Quel momento del rage quit

Innervosirsi in multiplayer rage quit

In questi giorni ho giocato parecchio online, sia perché dovevo completare l’opera sulla recensione di FIFA 17 (cosa che, se non mi capitano problemi improvvisi tra capo e collo, accadrà in giornata), sia perché è in lavorazione anche quella de I Signori del Ferro, l’ultima espansione di Destiny che ha fatto capolino sugli scaffali virtuali da qualche giorno. Di solito sono uno che approccia l’online con calma serafica, ma talvolta mi trovo ad affrontare situazioni nelle quali “me le tirano fuori”, letteralmente, tanto da dover spegnere tutto e “ragequittare male”, come dice il buon Claudio Todeschini. Roba da sangue alla testa e da mordersi la lingua per non proferire davanti ai figlioli parole di cui ci si potrebbe pentire.

Ragionandoci, e ripensando a quando è successo che mi prendesse la rabbia in passato, mi sono accorto che lo scaturirsi del nervoso non dipende dallo stato d’animo col quale mi siedo sul divano o davanti al PC, o almeno non solo. La ragione principale per cui mi innervosisco giocando in multiplayer è che ci sono titoli che mi impediscono di divertirmi se il sistema di matchmaking mi mette di fronte avversari che non vogliono vivere l’esperienza nel mio stesso modo. Prendiamo FIFA 17, giusto per fare un esempio fresco: io, da un prodotto come quello di EA, mi aspetto mi consenta di vincere disegnando calcio ed esprimendo un gioco migliore dell’avversario, o anche di perdere applaudendo il mio contendente qualora avvenga il contrario; e invece, FIFA 17 – nella sua componente online – è la fiera dei dribbling insistiti con i soliti Ronaldo, Messi, Ibrahimovic e Neymar, l’apoteosi delle skill move, la somma vittoria dei riflessi sulla tattica e sul giro palla. Peggio va con alcuni titoli di corse come Forza Motorsport 6, dove – a fronte di pochi che cercano la traiettoria e la guida pulita – la maggior parte si mette a fare a sportellate fin dalla prima curva, come se stessero giocando a Burnout.

forza motorsport rece 01

Di solito sono uno che affronta l’online con calma serafica

E insomma, esistono sul mercato alcuni videogiochi che, a mio avviso, concedono a chi impugna in mano il joypad (o mouse e tastiera) la libertà di snaturarne l’essenza, plasmandone lo spirito e trasformandolo in “qualcosa d’altro”; non necessariamente peggiore – sia chiaro – ma comunque fuori da quella logica simulativa che i comparti marketing non si dimenticano mai di sottolineare in sede di comunicazione. Di fronte a questi esempi di schizofrenia identitaria che si fa? Beh… personalmente ho smesso di lottare contro i mulini a vento da un bel po’: o ci si adegua all’andazzo, o ci si limita a giocare con gli amici che hanno voglia di vivere il tuo stesso tipo di esperienza, meglio ancora in locale e con patatine e birra a supporto, che male non fa.

Fortunatamente per chi la vive come me, oltre a titoli così esistono anche titoli cosà, che lasciano piena libertà interpretativa al giocatore, senza tuttavia lasciare sull’asfalto parte della loro identità. Destiny, per dire, è uno di questi, anche se il suo essere equo è in parte figlio della testardaggine con la quale Bungie porta avanti scelte che non sempre condivido. Il problema è che più passano gli anni e più diventano rari i videogiochi capaci di elargirmi grandi soddisfazioni nella loro componente online, e che magari abbiano i server non totalmente popolati da bimbiminkia dell’ultima tornata. Che dite? Sto diventando vecchio?

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