GOTY o delusione?

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La settimana scorsa ero a Londra per provare Dishonored 2 e, nell’oretta di relax che ci separava dalla prova, come al solito è partita la chiacchera più o meno seria e più o meno faceta con gli altri colleghi italiani.

Scherzando, ma non troppo, sulle aspettative per il gioco di Arkane Studios, è venuto fuori, come, in effetti, la polarizzazione del giudizio sugli estremi sia oramai dilagante. Siccome poi la stupidera, quando tre o quattro di noi si trovano nello stesso posto, è tipo un’epidemia non arginabile, abbiamo discusso per il resto della giornata del seguito di Dishonored come se al mondo esistessero soltanto due opzioni di giudizio possibile: GOTY o delusione. Una provocazione, certo, con un alto tasso di idiozia galoppante, ma a conti fatti il risultato non è stato lontano dalle considerazioni che, mediamente, si fanno al bar sport videoludico.

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La polarizzazione delle opinioni è frutto di una tendenza a sopravvalutare le chiacchiere da bar e a sottovalutare l’atto del gioco in sé

Tutto ciò mi ha fatto pensare a quanto, in effetti, a fronte di un’offerta sempre più eterogenea di titoli dalla qualità media abbastanza alta, il giudizio medio non è più contemplato: no, non è solo l’oggettiva “svalutazione” del 7 in pagella, né il solito discorso dell’hype dopato (benché le aspettative da lì arrivino); è che la percezione di un gioco è filtrata da una checklist di parametri da soddisfare. Che siano il mantra 1080p/60fps o l’estensione della mappa, piuttosto che la qualità delle texture, o qualunque altro dettaglio, ogni titolo ha sulla sua testa una spada di Damocle: se un paio delle presunte feature “obbligatorie” non ci sono, è “delusione”, altrimenti, con molta probabilità, verrà percepito come “GOTY”. Chiaramente, la checklist da rispettare non è universale, e varia rispetto ai gusti e alle esigenze di gruppi di giocatori, motivo per cui più o meno tutti i giochi, in fin dei conti, fanno sempre parte di entrambe le categorie. In parte è giusto così, i gusti son gusti ed è ovvio che lo spettro delle opinioni sia vario, ma ha senso la dicotomia? Non so, alla fine credo che noi della stampa specializzata contribuiamo a costruire questo modello di attesa e di hype nevrotico, ma è pur vero che durante le nostre anteprime cerchiamo sempre di mantenerci più o meno possibilisti sull’evoluzione di un gioco, proprio per cercare di non creare un modello di pre-giudizio.

Che poi è anche giusto avere delle aspettative, ed è chiaro che in alcuni casi le delusioni possano essere cocenti, però mi chiedo quanto la polarizzazione delle opinioni non sia frutto di una tendenza a sopravvalutare le chiacchiere da bar e a sottovalutare l’atto del gioco in sé. Negli ultimi anni di delusioni ce ne sono state, mentre alcuni altri giochi probabilmente sono stati sopravvalutati per l’entusiasmo del momento, non lo metto in discussione: eppure, rifiutarsi di entrare in un discorso binario, a prescindere, aiuterebbe un sacco a goderci di più la miriade di giochi belli che escono ogni anno. È fantastico, a mio avviso, attendere un titolo che non vediamo l’ora di giocare: c’è la parte dell’immaginazione, c’è il gusto della scoperta e, perché no, anche un sano e infantile senso di attesa da notte di Natale. Una volta scartato il pacco, però, non mi pare che qualcuno si mettesse col bilancino a contare il numero di curve della pista Polistil e il numero di variazioni possibili di circuiti da costruire, tanto che per far presto a volte si montava il classico 8 e via, andare, a tutta velocità. Ecco, liberarsi dal pensiero dicotomico, secondo me, aiuta a divertirsi, perché il punto è che anche con i suoi difetti, un gioco spesso diverte lo stesso, e fa onestamente quello che deve, ovvero offrire ore di intrattenimento a chi è in grado di viverlo al meglio. Poi certo, le criticità possono e devono essere analizzate, però, ecco, intanto giochiamo, divertiamoci, e parliamo di più delle cose che ci piacciono, perché son quelle che restano di più nella memoria. In barba a tutti i GOTY del mondo.

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