Sulla materialità dei ricordi

Sulla materialità dei ricordi

Amo i videogiochi e tutto il loro indotto: adoro quando il videogioco esce dagli schermi e riesce a tramutarsi in qualcosa che vale la pena leggere, vedere o semplicemente ricordare. Questo, però, non fa di me un feticista delle collector’s edition o un cacciatore di tesori e action figure, ma non si tratta di una contraddizione.

Essendo innamorato dei ricordi e del significato che gli posso attribuire, l’idea di comprare prima di giocare un oggetto che mi voglia raccontare qualcosa che non ancora vissuto mi infastidisce: cioè poi magari resto deluso e avrò per sempre la statuina del cavaliere supremo della cocozza a ricordarmi di quanto mi sia imbruttito. E sia chiaro, il fatto che io possa restarci male non implica che il gioco non mi piaccia e che non apprezzi l’oggetto in questione, è che magari io non ho ricordi significativi che si collegano a quel personaggio e a quanto lo rappresenta. Per dire, probabilmente l’oggetto materiale che mi fa venire in mente i momenti videoludici migliori è un paio di scarpe. Sì, un paio di Nike SB nere e verde acqua comprate dalla Francia dopo un’eterna ricerca perché le avevo viste e “indossate” virtualmente in Skate, quel capolavoro mai troppo lodato di EA Black Box. A dirla tutta, ero talmente rapito da San Vanelona che finii per comprare l’intero outfit del mio avatar, con tanto di maglia troppo larga nera a strisce gommate azzurre. Allo stesso modo, a volte è valso il contrario: le mie Air Jordan del 2007 sono state compagne di viaggio di stagioni di basket nel mondo reale e successivamente nella modalità carriera di NBA 2K.

NBA 2K shoe creator

I ricordi di gioco sono come memorie di viaggio appese al muro

È che mi piace la fluidità tra vita reale e universi di gioco, penso che possano essere vasi comunicanti e, nel mio caso, quando riesco a mettere in contatto le due realtà sorrido contento: i videogiochi fanno parte di me e hanno (nel bene e nel male) chiaramente influenzato il mio immaginario, la mia creatività, i miei consumi e il mio modo di essere. Questo legame è vero, vissuto, e pertanto non si esaurisce semplicemente sfoggiando una maglietta con il logo del gioco o avendo un modellino in vinile sulla scrivania. Il mercato laterale dei videogiochi, quello collegato alla definizione di identità e al vissuto vero, credo sia una delle dimensioni più affascinanti e sottovalutate del nostro medium, e anche in termini di merchandising a volte ho l’impressione che si lavori poco in questo senso.

Mi piace che i miei ricordi di gioco abbiano un loro carattere personale, un po’ come una foto di un viaggio appesa al muro o quel ciondolo preso durante la vacanza estiva di quattro anni fa. Per questo motivo inseguo istantanee che mi ricordano i mondi virtuali e i momenti di grazia passati in essi: non nascondo di aver stampato su carta fotografica alcuni screenshot particolarmente riusciti, così come ho comprato alcuni libri su ambientazioni solo per poter incorniciare alcuni passaggi evidenziandoli e commentandoli con post-it e segnalibri per fissare concretamente le mie ossessioni. L’idea alla base è sempre la stessa, ovvero conservare nella maniera più opportuna qualcosa di significativo; per questo motivo apprezzo anche ogni forma di conservazione digitale di istantanee di gioco, e non vedo l’ora, passata l’ondata terribile di questi giorni di convulsa chiusura del prossimo numero di TGM per dedicare un po’ di tempo al nuovo Sharefactory e ai nuovi template con cui poter custodire gelosamente, anche solo digitalmente, frammenti di tempo ben speso.

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