PC fai da te? Sì, grazie

pc fai da te

Qualche settimana fa è morto il mio computer di casa. Ma proprio morto. Defunto. Kaputt. Nessun segnale elettrico, nulla di nulla. Ero già in quel limbo oscuro che ti fa oscillare tra il “eh, tra un po’ mi toccherà fare un upgrade” e il “mannoh, gira ancora tutto benone, non serve“, e l’improvviso dramma non ha fatto altro che accelerare un processo che, tra alti e bassi, vivo da ormai quasi tre decenni, da quando ho messo in piedi il mio primo PC all’inizio degli anni Novanta.

Un rituale che si ripete con sempre minor frequenza, devo dire, in parte con sollievo e in parte con un po’ di rammarico. Rammarico, perché insomma, il tempo non è più quello di una volta, e i pomeriggi passati a spulciare le riviste di informatica prima e internet poi, alla ricerca dei pezzi migliori, dei componenti “giusti”, ormai sono un lusso che non posso più permettermi. Era un processo a suo modo divertente, vent’anni fa, ma che oggi per me ha perso molto del suo appeal, proprio per il costo in termini di ore che comporta. Sollievo, al tempo stesso, perché lo stress psicologico che si porta appresso l’assemblaggio da zero di un nuovo PC è sempre altissimo, e quindi meno occasioni si verificano per doverlo vivere, meglio è.

pc fai da te

Cioè, poi c’è anche qualche filisteo che ogni tanto prova a buttarti lì un “ma cosa stai lì a sbatterti, comprati un PC già assemblato che non ci pensi più“. Un PC già assemblato. Già assemblato. Un’eresia che può trovare come unica risposta un “vade retroooo pazzooooo!!!“, perché ci sono compromessi a cui un vero uomo non potrà mai scendere. E mettere le mani su un computer costruito da qualcun altro è tra queste. Certo, l’età avanza, e le certezze vacillano. Devo confessare che il pensiero mi ha attraversato la mente, ed era più che un semplice agglomerato di parole. L’idea, dolce e confortevole, di sapere che ti arriva uno scatolone a casa, lo accendi e funziona tutto. Senza dover far niente. Senza sudare. Senza temere. Senza rischiare.

Ci sono compromessi a cui un vero uomo non potrà mai scendere

Dall’altra parte, invece, lo sbattimento di mettersi lì, cercare i pezzi giusti, montarli con cura uno per uno, ma sempre col terrore che poi magari qualcosa non va, che devi capire perché lo speaker fa beeep beeeep beeep in continuazione appena premi il pulsante di accensione, come mai il BIOS non vede il disco, perché l’installer di Windows non riesce a partizionarlo, perché vede solo un banco di RAM e non due… Insomma, parlavo di stress altissimo, e non per sentito dire, ma perché tutte queste cose sono successe, nel corso degli anni, e più di una volta. E non sono cose che vivi bene, nossignore. Certo, oggi attacchi una cosa e – di base – funziona. Una volta capitava di perdere mezz’ore intere a capire perché il PC non partiva, salvo accorgersi che non avevi messo nella posizione giusta i jumper di SLAVE/MASTER dei dischi. O perché l’IRQ assegnato alla stampante confliggeva con quello della scheda audio. Installare il sistema operativo, a parte il tempo di attesa dei caricamenti da floppy, imponeva di ricordarsi i parametri della Soundblaster (vi dice niente la stringa SET BLASTER=A220 I5 D1 H5 P330 T6?) da mettere nell’autoexec.bat, altrimenti dalle casse arrivava solo un assordante silenzio.

Però no. Non posso. Devo resistere al richiamo del lato oscuro, così ammaliante e tentatore. “Usa l’overcloooock, giovane padawan“, sembra sussurrare la voce del Pastore che bazzica ancora ogni tanto nel mio cervello. E così faccio. Preparo tutto con cura. Metto insieme i pezzi, uno alla volta, dal processore al ventolone simil-fantozziano per ridurre il rumore, passando per il disco M.2 (così il “vecchio” SSD lo uso per i giochi) e la motherboard bianco ghiaccio, che fa un sacco fico anche se poi il case è totalmente chiuso. Mi prendo un’intera giornata, stacco ogni comunicazione col mondo perché non posso essere disturbato da niente mentre io, novello e ridicolo Frankenstein, metto insieme pezzi per dar vita al mio nuovo computer.

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La pasta siliconica è sempre il momento più delicato, quello che scatena lo stress maggiore. Sarà troppa? Troppo poca? L’avrò ben distribuita sulla superficie del processore? E se poi sborda fuori come maionese da un panino del McDonald’s al primo boccone? C’è l’ansia del dissipatore, che scatti bene nella sua sede e svolga il suo lavoro al meglio. Faccio prove e contro-prove, controllo l’allineamento dei fori e delle clip di contatto dieci volte, e alla fine va in sede senza colpo ferire. Mi mette un po’ in crisi l’alimentatore nuovo, perché adesso li fanno tutti modulari, e paradossalmente impiego più tempo a capire quali cavi attaccare alla PSU che altro. RAM, facilissima. Temevo lo scoglio dell’M.2, ma anche quello non crea problemi. Scheda video, una passeggiata. Idem per le porte USB extra, tutte collegate e funzionanti. Come ho detto, ormai le cose tendenzialmente funzionano sempre, a meno di errori marchiani.

Poi arriva il momento più temuto: quello di accendere il PC per la prima volta dopo aver collegato tutto. Hai verificato ogni cosa tre o quattro volte. Hai controllato e ri-controllato ogni cavo, ogni pin, anche quello, maledetto, inutile del LED sul case, che non capisci mai perché non esiste una diamine di presa unica da attaccare alla scheda madre ma invece devi impazzire ogni volta coi cavi rossi, blu, + e -. Controlli, ricontrolli e tutto sembra a posto. Sembra. Perché non c’è modo, in questo universo o altrove, di sapere se funzionerà tutto oppure no. L’unico modo di capire se hai fatto le cose come dovevi, se i pianeti sono allineati, se a questo giro il cosmo ha deciso di volerti bene, è premere quel maledetto pulsante, e stare a vedere. Lo fai.

I primi millisecondi di buio del monitor sono i peggiori, perché sembrano durare ore. Non succede niente. È tutto rotto. Non va un cavolo. Devo ricominciare da capo. Chissà se è la scheda madre o il proc– E poi arriva. La schermata del BIOS. Bellissima, nella sua freddezza. Controlli, freneticamente, quasi incredulo. Il processore c’è, ed è quello giusto (e perché mai non dovrebbe esserlo? Però ci guardi lo stesso), la RAM c’è tutta, le ventole vanno, il disco è stato riconosciuto… Che momento unico. Speciale. E quel momento, carico di adrenalina e di tensione che lentamente si scioglie, quel preciso istante è il motivo per cui ancora oggi, dopo tutto questo tempo, nonostante le voci di chi ci prova a dirti di lasciar stare, ti ostini a montare il PC per conto tuo.

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