Catch the box

Catch the box Editoriale 01Sì, il chiaro riferimento è al brano di Den Harrow (Catch the Fox, 1986), perché chi scrive è profondamente legato agli anni ’80 e a quelle hit forse un po’ zuccherose (soprattutto a livello di testi), ma incredibilmente melodiche. Lo confesso, sono stato un po’ Happy Children, un po’ Tarzan Boy, e lo sono rimasto anche il decennio successivo, quando fui colto da questa inesauribile passione che ci accomuna. E sempre, quando si parla di videogiochi, preferisco toccare con mano (Touch Me… now!).

In definitiva, però, credo di essermi adattato abbastanza bene alla transizione verso gli store digitali. Soprattutto perché ricordo la “fatica” spesa, talvolta, per mettere le mani sulla confezione del gioco di turno tanto agognato. Al tempo, il desiderio di ottenere una copia scatolata – rigorosamente originale – di Zork Nemesis si era tradotto in una lotta senza quartiere con il mio negoziante “di fiducia”, con una spesa in termini di mezzi di trasporto che è andata ad incidere pesantemente sul conto complessivo (99mila lire il solo gioco!). Tale personaggio credo esistesse unicamente per frustrare le mie aspettative: egli continuava a nutrire le mie speranze facendo leva sull’“insana” passione, promettendomi che il gioco sarebbe arrivato di lì a breve; attesa prontamente delusa dalle scuse più varie, tra festività improvvise, inopportuni scioperi (che in Italia non mancano mai), ritardi del corriere e quant’altro.

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Il mio negoziante “di fiducia” credo  esistesse unicamente per frustrare le aspettative

Alla fine, ovviamente, riuscii ad ottenere la veneranda confezione. Il resto è “storia”, vicenda di un gioco che è rimasto saldo nella mia top-ten di tutti i tempi. Del resto, non si è trattato dell’unico caso, dato che in quegli anni gli store di un videoludo in piena esplosione tappezzavano le vie della pur “piccola” Bergamo: in pratica c’erano una banca, una chiesa, e un negozio di informatica, non necessariamente in questa sequenza, ma senza soluzione di continuità. In queste vere e proprie “gioiellerie” scintillavano scrigni odorosi di inchiostro dipinti, su cui campeggiavano illustrazioni memorabili, vere e proprie chicche di capolavori intramontabili, fra cui ricordo la moto di Full Throttle, il teschio di Baldur’s Gate, il flyer di Atlantis: the Lost Tales e il demone cornuto del primo Diablo, con la lista che si ferma qui per ovvie ragioni di spazio.

Come già accennato, rimpiango solo in parte quei tempi, anche perché l’ultima volta che mi recai nel locale del mio NDF constatai come le scatole – sempre presenti, sempre affascinanti – recassero prezzi non più in grado di competere con l’avvento degli ipermercati, dove era più facile trovare degli sconti. E oggi “sconto” – o saldo, se preferite – è la parola chiave che costituisce le fondamenta di ogni mio acquisto. È pur vero che in uno di quegli stessi esercizi commerciali, mosso da impeto folle, acquistai il mio primo scanner a mano, per la “modica” cifra di 399mila lire! Un’ingenuità tremenda, me ne rendo conto, ma anche in questo caso mi piace dare la colpa al mio rivenditore di fiducia, anziché alla voglia di acquisto compulsivo che ogni tanto ancora mi pervade.

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  1. L'ultimo rito di pellegrinaggio al negozio di fiducia per l'uscita di un gioco è stato per Rome: Total War (e si trattava della versione "liscia", non ricordo nemmeno se fosse prevista una Collector's Edition): una vita fa.

    Ora come ora il poco spazio rimasto sulle mensole è rigorosamente riservato alle edizioni da sborone, e pure quelle ormai le compro online. La gita al negozio non ha nemmeno più senso per l'occhiatina al cestone, visto che tra saldi e offerte per le versioni digitali ti garantisci sia il risparmio di euri che quello di spazio sulle suddette mensole.

    Altri tempi, ma a me dopotutto va bene così.

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