dalle uova d’oro in tutti i modi possibili, ma senza preservarne la genuinità, e anzi spingendo malamente, con Angry Birds 2, su una formula pay-per-win che ha stuprato il concept originale. Le altre boutade con gli uccelli incazzati (Angry Birds Go!, un brutto clone di Mario Kart, e Angry Birds Epic, un RPG già più decoroso, ma insomma…) non hanno fatto altro che peggiorare la situazione, saturando il marchio con prodotti non all’altezza. Il risultato è che i conti di Rovio, nel 2015, hanno visto una perdita operativa di 13 milioni di euro, contro i 10 milioni di euro di profitti dell’anno precedente. Il CEO dell’azienda, Kati Levoranta, ha spiegato che il segno meno è dovuto a investimenti su progetti a medio e lungo termine, indicando nello scorso anno un periodo “di transizione”. Una certa fetta di quegli investimenti è stata fagocitata dalla produzione di The Angry Birds Movie, il film animato che uscirà nelle sale tra qualche settimana: facile prevedere che, qualora dovesse fallire al botteghino, Rovio si troverebbe in guai davvero seri.

Partendo da questa vicenda, mi chiedo quale sia il motivo per cui, non sempre ma spesso, i videogiochi che “esplodono” improvvisamente nella firmamento del mercato vadano poi a infilarsi in una spirale autodistruttiva. Possibile mai che i publisher e le software house non siano capaci di centellinare le uscite in maniera logica, producendo coi giusti tempi qualcosa di sensato e che non lasci addosso, a lungo andare, l’odore acre del sangue cavato da una rapa? Questo, peraltro, vale tanto per le serie piccole quanto per i grandi nomi, che fanno certamente meno fatica a mantenersi sopra la soglia dell’improduttività, ma che di contro sono costretti a non toccare la formula “più di tanto” e a non osare, proprio per non perdere la fetta di mercato faticosamente acquisita. Due situazioni agli antipodi, ma che portano alla medesima stagnazione, con la differenza che i grandi publisher guadagnano comunque, mentre i piccoli, quelli incapaci a resistere al canto delle sirene, muoiono strozzati dalla loro stessa ingordigia.

the witness

Alcuni publisher muoiono strozzati dalla loro stessa ingordigia

Certo, poi ci sono le eccezioni. Penso a Jonathan Blow, ad esempio, che dopo il successo di Braid (costatogli fatica e sudore nello scantinato di casa, oltre a un debito iniziale di 40.000 dollari per i tool di sviluppo) ha accumulato una certa fortuna ma non si è fatto prendere dalla fregola di partorire cloni e spin-off a getto continuo. E anzi, ha avuto la pazienza di lavorare per quasi otto anni a The Witness, la cui bellezza non sarebbe stata possibile senza che Blow facesse sua la calma dei forti. A volte il vero amore, se vuol restare grande, dovrebbe morire in un colpo, invece che appassire. Come lo sportivo saggio, che lascia all’apice e non va a elemosinare gli ultimi “spiccioli” in terre sconosciute.

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