L'E3 che vorrei

e3 2016

Anche a questo giro ne siamo venuti fuori, sia da Los Angeles che da Milano. Quella dell’E3, insieme a quella di gamescom, è una delle settimane più difficili e faticose, per chi fa questo mestiere, ma è anche una delle più entusiasmanti, coinvolgenti e gratificanti di tutto l’anno. Ve l’abbiamo raccontata con tutta la passione e l’entusiasmo di cui siamo capaci, macinando chilometri all’interno del Convention Center di Los Angeles, sfidando il sonno e il jet-lag, e siamo tornati a casa con la consapevolezza che il lavoro non è affatto finito, che anzi per certi versi comincia solo ora. Di quello che è stato l’E3 2016 abbiamo parlato in lungo e in largo, nelle nostre dirette da L.A. e nei commenti di questi giorni, quindi non ci torno su ancora. Piuttosto, svuotando la valigia una volta tornato a casa, insieme ai panni sporchi e alle chiavette dei comunicati stampa, ho trovato alcune riflessioni e suggerimenti per l’E3 2017.

e3 2016

Quella dell’E3 è una delle settimane più difficili e faticose, ma anche una delle più entusiasmanti, coinvolgenti e gratificanti di tutto l’anno

La prima riguarda la gestione degli appuntamenti e delle conferenze da parte dei publisher: l’overbooking selvaggio che lascia parecchia gente a guardare la conferenza nel parcheggio, col maxischermo colpito dal sole, non è il massimo della vita, e denota un concetto piuttosto peculiare del rispetto per il lavoro altrui. Sì, Bethesda, ce l’ho con te, che hai invitato giornalisti di tutto il mondo, professionisti che hanno letteralmente attraversato il pianeta (anche) per ascoltare quello che avete da dire, e che sono stati trattati come gli imbucati alla festa, senza una persona che venisse a spiegare cos’è successo, o anche solo un breve messaggio di scuse dal palco. Ancora, non passa anno in cui non si verifichino imprevisti non meglio precisati per cui in qualche stand “saltano” tutti gli appuntamenti, qualcuno fa casino e ci si ritrova a metà fiera a spostare incontri, riallocare slot, far saltare qualche incontro e scusarsi con il PR di turno perché devi saltare il suo appuntamento nel tentativo di recuperarne un altro. Dopo vent’anni di fiera, davvero non ci sono metodi più “robusti” per gestire gli appuntamenti con la stampa che non prevedano excel stampati a mano e appunti presi a penna accanto all’elenco degli accrediti?

e3 2016

Mi piacerebbe un sacco un E3 in cui si possa giocare un po’ di più

Più pragmaticamente, tolti questi due sassolini dalla scarpa, mi piacerebbe un sacco un E3 in cui si possa giocare un po’ di più. In cui non dico tutti, ma la stragrande maggioranza dei titoli annunciati possa essere provata, anche solo per una manciata di minuti. In questo, Ubisoft ha dato una bella lezione agli altri publisher, Electronic Arts in primis. Perché, al netto di tutte le dichiarazioni e dei trailer in CGI, c’è solo un modo per capire se un gioco può potenzialmente essere valido o meno, ed è quello di metterci le mani sopra, che sia con mouse e tastiera o con un pad. Non basta per recensirlo, evidentemente, ma è indispensabile per avere un primo sguardo non filtrato dalle frasi roboanti del marketing e delle pubbliche relazioni. Poi incontri lo sviluppatore che ti dice: “preferiresti che passassimo un mese a preparare una demo per l’E3, o che quel mese lo dedicassimo a fare il gioco migliore che possiamo realizzare?”, e a lui rispondi che ovviamente è preferibile la seconda opzione, per ovvi motivi, ma non per questo la prima perde di importanza.

E se non volete farci vedere i giochi, fateci almeno parlare con chi ci sputa l’anima sopra

E proprio a questo riguardo, il prossimo anno vorrei un E3 in cui sia possibile avere maggior tempo da passare con i dev, con gente che non vede l’ora di raccontarti quello che sta facendo, a cosa sta lavorando, alla sua visione del prodotto che presenta in fiera, a quello che si aspetta, e che magari ha pure voglia di capire da te cosa ne pensi, in tutta onestà. E non parlo delle domande che si possono fare alla fine di una demo, in tre minuti secchi, mentre la saletta si svuota e arrivano i giornalisti dell’appuntamento successivo, in cui tutti sono di fretta e non c’è l’attenzione né l’ambiente giusto per parlare per davvero. Parlo di salette chiuse, silenziose (nei limiti del caos di una fiera simile), dove scambiare quattro chiacchiere tra professionisti, in maniera serena e rilassata. Nei tre giorni di fiera mi è capitato in un numero di volte che si contano sulle dita di una mano, e metà di queste è stato con Bethesda (che in parte, almeno ai miei occhi, si è riscattata dalla figuraccia della conferenza), le altre con piccoli dev indipendenti. Se non volete farci vedere i giochi, fateci almeno parlare con chi ci sputa l’anima sopra. Ne può venire fuori un racconto più autentico, più genuino e più umano. Non solo del singolo gioco, ma della fiera nel suo complesso.

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