Il Demone al Neon che abita a Cannes

the neon demon

The Neon Demon, l’ultimo film di Nicolas Winding Refn, è uscito nelle nostre sale lo scorso 8 giugno. Il film del regista danese esce a poca distanza dall’ultima edizione del festival di Cannes, dove la pellicola, decisamente controversa, è stata fischiata, insultata e contestata. Non è la prima volta per Refn, che già tre anni fa ha dovuto subire lo stesso indegno trattamento con Solo Dio Perdona, il film che ha seguito il grande successo commerciale di Drive, condividendone perfino l’attore protagonista. Anche lì: fischi, urla, indignazione. La platea di Cannes è composta da critici professionisti, non da quei maleducati che sfortunatamente, quando i pianeti non si allineano bene e decidono di punirti, trovi in sala intenti in conversazioni furiose e battutine sagaci. No: i critici a Cannes vengono pagati per fare quel lavoro lì.

The Neon Demon è la storia di Jesse, una ragazzina che arriva a Los Angeles per entrare nel mondo della moda e funziona come una rilettura in salsa horror della favola di Alice nel Paese delle Meraviglie. Rimbalzando sulle superfici degli specchi che abitano gran parte delle scene, Refn dipinge un wonderland malato, ossessionato dall’apparenza, dall’immagine, dalla non accettazione di sé. Un insieme di corpi, al di là dello specchio delle riviste patinate, delle pubblicità sexy in TV e delle compagne pubblicitarie milionarie; le sue modelle sono corpi smagriti, alti e sgraziati su tacchi vertiginosi. Non c’è sessualizzazione nelle immagini fredde e asettiche del dietro le quinte, anzi, Refn arriva al grado zero del corpo, dipingendo Jesse e gli altri personaggi per quello che sono: carne e sangue. L’etichetta di film horror gli sta stretta, come al solito per Refn: il danese non utilizza mortificanti stratagemmi come jumpscare improvvisi, e spaventa piuttosto con un immaginario che ricorda il cinema di Lynch e di Argento. Insomma, l’ultimo lavoro di Refn è il solito concentrato, per nulla banale, di influenze visive e suggestioni orrorifiche che mettono a disagio lo spettatore. Un’esperienza audiovisiva con una potenza vibrante e un simbolismo esplicito. Non un film per tutti, certo, ma infatti la platea di cui parliamo non è di certo composta da spettatori casuali.

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The Neon Demon è un horror, in quanto tale non lesina sulle scene disturbanti

Al di là della possibilità che il film piaccia o meno (ci mancherebbe, non penso di scrivere verità assoluta), qua non si discute mica sulla libertà d’opinione. Qua si contesta il modo in cui questo dissenso viene esplicitato. Quello di Refn non è stato l’unico film che ha ricevuto fischi e cori da stadio. È toccato anche a Personal Shopper, il lungometraggio di Oliver Assayas con Kristen Stewart. Ma l’episodio più eclatante è probabilmente quello di The Tree of Life, vincitore della Palma d’Oro nel 2011, accolto alla proiezione stampa da un pubblico selvaggio che l’ha fischiato sottolineando il basso gradimento con dei sonori buuu che non avrebbero sfigurato in curva durante un derby. La scena si è ripetuta alla premiazione, in seguito alla decisione della giuria di premiare lo splendido film di Malick.

Ora, The Neon Demon è un horror, in quanto tale non lesina sulle scene disturbanti: c’è del cannibalismo, scene di sesso molto esplicite (che ci sarà di scandaloso nel 2016, poi?) e perfino una parentesi molto forte con una scena di necrofilia. È una pellicola per stomaci forti che può turbare le anime più sensibili e far drizzare i peli delle braccia a chi ha la puzza sotto al naso. Ma, di nuovo, qua non si sta parlando di un pubblico di ignari spettatori, ma di uno consapevole, conscio e – si spera – educato da centinaia se non migliaia di proiezioni stampa. Un pubblico che dovrebbe comprendere la sacralità della sala cinematografica, il lavoro dietro a ogni pellicola, il coraggio di saper proporre un film non convenzionale, non commerciale che non intende sacrificare il suo messaggio per indorare la pillola al pubblico.

Se succedesse a me, in sala, di dover assistere a una pioggia di fischi e buuu nei confronti di quello che viene proiettato, me ne tornerei a casa indignato, pensando che il pubblico è davvero maleducato e non capisce il rispetto necessario per chi ha lavorato al film per colpa di una forte ignoranza nei confronti del mezzo. Ma quando è proprio chi dovrebbe insegnarcelo, quel rispetto per il cinema, che si comporta come una scimmia allo zoo, allora cos’è che dovrei pensare?

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