Quando l'estate era mare, pallone e videogiochi

estate videoludica

L’altro giorno, boccheggiando per la caldazza estiva, ci siamo accorti di quanto fossimo invecchiati (soprattutto Ivan e Claudio, nè, ché io sono un bambino) visto che ricorreva il diciassettesimo anno di Driver, gioco di Reflections che nel lontano 1999 ha portato via calendari e calendari per la famosissima ultima missione un po’ rotta, un po’ infame, un po’ da OCD. Ecco, il fiume dei ricordi ci ha preso un po’ tutti, sia noi che voi, segno che quella maledetta nostalgia è sempre una canaglia che ti prende quando proprio non vuoi e ti ritrovi con un cuore di paglia, e mi ha fatto aprire il cestone dei ricordi fanciulleschi.

Come raccontavo ai miei amichetti sociali, Driver è uno di quei giochi che ha rappresentato la mia estate, visto che all’epoca non c’era la crisi, i treni arrivavano in orario ed ero a carico completo dei miei, che impacchettavano me e mia sorella e ci portavano al mare per un mesetto e mezzo, perché ancora i fitti delle case vacanza non richiedevano l’impegno di organi interni. La mia ritualità estiva era più o meno la seguente: il giorno prima della partenza mettevo in valigia l’oggetto ludico della mia quotidianità (nell’ordine Commodore 128, Amiga 500+ e poi PlayStation) e, ovviamente, il televisore, che puntualmente mica ce n’era più di uno nella casa di vacanza, costringendo mio padre a giocare a Tetris per salvaguardare la tecnologia nel bagagliaio della macchina. L’estate, dunque, diventava più o meno il ritiro spirituale della mia vita, diviso a metà strada tra ore diurne di epopee pallonare sotto il sole cocente (con il grande classico de “la Tedesca”) e ore serali notturne tra gelati e videogiochi. In mezzo, aggiungeteci console portatili random, con un Game Boy glorioso tenuto con inclinazioni più o meno vertiginose perché col sole puntato era un po’ giocare alla cieca. A conti fatti, credo che nel periodo vacanziero a cavallo tra i due secoli abbia finito la maggior parte dei giochi e ne abbia scoperti altrettanti che sarebbero poi diventati delle vere e proprie droghe.

Grand Prix 2

L’estate diventava più o meno il ritiro spirituale della mia vita, fra pallone e videogiochi

È nell’estate del 1996 che ho avuto la mia prima PlayStation e ho scoperto WipEout e Tekken, compagni di sfide familiari per anni, mentre nel buio notturno della mia camera, mentre l’Italvolley sfidava l’Olanda ad Atlanta, mi concedevo il guilty pleasure di ESPN Extreme Games del demo disc della console. Altro gioco tipicamente estivo fu Colin McRae Rally, il primo, che uscì proprio a luglio del 1998 e mi fece innamorare definitivamente del rally, nonostante il carico di odio nei confronti di alcune tappe (se non erro quella del RAC). Andando indietro nel tempo, il concetto di uscita temporale inizia a vacillare un po’ di più, perché non si era mica in fissa del giocare più o meno al momento dell’uscita, ma più o meno era uno sganciare mio padre alla ricerca di un gioco, passando prima dal negozietto del paese che in realtà si scoprì il centro di un’impero pirata (sì, a Sorrento, sulla costiera).

Andando a memoria, ricordo l’estate dove ho terminato RodLand in compagnia di mia sorella (che era la vera specialista del gioco, in realtà), dove impazzivo a giocare a Devious Design o si provava, inutilmente, ad avere la meglio su Impossibile Mission. A latere, le partite con gli amici a Sensible Soccer prima e ISS Deluxe / ISS Pro poi si spendevano copiose, intervallate da sfide senza palla a Klax, Puzzle Bubble, Lotus Turbo Challenge, BadLands, al picchiaduro del momento o al multievento di turno (da Summer Games per Commodore a Nagano Winter Olympics del ’98). Fra le grandi conquiste del single player, oltre il già citato Driver, che monopolizzò davvero il mio cervello durante l’intera prima settimana della vacanza (ero arrivato all’ultima missione prima di partire, e ho passato ogni sera a provarci un numero N di volte fino a esplodere di gioia e giubilo prima di cena dopo qualche giorno), non potrò mai dimenticare platform come Klonoa o Gex: Enter the Gecko, l’inizio della mia dipendenza da Championship Manager, o i miei tentativi goffi di terminare Prince of Persia o qualche avventura grafica senza l’aiuto di mio papà.

Un’estate, però, la ricordo come torrida, perché scoprii cosa volesse dire il concetto di hype: era il 1996 e a casa, oramai, avevo lasciato anche il PC (un 486 25 Mhz) che iniziava a diventare la piattaforma di gioco dei miei sogni. Quell’anno, da mesi, aspettavo un solo gioco: Grand Prix 2 di Crammond. Ecco, nonostante non avessi il PC con me, tipo stressavo ogni giorno mio padre per andarlo a cercare, trovare, inventare. Ricordo ancora, un giorno di agosto, che mi disse che il gioco era arrivato a Napoli e io ero ancora lì, a Sorrento, in vacanza. È stato l’unica estate in cui chissenefrega del mare, della Tedesca e dei gelati: io volevo tornare a casa a correre ad Hockenheim e impazzire per cercare l’assetto giusto. Avevo 11 anni e mi ero venduto già all’hype brutto.

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  1. bell'articolo

    per me estate era Goal! e prima Emlyn Hughes, su Amiga: con due miei amici avevamo inventato un campionato, con tanto di calciomercato a giugno, ritiri precampionato a luglio e campionato da gioocare rigorosamente una volta a settimana, da agosto in poi!

    Tre pazzi, e da pazzi ci divertivamo!

    Il vero multiplayer

    mi ricordo anche estati a The Manager, o The Chaos Engine, tutto sul mio amato Amiga: a me la scimmia mi venne per F1GP, il primo, quante sfide! Era irreale, un gioco così!

    Ho la fortuna di avere il mare a casa tutto l'anno, quindi per me nessuna traferta, ma solo pomeriggi divisi tra bmx e c64 prima e Amiga poi e mattinate a giocare a pallone nell'acqua, con due remi per pali della porta

    invecchiamo, ma come dice il Piccolo Principe, la cosa brutta di crescere, non è diventare adulti, ma dimenticare: ecco, io sono felice di ricordarmi di tutto, mi intristisco e divento malinconico e nostalgico, ma non dimentico

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