Il dilemma del videogiocatore malaticcio

Il dilemma del videogiocatore malaticcio

Il tempo. È sempre quello, il problema. O meglio, lo è nel 2016, quando i videogiochi escono a ritmo talmente frenetico che non c’è fisicamente possibilità non dico di giocarli tutti, ma almeno di provarne un congruo numero. Ne abbiamo già parlato diverse volte, e il fatto che ci si torni sopra ciclicamente è segno che ancora una soluzione non si è trovata. Per chi, come me, si ritrova qualche annetto di più sulle spalle, c’è pure la doppia fregatura. Non rimpiango più di tanto gli anni dell’università, né tantomeno quelli del liceo, per un sacco di motivi che non interessano a nessuno, ma un lato positivo ce l’avevano. Erano anni in cui certo… studiavi, vedevi gli amici e facevi cose, ma più di tutto avevi (o ti è rimasta l’impressione che avessi) un sacco di tempo libero. Tempo libero che – ovviamente – passavi per la maggior parte del tempo a videogiocare.

Crescendo, arriva il lavoro (che nel mio caso riguarda ancora i videogiochi, quindi comunque, a modo mio, faccio un po’ eccezione), arriva la famiglia, e con lei i figli (che poi è il motivo principale per cui non rimpiango più di tanto gli anni di cui sopra) con tutti gli annessi e connessi del caso, e il tempo libero diventa improvvisamente prezioso come rodio (citazione raffinatissima, questa!). E ti ritrovi a spulciare il backlog, che vedi ogni giorno crescere a dismisura, con tutte le uscite di questi mesi che, nella stragrande maggioranza dei casi, andranno a far numero insieme a quelle degli anni passati, e che a loro volta si sommano ad alcuni titoli che ti eri perso, e che sembrano riemergere nei vari Humble Bundle come dimenticati sensi di colpa, per il solo gusto di irriderti.

Il dilemma del videogiocatore malaticcio

Quel tremendo, enorme boss che si chiama backlog è ancora lì che mi guarda beffardo

Fin qui, niente di nuovo. Poi, un giorno capita che stai poco bene, che devi prenderti qualche giorno di pausa. Riposarti. Stare in branda e non lavorare. Si verifica, inaspettatamente, quello che per molti è un sogno, una chimera: tre, quattro giorni di assoluto, totale ozio, in cui cominciare ad affrontare quell’enorme boss che prende il nome di backlog. Sei lì che ti sfreghi le mani, cambi i grippini al pad pregustando quanto saranno consumati da qui a un paio di giorni, e all’improvviso ti blocchi. A cosa gioco? Con cosa comincio? Con quell’ARPG che tanto ti aveva scimmiato quando era uscito? Ma no, che in tre giorni cominci appena a scalfirne la superficie, e poi ti tocca lasciarlo lì… Con quel simulatore spaziale che tanto fa impazzire Mario, e magari a ‘sto giro c’ha pure ragione? No, vedi sopra. Magari quell’altro gioco che… O quell’altro ancora che… Massì, dai, spariamoci Bus Simulator 16, che l’hai installato il giorno che è uscito e che non vedevi l’ora di giocarci, prima o poi. E dai dai dai… Però. Siamo sicuri? Davvero? Ho un’occasione unica, forse irripetibile, che sicuramente non mi ricapiterà per chissà quanto tempo, e la “spreco” con un gioco così? No, dai. Ricominciamo da capo. C’è questo… oh quant’è fico questo… oppure quest’altro… nahh, non mi convince del tutto, e se poi scopro che non è poi così bello, che faccio, tra tre giorni mi mangio le mani per aver bruciato quest’occasione con un gioco “meh”? Che brutto. Meglio allora questo, però è vecchiotto, ma insomma un suo fascino ce l’ha ancora, che però pure quest’altro a ben vedere…

E insomma, spoiler alert, avete capito dove si va a parare. Sono passati i tre giorni, la salute pare andare migliorando, ma quel tremendo, enorme boss che si chiama backlog è ancora lì che mi guarda beffardo. Che mi osserva con aria di sfida, sapendo perfettamente di essere indistruttibile, invincibile, inavvicinabile. Sa che quando tornerò da lui – se mai mi ricapiterà di tornare da lui – sarà ancora lì che mi aspetta, tutto intero. Anzi, un po’ più grosso.

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  1. Personalmente sono un convinto sostenitore del darwinismo anche per quel che riguarda i videogiochi.
    Questa vita vissuta evidenzia diverse tematiche che saranno poi riprese da Ualone, che tanto non vive:

    * i culi sono milioni. Trip Hawkins aveva descritto un modello dove si passava dal grinding adolescenziale dei JRPG ai Candy Crush per la mezza eta'. E i pensionati? Probabilmente gente come il Keiser si ritrovera' a 70 anni a grindare come cinquant'anni prima, perche' i numerini su schermo danno l'idea di progresso, che e' fondamentale nel limbo adolescenziale come sulla sedia a rotelle;

    * i videogiochi sono una commodity tipo manina di gomma nelle patatine. Questo era stato reso ovvio da anni di Silver DVD e Steam Sales, ma il mercato videoludico oggi e' una gelateria dove ci si sbatte a creare trenta gusti Anguria mentre l'utenza prende la banana col bacio;

    * i figli sono un'esperienza diversa. Diversa dai videogiochi, diversa dalla vita. Il rapporto causa-effetto cessa: ci sono i figli OGGI perche' li si amava PRIMA. In Lost in Translation Murray dice: "il giorno in cui nasce il primo figlio la tua vita di prima viene distrutta, ma non vorresti mai spendere un momento senza di lui". Grazie tante: se l'unica cosa che ti riempie le giornate, la priorita' assoluta, e' un figlio, ci credo che devi fartelo piacere. Essere genitori e' un'esperienza, ma il backlog non vincera' mai contro i pannoloni, perche' un backlog non ti mandera' mai in carcere per abbandono.

    * il videogioco diventera' un obbligo di legge. In un mondo sovrappopolato e governato da robot e scii chimici, farsi da parte diventera' un dovere civico. Stiamo facendo i primi passi con cannabis e Oculus Rift, adesso attendiamo la circolare ministeriale.

    Ecco, altri quaranta mesi di editoriali pronti :alesisi:
    Ottima riflessione, ma devo dire che, anche se sono spesso nella stessa situazione, sono felice. Ho patito la carestia da videogiochi sin da quando ero bambino ed ora vivere l'abbondanza mi fa sentire finalmente un ricco epulone che può ingozzarsi per quanto fisicamente riesce.

    Evviva il backlog

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