Mio figlio è un Signore di Dark Souls 3

Mio figlio è un Signore di Dark Souls 3

In realtà, nel titolo dell’articolo avrei dovuto scrivere “Signore dei Vacui”, ma ho avuto paura che tutti i non avvezzi a Dark Souls 3 l’avrebbero presa per una (irragionevole, considerato lo spirito di questo editoriale) invettiva nei confronti delle nuove generazioni. Al contrario, dopo che il mio primogenito ha chiesto niente di meno che il nuovo capitolo dei Souls per la buona pagella, e ci si è tuffato dentro con risultati per certi versi stupefacenti, dentro di me è scoppiato l’immenso orgoglio che generalmente riservo ai risultati scolastici, ai rapporti personali o alle dimostrazioni di pura intelligenza dei miei figli, sentendo la cosa come una naturale prosecuzione di questi e altri fattori culturali e di crescita.

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Dentro di me è scoppiato l’immenso orgoglio che riservo alle dimostrazioni di pura intelligenza dei miei figli

Il ragazzo mi ha osservato nei mesi scorsi durante e dopo la recensione, studiato video di Souls e Soulslike assortiti, ha approfondito il giusto e infine ha deciso di abbracciare il primo ARPG hardcore della sua esistenza, ben capendo di aver davanti uno dei massimi esponenti videoludici dell’era moderna. Conosce la diatriba sull’identità ludica della saga, e dunque su quale sia il reale rapporto dei Souls con i più classici CRPG, ma comprensibilmente non gli importa: ciò che importa è che Dark Souls 3 lo sta emozionando come è stato per me alla visione di Blade Runner o al primo incontro con Dungeon Master o Elite. Lo sta emozionando perché è giusto così.

Francamente non mi sento nemmeno un fanatico: questa generazione è cresciuta in uno status di intrattenimento che molti di noi hanno visto nascere, e il minimo che possiamo fare è iniziare a tramandare la cultura del videogioco prendendola finalmente sul serio, senza evitare nel percorso responsabilità e approfondimenti. Qui ho già scritto della spinosa questione, in merito a un duttile e consapevole rapporto con le classificazioni PEGI, e Dark Souls 3 fa parte dei rarissimi casi in cui ho deciso di non seguire le pur doverose indicazioni, anticipando l’esperienza di circa un anno e parlando a lungo con mio figlio per capire cosa di quelle atmosfere l’avesse attirato, mettendo bene in chiaro che i Souls rappresentano un tutt’uno fra aspetti ludici, informalità della composizione artistica e ricerca quasi brutale dei coinvolgimento. Da parte sua, ha mostrato di capire benissimo lo spirito del gioco: nonostante gli avvertimenti ha preso in mano una classe tostissima, il Ladro (niente ironia, eh, non mi ha mai rubato un euro in vita sua), e si è buttato senza paura nell’esperienza fino a controllarla perfettamente, con una velocità che non può che continuare a stupire – pur conoscendone perfettamente i motivi – un vecchierello come me. Ha scelto la strada dei Vacui e ha rifiutato qualsiasi spoiler, venendomi a raccontare a ogni passo quanto il gioco – probabilmente il Souls supremo – sia imparagonabile alla grandissima parte dei titoli d’azione e di ruolo di largo consumo. Lo so, figlio mio, e non sai nemmeno che porte ti si sono aperte. Ora chiamo il Tassani e te lo spieghiamo in videoconferenza.

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Questa generazione è cresciuta all’interno di qualcosa che molti di noi hanno visto nascere

La chiosa finale la riservo al piccolino, a cui chiedo di non essere geloso se canto le lodi del fratellone, e anzi di accontentarsi di sapere che il suo babbo – considerata l’assenza di troppe alternative per i piccoletti attirati dai giochi competitivi – ha imparato a giocare a FIFA a quarant’anni suonati solo per lui (ehi Marietto, guarda che sapere quale tasto serve per passare il pallone non è “saper giocare” a FIFA, eh… ndKikko). Poi, ecco, dopo avermi battuto diverse volte, direi che le scuse dovrebbe farmele lui.

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