Le recensioni, i publisher, gli influencer e il giornalismo usa e getta

Le recensioni, i publisher, gli influencer e il giornalismo usa e gettaC’è un fenomeno che è in crescita da qualche tempo a questa parte e che sta giungendo, poco alla volta, a maturazione: i publisher non hanno più bisogno della stampa specializzata per dare visibilità ai propri prodotti. Le recensioni, fino a qualche tempo fa, rappresentavano il veicolo primario di promozione di un prodotto ludico: prima di capire le cose nel modo sbagliato, sia chiaro che non sto dicendo che i voti erano venduti o pilotati, ma solo che l’esposizione mediatica migliore per un gioco oggettivamente bello era incarnata da una recensione con un numerone appiccicato in calce. Questo era talmente vero che, nella maggior parte dei casi in cui una copia review non giungeva per tempo alle redazioni, era facile prevedere qualche problema di troppo. Di fatto, procrastinare la data di uscita delle recensioni dei videogiochi malriusciti era l’unico mezzo in mano al publisher per vendere qualche copia in più al day one, spingendo sulla fregola dell’acquirente inconsapevole e accecato dal faro del hype.

Oggi, come detto, non è più così, e l’equazione “copia review consegnata alle redazioni il giorno del day one = gioco con problemi” è da considerarsi materiale esaurito. Questo appare evidente se si guarda al recentissimo passato, laddove i codici di Civilization VI (che, vi anticipo, prenderà un gran bel voto) sono stati consegnati alle redazioni solo lo scorso lunedì, addirittura tre giorni dopo il lancio su Steam. Lo stesso vale per DOOM, che si è rivelato un gioiellino e le cui copie per la stesura delle recensioni sono state consegnate ai caporedattori solo mezza giornata prima che il titolo giungesse a scaffale. Di casi simili potrei trovarne a iosa scavando nel 2016, ergo mi fermo qui e passo oltre, non prima di ricordare il paradosso di qualche videogioco il cui day one è stato rotto dai negozi, e che ci ha visti iniziare la run per la review quando metà della community aveva già letto i titoli di coda.

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La stampa specializzata sta lentamente ma inesorabilmente trasformandosi in un “male necessario” con cui avere a che fare

E insomma, agli occhi dei publisher non importa più come viene giudicato un suo prodotto dalla stampa specializzata, la quale sta lentamente ma inesorabilmente trasformandosi in un “male necessario” con cui avere a che fare, e che distrae il comparto PR e marketing da faccende ritenute ben più utili alla causa. In questo scenario non ancora palesemente conclamato c’è per lo meno qualcuno che fa outing senza troppi sotterfugi, come ad esempio Bethesda, che proprio ieri ha fatto sapere come non ci saranno recensioni di Dishonored 2 prima del lancio del gioco. Noi di TGM, per la linea editoriale che abbiamo deciso di adottare anche in altri casi (No Man’s Sky, Battlefield 1, PES e FIFA sono i primi che mi vengono in mente al volo), ci prenderemo tutto il tempo necessario per analizzare il titolo di Arkane Studios prima di arrivare a un verdetto definitivo: tuttavia, è inevitabile come questo approccio faccia perdere tantissime visualizzazioni (di base, la recensione di un titolo molto atteso che va online qualche giorno dopo il lancio a scaffale fa meno traffico di un videogioco meno famoso ma che ha un embargo antecedente al day one), il che si traduce in un danno economico non da poco. Il corollario sarà la corsa di molti a chi pubblica per primo, a tutto detrimento della qualità dell’analisi e, quindi, del servizio al lettore. Se ripenso al press tour del primo Dishonored, dove siamo stati invitati per diversi giorni negli studi di Bethesda a Londra e abbiamo giocato con tutta calma e con gli sviluppatori “a tiro di domanda”, mi viene un po’ di tristezza addosso.

Perché sta accadendo tutto questo? Beh, è semplice. Ora i publisher hanno canali più remunerativi e controllabili per dare visibilità ai loro giochi: gli influencer e, in seconda battuta (e con qualche soldo in più da investire), la stampa generalista. Per chi produce giochi i media sono solo copertura e rientrano quindi nella mera strategia di comunicazione. Lo scopo finale è piazzare più copie possibili al momento del lancio, e un influencer il prodotto lo vende con la sola visibilità; la critica, invece, lo vende solo nel momento in cui viene pubblicata una recensione positiva dello stesso, altrimenti sono problemi. Una volta scoperta l’esistenza di nuovi canali di attrazione delle masse che non hanno controindicazioni di questo tipo, è stato un processo quasi naturale quello che ha visto i publisher spostare in quelle lande il focus degli investimenti. Già nel 2015, per dire, allo scorso E3 ho visto alla conferenza Sony la PR di una grande casa fare da “chioccia” a un’infilata di youtuber “barely legal”, presenti a Los Angeles a spese della stessa, e passarci davanti senza quasi nemmeno salutarci, quando fino a poco prima i rapporti erano tutti bacini baciò.

Le recensioni, i publisher, gli influencer e il giornalismo usa e gettaIl punto focale della discussione sta nella delegittimazione del ruolo di giornalista, da critico a parte della strategia di marketing, che distorce del tutto la nostra professionalità, e di fatto la azzera. Viene da chiedersi se, in fondo, sia giusto così: dopotutto, viviamo in un mondo dove la gente, invece di andare dal medico, si legge le diagnosi su Google, figuriamoci se si “abbassa” a leggere una recensione quando può farsi “la propria idea” vedendo uno che gioca, a prescindere che questo sia pagato o meno da un publisher per farlo. Io stesso, che sto molto attento a educare la prole sotto questo punto di vista, mi ritrovo in casa due figli che per cercare informazioni sulla qualsiasi usano YouTube al posto di Google, perché gli amici gli hanno insegnato che si fa così e che se papà dice diversamente è un vecchio barbogio fuori tempo massimo: hai voglia a spiegare loro il significato di “controllo delle fonti”, e già mi immagino quali danni dovrò tamponare quando, tra qualche anno, entreranno nel meraviglioso mondo di Facebook.

Sarebbe già un passo avanti se chi segue gli influencer (che a mio avviso sono intrattenimento e non critica, come ho già scritto qui) comprendesse come chi compare in video o sui social non ha responsabilità se non quella di poter negoziare i suoi accordi e rispettarli di conseguenza; al contrario, il giornalista è vincolato ai lettori con un patto deontologico e deve svolgere un servizio di coscienza. Le due figure dovrebbero coesistere su piani esistenziali differenti, ma tanto chi fruisce dei contenuti quanto i publisher hanno sempre più la tendenza a mescolare tutte le carte nello stesso mazzo, senza distinzioni. Quanto questo giovi agli stessi publisher non è dato saperlo, perché se le visualizzazioni di una recensione sono misurabili (e si parte dal presupposto che chi l’ha letta sia interessato all’argomento), altrettanto non è così per un video su YouTube: le persone intercettate possono essere maggiori rispetto a quanto fa un sito specializzato, ma quale percentuale di queste è interessata davvero al prodotto mostrato, anziché al solo intrattenere del personaggio?

Io resto sempre qui a bordo del fiume, cercando di fare il mio lavoro al meglio, aspettando che la bolla degli influencer esploda e che i publisher (e, si spera, almeno parte del pubblico) ricomincino a prendere coscienza della funzione critica del giornalismo. Certo che, a furia di attendere che passi il cadavere del nemico, si fa a tempo a morire di fame.

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