Un'estate procedurale

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Quando fa un caldo assassino il crimine è altissimo e la voglia di dedicarsi a qualcosa di più impegnativo che sopravvivere sul divano fino al tramonto pare scomparsa nel nulla. Persino dedicarci al nostro hobby preferito sembra impossibile, per non parlare poi di PC portatili e schede video che cercano di emulare un AH-64 Apache nella speranza di non fondersi come burro al sole. La voglia c’è, ma è davvero poca, e fin troppo spesso ci ritroviamo a scrollare la lunga libreria di Steam nella speranza di essere colti da illuminazione divina. Tropico è lì che ci guarda, e per un attimo rischiamo di vestire i panni di El Presidente per qualche spensierata ora, eppure l’idea svanisce immediatamente. Cosa fare allora per assecondare la nostra voglia di epicità? Chiudere tutto, ovviamente, e ravanare nell’Hard Disk in cerca della quintessenza della parolaccia brutta: NetHack.

La chiamata per partire alla ricerca dell’Amuleto di Yendor si presenta puntualmente ogni anno, proprio quando le vacanze cercano di trasformarmi in una persona normale: il titolo che reputo il roguelike più bello della storia, che ci accompagna dal lontano 1987 verso la irta strada verso la scomunica, nella sua “semplicità” riesce ad essere sempre nei miei pensieri come l’esempio perfetto di meraviglia “procedurale”. Tale termine, tornato in voga negli ultimi giorni grazie a No Man’s Sky di Hello Games (di cui vi ho scritto cose qui e che proprio grazie a questo “trucchetto” riesce a portare sui nostri schermi qualche trilione di pianeti visitabili), è il vero ingrediente segreto per offrire al giocatore un’esperienza veramente unica a ogni partita: mettere piede nel Dungeon of Doom equivale – partita dopo partita – a un’orribile morte diversa e originale, dettata dagli oggetti da noi trovati, dai mostri incontrati, dalla nostra condotta, dagli intrugli alchemici che abbiamo ingurgitato e, ovviamente, dalla composizione del lungo labirinto sotterraneo.

estate procedurale editoriale nethackSarò un pazzo, ma nulla per me riesce a superare le storie che nascono in questi titoli: persino quel capolavoro di The Witcher 3, che vanta alcune delle quest più originali e strappalacrime della mia carriera videoludica, non riuscirà mai a superare le avventure di Astro lo Stregone, morto di fame perché costretto a volare a causa di una pozione della levitazione maledetta che gli ha impedito di addentrarsi nelle profondità del Dungeon of Doom e, ancora peggio, di raggiungere il pavimento per raccogliere del cibo.

NetHack, nella sua “semplicità”, riesce ad essere sempre nei miei pensieri come l’esempio perfetto di meraviglia “procedurale”

Professionisti perdono ore per stilare una storia impressionante, e io sono così infame da dimenticarmene dopo qualche mesetto? A quanto pare sì, ma quella volta in cui un negoziante si arrabbiò non poco a causa di un mio furto è impressa a fuoco nella memoria: il venditore, che desiderava prendermi a schiaffi, mi inseguiva imperterrito lungo i corridoi del dungeon e io, per liberarmene in fretta, usai contro di lui una bacchetta magica della trasmutazione con la speranza di trasformarlo in una formica da schiacciare. Sfortuna volle che l’incantesimo lo tramutò in un drago rosso gigante.

È impossibile non amare un genere come i roguelike, ed è ancora più impossibile non rimanere affascinati dalla magia della proceduralità, che sia espressa in titoli come Dwarf Fortress, capolavoro assoluto del genio umano, Minecraft o nel discutissimo No Man’s Sky di questi giorni. Se non avete mai avuto occasione di sfidare la Dea Bendata non indugiate: ogni avventura rimarrà impressa per sempre nella vostra mente ed entrerà di diritto tra i ricordi di quell’estate così calda che ci ha fatto sudare l’anima. Parola di AstroTasso.

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