La semantica dell’assurdo

La semantica dell’assurdo

Qui c’è un problema di semantica, secondo me. Lì per lì non ci volevo credere, mi sembrava onestamente una bufala. E invece no. Tutto è cominciato con l’annuncio della Collector’s Edition di Mirror’s Edge Catalyst: 170 €, in esclusiva da Gamestop, cui se ne aggiungono altri 60 o 70, a seconda che lo si voglia comprare su PC o console. Il bundle, però, bontà loro, viene via a “soli” 210/220 euro, ben dieci euro di sconto.

La cosa non è finita qui, comunque: due giorni fa Electronic Arts e DICE hanno annunciato Battlefield 1, e con lui la ormai inevitabile versione per collezionisti – sempre esclusiva Gamestop – che, paro paro, replica contenuti, forma e struttura di quella di Mirror’s Edge, nonché modello commerciale (solo, un po’ più costoso, perché Battlefield tira di più, quindi è giusto chiedere più soldi ai clienti, no?)

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Però non è che puoi dire “quelli di Electronic Arts si sono improvvisamente bevuti il cervello”, perché la situazione coinvolge anche Gears of War 4, per dirne uno, che invece è di Microsoft. Questo significa che ormai tocca parlare di un trend, ed è quello delle Collector’s Edition di un gioco, ma senza il gioco. Cioè. Mi tocca scriverlo due volte, ché una sola non mi basta a convincermi che sia davvero così. La Collector’s Edition di un gioco, ma senza il gioco. Non già in versione fisica, ma neanche digitale. Neanche uno straccio di codice con cui scaricarselo. E certo, altrimenti della prestigiosa steelbook cosa te ne fai?

La Collector’s Edition di un gioco, ma senza il gioco. Ma ‘sta cosa ha senso? O è una solo una brutta “furbata”?

Ed è qui che secondo me sorge la non trascurabile questione semantica. L’edizione (per collezionisti, standard, deluxe, aggettivo qualificativo a caso) di un oggetto è per definizione qualcosa che contiene l’oggetto stesso. Una sua edizione, appunto. Altrimenti si chiama in altro modo. Merchandise. Gadget. Quelchevipare, ma non edizione. Sto facendo il grammar nazi? Sì e no. Sì, perché le parole sono importanti, e vanno usate con proprietà. E no, perché i calembour linguistici vanno bene per gli slogan della pubblicità, ma non per vendere qualcosa di diverso da quel che è. Altrimenti si rischia di finire sullo scivoloso crinale del mezzuccio buono per convincere i meno attenti, del “cheat” per fregare la gente, che pensa di comprare la versione giga-pettine di un gioco, e si ritrova con una steelbook vuota tra le mani.

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Ed è una china pericolosa, oltre che fastidiosa. Una trovata di qualche genio del marketing che rischia seriamente di tornare indietro come un boomerang. Cosa che onestamente mi auguro. Perché noi videogiocatori non ci tiriamo mai indietro quando si tratta di spendere per il nostro hobby preferito (come in qualunque altro hobby), ma non ci piace essere presi in giro.

Nota finale: va un po’ meglio sul mercato americano, apparentemente, perché Amazon.com vende le stesse Collector’s con dentro il gioco (Mirror’s Edge, Battlefield, Gears of War). Costano comunque una sassata, ma almeno hanno senso. Il che mi fa pensare che sia una cosa tutta europea o, peggio, tutta italiana.

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