Cara stampa generalista, ma non avevi smesso di dare la colpa ai videogiochi?

stampa generalista videogiochi pokemon go editoriale (1)

Ho il sospetto che ci aspettino tempi difficili, per noi che amiamo i videogiochi e che, forse, riusciamo a coglierne lo spirito fino in fondo. Un po’ ovunque, in queste settimane, sui principali siti della stampa generalista leggo le prime avvisaglie di quello che si preannuncia un autunno piuttosto “caldo”, la cui ondata di alta pressione rischia di arrivare da almeno un paio di fronti: quello delle stragi di queste settimane, e – ovviamente – il “fenomeno” Pokémon GO.

In mancanza di un “movente” più importante e definito, analisti e politologi stanno scavando nello scavabile alla ricerca dei motivi che hanno spinto folli come gli autori delle stragi di Monaco e di Nizza ai loro devastanti gesti. Perché un motivo ci dev’essere, una spiegazione va pur data, perché accettare la pazzia immotivata spaventa molto di più. E manco a dirlo, scava scava, ai videogiochi ci si arriva sempre, più o meno indirettamente, più o meno volutamente, perché si sa, i videogiochi sono una “Palestra virtuale di violenza e assassinio” (Corriere della Sera, 24 luglio 2016). Il Corsera non è l’unico ad azzardare il paragone, ovviamente, né a tirare in ballo addirittura la strage di Columbine del 1999, ma è certamente una delle voci più rilevanti nell’informazione di questo paese. E dopo un’estate relativamente tranquilla, almeno sul fronte media e videogiochi, non è un buon segnale.

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i videogiochi sono una “Palestra virtuale di violenza e assassinio” (Corriere della Sera, 24 luglio 2016)

C’è poi l’affaire Pokémon GO, che tra incidenti e curiosità varie sembra aver attirato l’attenzione di fini editorialisti e sociologi, tutti pronti a scagliarsi contro il nuovo “nemico”. La portata del fenomeno è onestamente pazzesca, di proporzioni tali che credo nessuno, da Niantic a Nintendo, potessero realmente prevederla. E così, di fronte a una novità di tale impatto, in grado di coinvolgere una massa – davvero – critica di persone, la prima reazione è quella di sempre: la paura e la demonizzazione. Il rifiuto di provare a capire, e leggere i perché di un fenomeno. Le immagini della Central Park invasa per la comparsa di Vaporeon sono di quelle destinate a rimanere impresse nella memoria collettiva per parecchio tempo, così come le polemiche per la presenza degli animaletti in luoghi “sensibili” come il museo dell’Olocausto di Auschwitz. Devo essere onesto, e ammettere di aver pensato che sì, in effetti fa un po’ specie pensare che ci siano dei Pokémon da quelle parti; ho però anche pensato che il globo terrestre è piuttosto grande da riempire di mostriciattoli, ed è evidente – basta pensarci, appunto – che la loro collocazione è affidata ad algoritmi e computer, e non è certo fatta a mano da qualche poveraccio che piazza uno alla volta dei segnalini sulla mappa della Terra. Molto semplicemente, per banali e condivisibili questioni di “democraticità”, i Pokémon sono stati messi ovunque. Dovrebbero esistere dei criteri per qui “qui va bene e lì no”? E chi li dovrebbe stilare? In base a cosa? Ad Auschwitz no, e a Ground Zero sì? Sul lungomare di Nizza no, ma al Virginia Polytechnic Institute sì? E perché allora lasciare che “contaminino” il Louvre o il Colosseo? Piuttosto che prendersela con un singolo gioco, sarebbe più interessante (forse, e magari neanche quello) provare a capire come mai la gente ritenga di dover tenere acceso il cellulare in luoghi come il campo di concentramento di Auschwitz. Per giocare, ma anche solo per mandare messaggi su Whatsapp o farsi dei selfie. Ovviamente non accadrà, e quindi prepariamoci anche a questa seconda ondata di mala informazione destinata ad abbattersi su di noi nelle prossime settimane.

Poi oh, magari mi sbaglio e queste avvisaglie sono destinate a sparire con l’arrivo dei primi freddi autunnali, che adesso vengono buone giusto come “filler” per riempire le pagine (virtuali e non) dei giornali. Tanto, in questi giorni, di notizie e/o cose davvero interessanti da dire non ce ne sono mica tante. Dai, che siamo solo a luglio.

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