Il topic della Rassegna Stampa radical-chic
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Discussione: Il topic della Rassegna Stampa radical-chic

  1. #1
    Shogun Assoluto L'avatar di Ethan81
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    Il topic della Rassegna Stampa radical-chic

    Direi fondamentale

    Articoli di approfondimento, roba impegnata et similia...già lo sapete

  2. #2
    Nato stanco L'avatar di Vitor
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    Ora vedo di recuperare qualche articolo vecchio, avendo brasato l'account mi viene meno facile

  3. #3
    Nato stanco L'avatar di Vitor
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    Gianni Mura intervista Boninsegna

    La foto dai toni seppia fa il giro del tavolo sotto il pergolato, fuori dalla trattoria. E' cominciato tutto lì e non è ancora finito. Gli Invincibili del Sant'Egidio, anno 1957. Due anni (1956/58 ) senza mai perdere una partita e la prima sconfitta arrivata con la monetina del sorteggio. "Io sono il secondo in basso da destra. Un ragnetto", dice Roberto Boninsegna, classe 1943.
    "Tant'è che giocavi mezzala, il bomber ero io", dice Adalberto Scemma, secondo da sinistra in alto, poi diventato giornalista, e pure bravo. "Vero, ma eri tutto velocità, tecnica poca", dice Boninsegna. Ed è curioso sentir parlare di tecnica uno che è passato alla storia (del calcio) come simbolo di forza e coraggio, sturm und drang, un satanasso. Però ne aveva, e tanta, visto che segnava in tutti i modi, quasi sempre di potenza, e da tutte le posizioni. E un po' di merito ce l'ha Massimo Paccini, l'allenatore di allora, in posa sulla destra come un maestro con la scolaresca. "Brava persona, bravo tecnico, ha vinto un titolo nazionale sulla panchina del Guastalla, con Gene Gnocchi in campo, ha curato le giovanili del Mantova. E' morto un mese fa, prima di morire s'è fatto portare sul campo dell'Anconetta, dove giocavamo. Ai funerali c'eravamo tutti noi degli Invincibili".

    Il capitano di quella squadra, Franco Salardi detto Cina, è il titolare della trattoria, adesso sta tornando con una bottiglia di Lambrusco bello scuro e una sleppa di Grana. Boninsegna indica la foto: "Sembriamo più giovani, no? E' perché c'era meno da mangiare. Ecco, questo biondino è Scardeoni detto Nacka, venne con me alle giovanili dell'Inter, poi al Genoa lo allenò Sarosi, ma lui aveva in testa l'arte e adesso fa l'antiquario a Lugano. Pedrazzoli è diventato pittore, ma anche assessore alla cultura. Alfano, direttore dell'Inps. Fornasari funzionario della Belleli che ha ristrutturato San Siro".

    A un certo punto penso che siamo indietro nel tempo, o forse fuori dal tempo. Quando mi ricapiterà di fare un'intervista sotto un pergolato, senza che l'intervistato guardi l'orologio ogni cinque minuti? E con un intervistato che parla senza reticenze? E' qui che capisco quanto forte sia il legame tra compagni di squadra, anche ragazzini, che si separano ma non si perdono. O dovrei dire compagni e basta, compagno centravanti?"Lascia stare, la definizione l'hanno coniata per Sollier. Io non ho mai avuto problemi, nemmeno con Agnelli e Boniperti che certamente non la pensavano allo stesso modo. Non facevo comizi, ma non ho mai nascosto da che parte stavo. E da che parte potevo stare? Mio padre era nel consiglio di fabbrica, alla Burgo. Bastava che facesse un fischio e si fermava il reparto.Aveva perso tre dita sotto una pressa, così in guerra non c'era andato. Ma in fabbrica avevano un bel po' d'armi nascoste. Tutte cose che ho saputo da altri. Era un omone, mio padre. Parlava poco ma lasciava il segno. Mia madre era più estroversa. E tifava Mantova anche con me in pancia. Al cancello dello stadio l'hanno bloccata che era all'ottavo mese, preoccupati. Elsa, non vorrai mica farlo qui? Te sta tranquillo, disse lei mi sono portata appresso la levatrice ".

    Tutto questo in dialetto mantovano, mi spiace non saperlo trascrivere. Avanti. "Non ho mai avuto paura nemmeno da bambino, nemmeno del buio. Non ero mai solo. Vivevamo in due stanze in corso Garibaldi, vicino all'ex macello, dove adesso c'è la biblioteca comunale. E i cosiddetti servizi, fuori in cortile. Vedevo mio padre uscire in bici la mattina presto e rientrare distrutto, e tossire, tossire. La fabbrica ti dava da vivere e ti accorciava la vita. Non usavano le mascherine, un litro di latte gratis al giorno e via andare. E' morto a 61 anni. Fino a che non mi sono sposato tutti i guadagni li davo in casa. Così prima s'è comprato un Vespino, almeno poteva tornare a casa nella pausa e mangiare qualcosa di caldo, poi una macchina. E a mia madre ho preso un negozio di merceria".Alza un braccio: "Vorrei chiarire una cosa. Tutti hanno scritto che festeggerò i 70 passerò in fabbrica. Non è vero. Lo passerò in famiglia, con mia moglie Ilde che ho sposato 45 anni, aggiungine sette di fidanzamento, posso dire che è la donna giusta di tutta una vita. E i miei figli: Gianmarco avvocato, Elisabetta psicologa. E Giovanni, il nipotino. Per questa storia della fabbrica mi hanno cercato anche dei giornali e delle radio di Roma.Ci vado il 5 per appoggiare il presidio dei 180 lavoratori che resistono da febbraio e forse c'è ancora un filo di speranza che le cose si aggiustino. Ma proprio un filo. Nella salamensa della Burgo c'è un grande crocifisso e ai lati due quadri con falce e martello. Ecco, mio padre non mi ha indottrinato né mi ha mai proibito di frequentare i preti. Gli Invincibili era la squadra dell'oratorio. Una volta son tornato a casa e gli ho chiesto: papà, ma è vero che voi mangiate i bambini? E' una balla, ha detto, e può avertela raccontata solo un prete, bisognerà che vada a parlarci. Bene, fermiamoci qui, tanto poi è chiaro che Berlusconi è stato la rovina dell'Italia e che dalla sinistra, con Bertinotti e D'Alema, gli sono arrivati buoni assist".

    Ho una curiosità, dopo tante pagine di taccuino riempite. Nel calcio ci sono biografie di cani e porci. Perché lui no? "Me l'hanno proposto e c'era anche un discreto ingaggio. Ma ho detto no grazie, perché se avessi raccontato tutta la verità avrei sputtanato un sacco di gente e se non l'avessi raccontata mi sarei sputtanato io. Tanto valeva lasciar perdere". Il resto è sintesi.IL CAMBIAMENTO. "Inizio da mezzala, divento seconda punta. E la prima punta, il povero Taccola a Prato, Bercellino a Potenza, è regolarmente capocannoniere del torneo. A Varese segno poco, prima punta è Combin. A Cagliari segno un po' di più, anche se c'è Riva. Un giorno Scopigno mi dice: siamo pochi e gli unici ad avere mercato siete tu e Gigi. Lui non si vuole muovere, e tu? Io qui ci sto benone, ma se mi date via accetto solo l'Inter.Affare fatto. Arrivano in cambio Domenghini, Gori e Poli più ottocento milioni, mica poco. E senza di me il Cagliari vince il suo primo scudetto. Io il primo con l'Inter, l'anno dopo, quando mi ero trasformato in prima punta. Ragionamento: se fare i gol è così importante, tanto vale che li faccia io. Sono diventato più egoista, più cattivo, più finalizzatore. Anche perché, siamo onesti, con intorno gente come Suarez, Corso e Mazzola era una pacchia".GLI AVVERSARI: "Il più bravo e corretto di tutti, Guarneri. I più rognosi, nell'ordine: Spanio, Rosato, Galdiolo, Morini. Di quelli che ho incontrato, troppo facile dire Pelé o Gerson, Rivelino o Jairzinho. Sto in Europa: Overath in cima, poi alla pari Beckenbauer e Crujiff. Ricordo che non c'erano tante moviole e tante regole: il fallo da ultimo uomo, per esempio. E avevi difese a uomo, stopper più libero. Prima era il difensore a stare attaccato all'attaccante, adesso con le difese in linea l'attaccante furbo va a farsi marcare dal difensore più scarso".

    GLI ALLENATORI: "Se oggi uno come Guardiola mi dicesse che il suo centravanti è lo spazio io gli direi: no, il centravanti sono io, e cambio squadra. Ne voglio ricordare tre. Scopigno era pigro ma intelligentissimo, non sbagliava mai un cambio, anche perché a Cagliari eravamo pochi, contati, una riserva per settore e quattro della Primavera. Senti questa: d'accordo col Cina, il capitano degli Invincibili, sciambola. Carnevale di Venezia, con le morose. Avevo prenotato su un volo alle 7 per Cagliari. Che tarda. Arrivo, salto su un taxi e gattono dentro all'Amsicora, confidando sul fatto che Scopigno non amava alzarsi presto. E invece lo trovo piantato davanti allo spogliatoio. E mi fa: "Capisco lo smoking, ma almeno potevi toglierti i coriandoli dalla testa". Herrera è stato un grande. Tatticamente. Poi aveva dei difetti, ma tatticamente meritava che lo chiamassero Mago. E poi Trapattoni, grande professionista, il primo all'allenamento, l'ultimo a uscire.A me il sabato piaceva calciare una trentina di rigori, mi aveva insegnato Meazza. e poi tirare al volo sui cross. Pioveva, un giorno, e ne ho tirato uno altissimo. "Bobo, vuoi che ti dica dove hai sbagliato?". "Scusa Trap, ma tu quanti gol hai fatto da professonista?". "Sei o sette". "Io 160, non mi menare il torrone". Mi ha fatto dare 150mila lire di multa, ma poi amici come prima. Anche se quand'ero alla Juve non ha mai azzeccato un cambio".RIVA. "Come fratelli, abbiamo diviso per due anni la stessa camera, poi mi sono sposato ma siamo rimasti amici. In campo ci mandavamo spesso a quel paese, questione di temperamento. Un giorno giochiamo in Mitropa a Skoplje e c'è invasione di campo, noi due siamo i più lontani dallo spogliatoio.

    Nenè fa in tempo a infilare la porta e chiude a chiave, e noi fuori a urlare "apri, deficiente". E intanto arrivavano i tifosi, sembrava un film con Bud Spencer e Terence Hill. Ne abbiamo stesi un sacco, ma ne abbiamo anche prese. Ma la paura più grande non è stata lì, ma quando Gigi m'ha proposto un giretto in macchina verso Villasimius. Aveva un'Alfa Quadrifoglio truccata. Non c'erano le cinture. Curve su due ruote. Il giorno dopo ho fatto l'assicurazione sulla vita".I GOL: "Il più bello al Foggia, in rovesciata. I più importanti in Messico: l'1-0 alla Germania, ma sono anche fiero dell'assist a Rivera per il 4-3, e il temporaneo 1-1 col Brasile.
    Nell'intervallo eravamo convinti di farcela, bastava che Valcareggi mettesse dentro Rivera al posto di Domenghini che non stava più in piedi. O meglio, che Rivera giocasse dall'inizio. Abbiamo regalato al Brasile il Pallone d'oro nella partita più adatta a lui. E senza staffetta. Mi piacerebbe rigiocarla con Rivera, quella finale".LA PANCHINA: "Forse è stato un errore rimanere nove anni fuori dal calcio, ma volevo godermi la famiglia. Poi ho fatto per 13 anni il ct dell'Under 21 di C. Meglio che fare l'allenatore, perché da selezionatore se un giocatore rompe i coglioni non lo convochi più, mentre da allenatore te lo devi tenere almeno un anno. Ho scovato gente come Toldo, Abbiati, Amelia, Fortunato, Barzagli, Iuliano, Bertotto, Di Biagio, Iaquinta, Montella e Toni, che era riserva nel Fiorenzuola e che chiamavo sbrindellone caracollante. Mi aspettavo qualcosa di più dalla federazione ma non mi lamento, so di essere stato un privilegiato"DUE CHICCHE (Brera e il Monatto). "Bonimba lo devo a Brera. A San Siro gli ho chiesto perché. Perché hai il culo basso e quando corri mi ricordi Bagonghi, nano da circo. Ho incassato guardandolo come per fargli capire che coi miei 176 centimetri ero più alto di lui. Poi Brera scrisse sul Giorno, più o meno: è inutile che Bonimba mi guardi dall'alto in basso, nano l'ho battezzato e nano resta. Un nano gigante, però.Quanto al monatto, un giorno mi telefona Facchetti. Bobo, c'è il regista Salvatore Nocita, un interista vero, che girerà a Mantova un pezzo dei Promessi sposi, sceneggiato tv, e ha pensato a te. Che parte dovrei fare, Giacinto? Il monatto, quello che carica gli appestati sul carretto. E perché non lo fai tu? Perché io sono alto, bello e biondo. Così ho fatto il monatto, senza pensare di essere basso, brutto e moro. E mi sono anche divertito".

  4. #4
    Nato stanco L'avatar di Vitor
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    Klopp sul Guardian (pezzo del 2013)

    Jürgen Klopp is pondering the similarities between himself and Arsène Wenger, between his Borussia Dortmund team and Arsenal which, on the face of it, appear to be numerous. Klopp, however, does not see it. "He likes having the ball, playing football, passes … it's like an orchestra," the Dortmund manager says, pretending to play the violin. "But it's a silent song, yeah? I like heavy metal."Klopp's every entrance ought to be accompanied by a cymbal crash and it is no great stretch to imagine him laying into the speakers with a guitar. There is a wildness about the Dortmund frontman; a high-octane, all-or-nothing passion that overtakes him on match days. It feeds his explosive team and the 80,645 supporters that pack the club's Westfalenstadion, where 25,000 stand behind one of the goals to form the Yellow Wall. The place teems with energy and intensity. It is Klopp's home from home.
    "For me, he is Sir Arsène Wenger, he is really something, I love him," Klopp adds, before miming a polite handshake. "But I'm this guy, with high fives. I always want it loud. I want to have this … " Klopp makes the sound of an exploding bomb. (An article with him demands stage direction).
    "If Barcelona's team of the last four years were the first one that I saw play when I was four years of age ... with their serenity, winning 5-0, 6-0 … I would have played tennis. Sorry, that is not enough for me. What I love is that there are some things you can do in football to allow each team to win most of the matches.
    "It is not serenity football, it is fighting football – that is what I like. What we call in German – English [football] … rainy day, heavy pitch, everybody is dirty in the face and they go home and can't play football for the next four weeks. This is Borussia.
    "When I watch Arsenal in the last 10 years, it is nearly perfect football, but we all know they didn't win a title. In Britain they say that they like Arsenal but they have to win something. Who wins the title? Chelsea, but with different football, I would say. This is the philosophy of Arsène Wenger. I love this but I cannot coach this because I am a different guy. You think many things are similar? I hope so in some moments, but there are big differences, too."
    Klopp will face Wenger in Dortmund on Wednesday night, in Champions League Group F, knowing that a repeat of the victory at Emirates Stadium the week before last would put his team in the driving seat to qualify. That 2-1 win was built on trademark pressing and quick transitions but what appeared to please Klopp the most was the statistic that said his players had run a collective 11.5km more than their opponents.
    "Coaches will say that it's not important for their team to run more and they prefer to make games the right way," Klopp says. "I want to make games only the right way and run 10km more. It's a rule to give all and it can make the difference if you work more. If you don't have to give all and you still win, what's this? You don't like this game? It's like this [Klopp yawns]. What, you can win Wimbledon like this?"
    Klopp peppers the conversation with tennis references. He was not impressed when his own meltdown at the fourth official that saw him sent off in the Champions League defeat at Napoli in September was attributed, in some quarters, to the pressure he felt. "No, I make this fucking face when I play tennis. That's the truth."
    The 46-year-old is a talker, and he adds flavour with anecdotes and detail; some insightful, others more off-the-wall. He admits to being rubbish at DIY, for example. "You'd be waiting 30 or 40 years for me to build a table," he says. "I have more than two left hands."
    He remembers his one and only meeting with Sir Alex Ferguson as lasting for two minutes and coming "during the most shitty moment of my life". He encountered Ferguson at Wembley after Dortmund had lost last season's Champions League final to Bayern Munich. "He said 'great season' to me," Klopp says, before indicating how his own chin had been on the floor.
    It would be interesting to hear what Ferguson thinks of Klopp's look – the jeans and trainers and black-rimmed spectacles – given his more traditional sartorial values. "I don't think I have a chapter in his book," Klopp says. "Chapter One: How is Klopp looking?
    "I'm sorry, he is British," Klopp continues. "You drink tea at four o'clock in the afternoon and nobody else knows why in the rest of the world. You drive on the wrong side of the road. We are different. But I'm sure I can have two days and two nights with Sir Alex Ferguson. I don't know what he drinks. Red wine, OK. He can have his red wine. I prefer beer.
    "But we are like we are. He worked with Ryan Giggs for 20-odd years and when Ryan Giggs hears Ferguson's name, he doesn't go like this [Klopp pretends to vomit]. That is the best you can do in your life. Every day, every year, all the talk ... you know everything about this guy and you still like each other. That says everything about Sir Alex Ferguson."
    Klopp loves to laugh and his is a very big laugh. He jokes that his ugly face is one problem and he turns to the journalist from the Sun. "You have the same problem," he says, uproariously. He has all the trimmings of the charismatic maverick and it is put to him that he would get on well with Zlatan Ibrahimovic, with whom he would like to work. "Crazy players love me," Klopp says. "I don't know why."
    He is relaxed and engaging when he does not have his must-win game-face on and it is easy to see why the Dortmund players like him and, to quote the midfielder Nuri Sahin, will "run through walls for him". Most importantly, Klopp gets results. He has the highest points-per-game ratio of any Dortmund coach in history, together with two Bundesliga titles and one German cup.
    It has combined to make him an attractive proposition and the predators have sniffed, particularly from the Premier League. Klopp does not want to say that Manchester City and Chelsea wanted him before they appointed Manuel Pellegrini and José Mourinho respectively – to him it is in the past – but the references are almost matter of fact.
    "I know that some clubs were interested, of course," he says. "They thought about us. You know these clubs … they changed coaches last season. Man City? But I don't say anything about this. From other countries, they were also interested."
    Many Arsenal fans believe that Klopp would be tailor-made as Wenger's eventual successor. Like Wenger, he came from a small club (Mainz in 2008 ); he promotes young players; he is wedded to an entertaining style and he hunts for answers when key personnel depart. Klopp has lost Sahin, Shinji Kagawa and Mario Götze over the past three summers, although Sahin has since returned, and he will lose Robert Lewandowski as a Bosman free agent next summer. Klopp believes that renewal is essential for progress.
    But Arsenal and anyone else would have to wait until 2018, at least, for Klopp. He signed a new contract at Dortmund last Wednesday and he could not have been clearer about his intention to honour it. He had previously been contracted to 2016 and there was no pressure from either side to agree to the extension. But they did it because they wanted to; because the partnership feels right.
    "Borussia Dortmund is the only club in the world where if I speak to a young player, he knows that I am his coach for the next four-and-a-half years," Klopp says. "We want to have this situation. The players are similar to the journalists. They always think: 'Ah, he says this and then Real Madrid call and he is away.' But this is the message: Everybody can call but nothing will happen. This is for sure and then we will see what's with the players.
    "It makes me proud to hear that some Arsenal fans might want me, but it's not important for me to be proud. My mother is proud. It's a better feeling than if nobody knows me but it doesn't help me in the morning, it doesn't help me in the evening and it doesn't help me through the day."
    Klopp's connection with Dortmund is total. He talks emotively about how the club is "worth falling in love with because this is pure football" and, also, the unique thrill of emerging from the dark and narrow tunnel at the Westfalenstadion, in which he has to stoop at various points, to be assailed by the colour and noise.
    "It's a little bit like when you are born and your mother is [Klopp makes a face like a woman in labour]. Then, you come out and you see the best of the world," he says.
    Klopp is the incurable romantic. To him Dortmund are the Rebel Alliance to Bayern's Death Star, but his club can compete. The players have an average age of 25 and they will enter their prime years over the course of Klopp's contract. "The important thing is new ideas, not money," he says. "It is important to make the next step. You always want to be the team that can beat the one with more money."

  5. #5
    Nato stanco L'avatar di Vitor
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    Sempre Klopp, sempre 2013

    Il tunnel che porta al campo è stretto e basso. Jürgen Klopp china la testa. Ci passa a stento.
    "Qui sotto si sta tutti pigiati, ventidue calciatori, i bambini tenuti per mano, due allenatori, cinque arbitri ". Fa un trillo, Klopp è anche un formidabile imitatore di fischietti.
    "L'arbitro dice "andiamo" e noi camminiamo schiacciati uno all'altro". Indica la luce là in fondo. "Quando il tunnel finisce e sbuchiamo sul prato, bam, pare di essere di nuovo partorito da mia madre". Ride forte, ride spesso. "È come rinascere. In campo si simula la lotta per la sopravvivenza".

    Sopravvivenza, Klopp. Domani, contro il Napoli, il Borussia è obbligato a vincere.
    "Siamo abituati. Non ho mai giocato per pareggiare. Ah, sì, una volta. L'anno scorso, in semifinale, a Madrid".

    Si aspettava il Napoliin testa al gironedopo 4 partite?
    "Perché no? È una squadra vicina al nostro livello. Ci hanno battuto all'andata, ma non fu una serata normale. La partita fu influenzata da due episodi: l'espulsione di Weidenfeller e la mia".

    Rimpianti?
    "Se fossi stato l'arbitro, avrei usato buon senso.
    Subotic stava rientrando dopo le cure mediche, avrei fatto riprendere il gioco con calma. Invece abbiamo preso gol".

    Rafa Benitez ha detto che il calcio è bugia. Per lei cos'è?
    "Energia. Sono felice quando le statistiche a fine partita dicono che abbiamo corso 10 kmpiù degli avversari. C'è chi obietta: si deve correre nella direzionegiusta. Okay, nella direzione giusta, ma meglio 10 km più degli altri. È la prima regola che ti danno da bambino: corri".

    Il suo è un calcio primitivo?
    "Vai, dai tutto. Se non si dà tutto, non mi diverto. Mi annoia vincere in un altro modo. Quando non corriamo più degli altri, io sbadiglio. Diventa come il tennis".

    Non le piace il tennis?
    "Non è questo. La differenza sifa con il lavoro fisico, non con le idee tattiche. Non mi sento uno che schiocca le dita e oplà, il genio ha deciso la partita. Meglio correre. Così una squadra ha il rispetto della gente".

    Mezza Europa invidia il modello Borussia. Che effetto fa?
    "Non è una cosa che incide sulle mie giornate. Mi rende orgoglioso, ma io non lavoro per essere orgoglioso di me. Mia madre deve esserlo. Lo ammetto: non mi piaceche tutti parlino di modello Borussia".

    Perché?
    "Adesso tutti vorrebbero essere noi, ma tre anni fa quando perdevamo dov'erano? Non li sentivo dire: oooh, ma guarda che bel calcio il Borussia".

    Come ci siete arrivati?
    "C'è un mondo di passione dietro di noi. In questo stadio non potremmo giocare un calcio diverso. Non siamo uguali agli altri".

    E lei come descriverebbe il modello Borussia?
    "Siamo gli unici che possono andare da un ragazzo di talento a promettergli che da noi crescerà in un ambiente stabile, con lo stesso allenatore. Questo è il messaggio. Responsabilità degli uni verso gli altri. Se perdi 10 partite di fila altrove pensano sia normale cambiare. Qui no. Eppure, se il Borussia cercasse un nuovo allenatore, arriverebbero a piedi dalla Cina. Questa responsabilità vale anche per me. Il Borussia sa che se mi chiama il Real Madrid, io resto qui".

    Perciò ha prolungato il contratto fino al 2018?
    "Ho firmato perché a Dortmund nessuno mi chiede della barba, di come vesto, di come parlo in tv. Parliamo solo di calcio".

    È vero che l'avevano contattata il City e il Chelsea?
    "Hanno chiamato tanti. Adessopossono risparmiare sulle telefonate. Non lavoro per guidare la squadra migliore al mondo, lavoro per poterla battere".

    Non le piacerebbe un budget più alto?
    "Se lo avessi, andrei a prendermi Ibrahimovic. Mi piacciono i giocatori matti. Ma sul mercato conta avere idee chiare, non solo i soldi. Non costruirei mai un dream team".

    Cos'è che non va in un dream team?
    "È perfetto per lo show. Ma venticinque super-super-super star creano problemi. Devi avere sempre un buon motivo per spiegargli l'esclusione. Così, appena c'è uno che starnutisce, l'allenatore corre e gli fa: che peccato, domenica non giochi. Non è da Borussia. Ecco perché sono la persona giusta nel momento giusto. Qui".

    È un romantico?
    "Non io. Il Borussia è romantico. Quando sono arrivato, ho capito cosa sia la fiducia. Forse nasceva dal lavoro fatto al Mainz, forse gli stavo simpatico come commentatore della tv Zdf".

    A proposito di tv. Che effetto le fa rivedersi quando si agita?
    "In certi momenti da qualche parte si schiaccia un bottone dentro di me ed esce quella faccia. Altri allenatori sono dei baronetti, portano la giacca, fanno l'inchino. Io metto la tuta e schiaccio il cinque. Loro fanno suonare i violini, il mio calcio è heavy metal".

    Heavy metal?
    "C'è chi dirige la squadra come un'orchestra. Fanno possesso palla, i passaggi giusti, ma è come una canzone silenziosa. A me piace vedere il pallone di qua, di là, le parate dei portieri, pali, traverse, noi che voliamo dall'altra parte. Devo farmi sentire dai miei, voglio una squadra che faccia "bang". Se da bambino avessi visto giocare il Barcellona degli ultimi 4 anni, con la sua serenità, le sue vittorie per 5-0, per 6-0, credo che avrei giocato a tennis".

    Non le piace il calcio di Guardiola?
    "È perfetto. Ma non è il mio sport, non è la mia filosofia. Non mi piace il calcio della serenità, mi piace il calcio delle battaglie. La pioggia, il fango, mi piace uscire dal campo con la faccia sporca, con le gambe così pesanti da credere che non riuscirai a giocare per settimane. Io esulto anche per una palla recuperata. Questo è il Borussia".

    È per questo che oggi siete una squadra cult?
    "Molti vengono dall'estero per vederci. O forse vengono a Dortmund per la birra. Di certo non vengono nel nostro stadio per guardare una recita, non facciamo Romeo e Giulietta, siamo calcio puro, calcio vero".

    Invece cos'è oggi il calcio italiano?
    "Non ho tempo per guardare tante partite, sono sorpreso dalla Roma, da come la fa giocare Garcia. Bellissima. Quando poi c'è Totti... È incredibile Totti. Anche se non sono bei giorni per l'Italia, eravate i migliori in difesa".

    Si ispira ancora alla difesa di Sacchi?
    "È stato uno dei miei modelli. Ho studiato sui video della sua squadra, sui movimenti di Maldini e Albertini".

    Oggi a chi darebbe il pallone d'oro degli allenatori?
    "Jupp Heynckes. Spero vinca lui".

    Cosa farà fra vent'anni?
    "Ho dedicato al calcio il periodo migliore della mia vita. È la sola cosa che credo di saper fare. Se mi chiedessero di costruire un tavolo, potrei impiegarci 30-40anni. È come se avessi due mani sinistre".

  6. #6
    Nato stanco L'avatar di Vitor
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    A cosa servono le statistiche nel calcio?
    http://www.vice.com/it/read/stili-di...io-fantacalcio

  7. #7
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    Roberto Carlos alla Gazzetta, poi basta che mi son rotto i coglioni

    Sivas non è Vegas. Nell'unica grande piazza della città, a cui conduce un'unica grande strada, gli uomini si ritrovano a bere tè seduti in cerchio, mentre salgono le voci dal mercato e il muezzin invita alla preghiera dal minareto. Roberto Carlos vive a qualche minuto dal centro, perché in città è al contempo re e straniero. Ha scelto Sivas, antica città bizantina, più vicina alla Siria che a Istanbul, per cominciare la carriera di allenatore: cercava un laboratorio in cui sbagliare in libertà, per poi partire verso città e squadre più nobili. In quattro mesi, però, lo scenario è cambiato: il Sivasspor è quarto e domenica ha fatto saltare il Fenerbahce allo stadio "Quattro settembre", a pochi chilometri dalla moschea. Gala e Besiktas, tornati in corsa in Süper Lig, in primavera potrebbero ringraziare offrendo a Carlos il suo primo maxi-contratto da allenatore.

    Il primo in assoluto, invece, qual è stato?
    "In Brasile, a 12 anni: tempo pieno in una fabbrica tessile, 200 euro al mese però ne valeva la pena. Quello stabilimento assumeva le ragazze più belle della città e all'argomento ero già sensibile...".
    In effetti in Italia abbiamo perso il conto delle mogli.
    "Quello è facile: due. Il difficile sono le donne con cui ho fatto un figlio: ne ho otto da sei o sette madri diverse".
    Come sei o sette?
    "Non me lo ricordo. Allora... una era messicana, una ungherese, le altre brasiliane. Quattro più due, sei".
    All'Inter ricordano soprattutto il matrimonio fallito con Hodgson nel 1996.
    "Voleva farmi giocare ala, io volevo giocare terzino. Però non è colpa sua se sono rimasto un solo anno".
    Chi è il giocatore più forte visto in Italia?

    "Totti. Se parliamo in assoluto, Zidane e Ronaldo. Una volta a Madrid stavo uscendo da un ristorante quando si avvicinò una signora: 'Ronaldo, Ronaldo, mi firmi un autografo?'. E io: 'Ok, mi dia il foglio. Con affetto, Ro-nal-do'. Quando lei capì, andò dalla Polizia a denunciarmi. Ho dovuto spiegare ai poliziotti che scherzavo".

    Chi è il più matto incontrato in una vita di calcio?
    "Gravesen, il danese ex Real. Viveva a un ritmo accelerato. In campo era divertente: ti faceva dei falli atroci e poi si metteva a ridere. Però una bravissima persona...".
    Gli anni del Real sono quelli delle vittorie: tre Champions, il Mondiale. Qual è stato il giorno più felice?
    "Quello in cui ho salvato la vita a Roberto Carlos junior, mio figlio adottivo. Aveva cinque mesi e un problema molto grave al cuore: senza operazione sarebbe morto in una settimana. Adesso ha 12 anni".
    In quegli anni Roberto Carlos-Seedorf era coppia fissa. Clarence diventerà un buon allenatore?
    "Certo, in campo è sempre stato leader, voleva insegnare tutto a tutti. Kakà mi ha detto che Clarence capisce bene i giocatori ma io lo sapevo, abbiamo vissuto nella stessa casa per un anno e mezzo: ogni volta stava in bagno tre ore a sistemarsi quei capelli con una crema cattivissima. Insopportabile".
    È sempre stato così serio?
    "Suonava a caso agli appartamenti dei vicini e, se quelli rispondevano, diceva che aveva delle pizze da consegnare. Abbiamo tutti un lato infantile".
    Carlos invece è un allenatore rivelazione: quarto. Piani per il futuro?
    "Due anni a Sivas, poi...".
    Come due anni?
    "Ah, lo sapete già? Va bene, uno. Per la prossima stagione ho due offerte concrete (una dalla Cina, ndr ) e con altre 4-5 squadre ho già parlato. A maggio dirò dove vado, forse in Turchia, forse in Spagna".
    Che fine ha fatto la Bugatti Veyron, l'auto più veloce del mondo?
    "La tengo in garage a Madrid. Per contratto posso usarla solo io, perché ha più di 1.000 cavalli contro i 700-800 di una Formula 1: è troppo pericolosa, e poi io non voglio che un altro tocchi la mia auto".
    Mai guidata in città?
    "Impossibile: in Brasile so dove sono gli autovelox, a Madrid no. E poi non sono appassionato come una volta, con le auto è come con gli orologi e le donne: dopo un po', mi stufo".
    Giusto per completare il censimento: è vero che in dotazione c'è anche un aereo?
    "No, era un elicottero. Ma in Brasile avere qualcosa di così caro è offendere molta gente povera. L'ho venduto".
    C'entra la religione?
    "Sono molto religioso anche se non vado in chiesa, no grazie. Mi inginocchio e resto in adorazione a casa, è uguale".
    Anche perché a Sivas ci sono solo moschee...
    "Dio è lo stesso, cambia solo il nome: per noi è Gesù Cristo, qui Allah. Io gli ho parlato prima di ogni partita".
    Quella volta nel '97 a Lione fu generoso. La punizione alla Francia è sovrumana.
    "Mai capito come mi è uscita. Usavo scarpe strette, e di sicuro hanno aiutato. Il pallone era molto leggero, e ha aiutato. La mia coscia sinistra ha una circonferenza di 64 centimetri, e anche quello c'entra. Però il tiro con le tre dita l'ho provato mille volte. Non mi è mai più riuscito".
    Qual è stata la cosa migliore fatta in carriera con il piede destro?
    "Andare in bicicletta, perché col destro spingo più forte. In campo, niente di niente: 2 gol in 25 anni. Tutto quello che Dio mi ha dato per il sinistro, per il destro me lo ha tolto. Mio papà era destro, i miei figli sono destri e anche io non scrivo con la sinistra. Mia mamma me la legava dietro la schiena perché non imparassi".
    Parliamo di Mondiali. Francia '98.
    "Sono stato il primo a vedere la crisi di Ronaldo, sul letto dell'hotel prima della finale. Per me era un attacco epilettico. Ho ancora paura: tremava, era rigido, tutto bloccato. Non aveva il fisico per giocare ma avevamo mezz'ora per decidere. E Ronie in Brasile è come un Dio, doveva esserci".
    Giappone e Corea 2002.
    "Eravamo la famiglia Scolari: tutti amici, Cafu e Ronaldo i leader, io un clown. Il bambino della famiglia".
    Brasile 2014.
    "Vince il Brasile, se dico un altro nome mi uccidono. Ma mi fa paura la Germania".
    Si può spiegare che cos'è l'Anzhi a chi non lo ha mai visto dal vivo?
    "Kerimov aveva il sogno di lavorare con me e mi ha fatto quel supercontratto. È una persona come noi ma se vai a casa sua e suoni, ti aprono 15 guardie del corpo. Lì è pericoloso...".
    Più di Makhachkala?
    "Mai avuto paura a Makhachkala. La gente lì è carina, ma la città è una follia. Una follia".
    È vero che è finito tutto per Eto'o?
    "Ha il suo carattere. Non ho niente contro di lui però Samuel vuole controllare tutto. Se ci sono un allenatore e un direttore, non puoi parlare con il presidente per decidere".
    Si può parlare della banana lanciata nel finale di Krylya-Anzhi, nel 2011?
    "Sarei uscito dal campo anche se fosse successo al terzo minuto. La gente ha problemi a casa, viene allo stadio e si sfoga: mi fanno pena. Quell'uomo mi ha lanciato la banana, poi mi ha chiesto di fare una foto".
    Com'è finita?

    "Ha fatto tre mesi di carcere. Gli hanno fatto mangiare solo banane. Colazione, pranzo e cena".

  8. #8
    fullmetalshinigami
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    Vi consiglio di seguire un grande classico su approfondimenti (tattici e non) che è www.ultimouomo.it

    Poi ci sarebbero anche Tacchetti di Ferro, Zona Cesarini e Lacrime di Borghetti che postano spesso articoli molto interessanti e divertenti (per quest'ultima parte soprattutto il primo. Gli altri due sono molto più antologici).

  9. #9
    Nato stanco L'avatar di Vitor
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    Eh sì, dall'altra parte prendevamo vari pezzi da lì. E' che mi scoccio di ricopiare 35 pagine

  10. #10
    fullmetalshinigami
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    Una richiesta... si potrebbero mettere gli articoli sotto spoiler? Sia da pc, ma soprattutto da cellulare scorrere tutta la pagina rischia di diventare molto "faticoso"

  11. #11
    La Principessa L'avatar di Shea
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    Io direi spoiler e pure link (nel senso che oltre ricopiarli ci mettiamo pure la fonte col link), che tornano sempre utili, che dite?

  12. #12
    Oltremodo sconveniente L'avatar di pity
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    Segnalo questo interessante articolo sullo stato della Serie A al giro di boa:
    http://statsbomb.com/2016/01/serie-a...season-review/

    Si parla della situazione di Napoli, Juve, Inter, Fiorentina e Roma statistiche (sensate, non quelle cose assurde tanto care ai telecronisti) alla mano.

    Cito in particolare un passaggio sull'Inter (grassetti miei):

    Inter have been able to build their point tally recording an astonishing conversion against of 5.2%. Basically while every other team’s shots against are converted at an average rate of 1 every 10 attempts, you need 10 more shots to put the ball into Samir Handanovic’s goal. Handanovic himself is probably the main contributor to this figure, since he has conceded just 12 goals and has kept 12 (!) clean sheets over the course of 19 games. The Inter goalkeeper has saved a resounding 85.5% of the 83 shots on target he has faced, remarkably over-performing his 70.3% career save rate. Just seven teams in the last seven Serie A championships have concluded a season with a SoT conversion against lesser than 20.0%

    [...]
    Mancini’s team has surely improved defensively with the likes of João Miranda and Jeison Murillo joining the team and with another destroyer like Felipe Melo partnering Gary Medel in the middle of the pitch. However Inter are not good as Juve or Napoli at preventing high-quality chances and considering the amount of shots (229, 8th) and shots on target (83, 12th) they have faced I would not be surprised to see a concrete regression in the second half of the season, especially if they will not be able to fix their relative offensive sterility.



    Consiglio comunque la lettura integrale dell'analisi perché offre molte considerazioni di rilievo.
    Dice che c'è rimasto sulo 'o mare | ¡Madre de Dios! ¡Es el Pollo Diablo!

  13. #13
    Senior Member L'avatar di felaggiano
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    Re: Il topic della Rassegna Stampa radical-chic

    Dice anche che la Juventus all'inizio andava male in buona parte per sfortuna. Chissà cosa ne pensano nel thread bianconero.

  14. #14
    Senior Member L'avatar di Odradek
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    Re: Il topic della Rassegna Stampa radical-chic

    Citazione Originariamente Scritto da fullmetalshinigami Visualizza Messaggio
    Vi consiglio di seguire un grande classico su approfondimenti (tattici e non) che è www.ultimouomo.it

    Poi ci sarebbero anche Tacchetti di Ferro, Zona Cesarini e Lacrime di Borghetti che postano spesso articoli molto interessanti e divertenti (per quest'ultima parte soprattutto il primo. Gli altri due sono molto più antologici).
    Aggiungo anche Futbologia (purtroppo non scrivono da un po'), Trappola del fuorigioco (simile a Zona Cesarini), Crampi Sportivi (un po' più cazzaro) e Rivista Unidici. Ancora non ho avuto l'occasione di leggere Uno-Due invece, che sembra interessantissimo. In inglese invece consiglio Zonal Marking.

  15. #15
    fullmetalshinigami
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    Re: Il topic della Rassegna Stampa radical-chic

    Rivista Undici è un "surrogato" di UU, nel senso che molti scrivono anche lì sopra. Bella anche quella.

    E Trappola del fuorigioco anche lo conoscevo, gli altri me li segno.

  16. #16
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    Re: Il topic della Rassegna Stampa radical-chic

    Di lui si è parlato molto nell'ultimo anno:

    http://www.ultimouomo.com/preferiti-jonathan-calleri/

  17. #17
    fullmetalshinigami
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    Re: Il topic della Rassegna Stampa radical-chic

    Almost famous
    Ascesa e caduta del Leeds United, ex nobile inglese: dagli anni d'oro dei Viduka e dei Kewell al duro anonimato dei tempi più recenti.
    Di Oscar Cini

    http://www.rivistaundici.com/2016/01/21/almost-famous/


    Esiste una certa voglia di retromania per cui non riusciamo a non amare squadre che abbiano ottenuto con il tempo una storicizzazione del proprio lavoro: avventure estatiche come il Milan degli olandesi o di Capello, il Parma di Zola prima e Crespo poi, o la Stella Rossa dei ’90. Tutte storie su cui il tempo ha posato una morbida cortina di nostalgia, necessaria a farci apparire così rilucenti queste moderne storie di calcio e vittoria. Ma è, forse, non nella sconfitta quanto nell’asintotica ricerca del suo opposto che troviamo l’appagamento maggiore. Storie di gioie sfiorate, vittorie appena annusate e poi perse, ci rendono in pieno l’ineffabile bellezza dei perdenti. Il Leeds United degli anni ’00, guidato da David O’Leary, rappresenta quanto di più vicino alla sublimazione massima del concetto di “perdente amore retrò” si possa trovare in circolazione: una squadra di potenziali fenomeni, uomini intenzionati a prendersi la scena, un sogno autarchico crollato una volta affacciatosi al proprio apice.
    Ultima modifica di fullmetalshinigami; 29-01-16 alle 19:50

  18. #18
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    Re: Il topic della Rassegna Stampa radical-chic

    Come si chiamava l'ex giocatore che aveva fatto una sua biografia dove raccontava tutte le corna alle mogli dei compagno?

  19. #19
    Senior Member L'avatar di ABS
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    Re: Il topic della Rassegna Stampa radical-chic


  20. #20
    Oltremodo sconveniente L'avatar di pity
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    Re: Il topic della Rassegna Stampa radical-chic

    Citazione Originariamente Scritto da fullmetalshinigami Visualizza Messaggio
    Almost famous
    Ascesa e caduta del Leeds United, ex nobile inglese: dagli anni d'oro dei Viduka e dei Kewell al duro anonimato dei tempi più recenti.
    Di Oscar Cini

    http://www.rivistaundici.com/2016/01/21/almost-famous/


    È il 5 aprile del 2000: Istanbul è stata per tutta la giornata un’amante gentile ed educata, un ditirambo sinuoso da cui farsi irretire in maniera completa. Istanbul ad aprile non è Leeds. Certo nello Yorkshire si sta bene; qualche metro sopra il livello del mare, affacciati sulla brughiera, si può trovare un angolo di serenità guardando il verde che si fa spazio attraverso le conformazioni rocciose. Eppure Istanbul porta in seno i geni di molti popoli: romani, bizantini, ottomani. Istanbul che è ponte sul Bosforo e allaccio di culture. L’inverno è pungente e gelido, l’estate umida: una canicola che ti appiccica i vestiti alla pelle in una costrizione permanente. La primavera, invece, è amabile e deferente. Mentre le lager scorrono gelide, rendendo sollievo all’esofago affaticato, un rosso intenso si fa spazio prepotentemente alle spalle della Sultanahmet camii. L’odore di tiglio ricrea un capolavoro sinestetico difficilmente replicabile altrove. Probabile che David O’Leary stia istruendo i ragazzi nella pancia dell’Ali Sami Yen Stadyumu dopo l’ultima rifinitura. L’atmosfera tesa dei giorni precedenti si palesa, lo spettro degli scontri diventa reale: due tifosi del Leeds sono a terra, morti sulla Taksim Meydam.



    Gli scontri di Istanbul

    Sarebbe tautologico affermare che quel match sia stato drogato. Dopato da un odio feroce, da un’assenza di concentrazione che il Leeds non poteva avere. I primi quarantacinque minuti sono un monologo a tinte gialle e rosse, una frazione lunghissima di tempo in cui gli inglesi hanno corso con davanti agli occhi un fitto drappo nero, spesso e avvolgente.

    I fatti di Istanbul rappresentano un turning point temporaneo all’interno del tifo inglese. Unito per un tempo breve, eppure apparentemente lunghissimo, nel ricordare due tifosi come chissà quanti altri. Prima del match di ritorno, David O’Leary, ha spiegato: «Oggi il Leeds non è più indifferente a nessuno. Tutta l’Inghilterra tifa per noi dopo quanto accaduto a Istanbul. Dobbiamo ribaltare il risultato anche per ricordare degnamente le nostre vittime». Potrebbero esserci parole più eloquenti?

    20 Apr 2000: A minutes silence is observed for the two Leeds fans who died in Turkey at the Leeds United v Galatasaray UEFA Cup Semi Final Second Leg match played at Elland Road in Leeds. Mandatory Credit: Michael Steele /Allsport

    Definiremmo singolare il fatto che uno dei punti più alti della storia recente del Leeds coincida con un episodio tra i più cupi del calcio moderno? La realtà è che quanto accaduto rappresenta una metafora irreversibile della storia del club: costruzione e distruzione, vittorie e dissesti finanziari. Vitalità e morte. Sono gli anni di Tony Blair al potere, e un’aura cupa come la foschia della brughiera quando è marzo si addensava sul Leeds già da qualche mese. Jonathan Woodgate e Lee Bowyer, due dei perni della squadra, vengono accusati di aver assalito senza motivo un giovane di origine asiatica. Da sempre Leeds vuol dire gioia e sofferenza: una storia fatta di grandi successi e sprofondi altrettanto eloquenti. Un palmarès che recita tre titoli inglesi, due Coppe delle Fiere, varie coppe nazionali e finali perse. Nel periodo della gestione Don Revie, il Dirty Leeds di Hunter e Bremner diventa una delle squadre simbolo del proprio tempo: vincente e odiata, capace di granire gli avversari come un mulino che lentamente attenta alla frangibilità di ogni singolo grano. Una brigata fedele al proprio capo, capace di battere la Juventus dei Furino e dei Bettega trasformando Leeds in un’arena di gaudio estatico, dopo la vittoria della seconda Coppa delle Fiere conquistata in pochi anni.



    Nel 1971 il Leeds United batte la Juventus e vince la sua seconda Coppa delle Fiere.

    Quella squadra è entrata nell’immaginario collettivo britannico, ne ha rappresentato un fenomeno pop e di massa. Un picco che poche altre volte si sarebbe rivissuto, in egual misura, in Inghilterra. Dopo i 44 giorni di Clough – la nemesi di Revie –, l’avvicendamento con Jimmy Armfield, la finale persa con il Bayern, il Leeds viene inghiottito da un enorme buco nero. Solo un talento adamantino come Éric Cantona poteva invertire lo spin, il momento angolare che aveva costretto Leeds e, il Leeds, ad un lungo peregrinare alla ricerca di un nuovo titolo: quello raggiunto con lui nel 1991-92.

    Leeds United F.C. manager Don Revie (1927 - 1989) lifts the 'FA Cup' trophy after his players beat Arsenal F.C. to win the FA Cup Final, Wembley Stadium, London, 6th May 1972. Also shown are Jack Charlton (left), Billy Bremner (1942 - 1997), and Paul Reaney (far right). (Photo by Express/Hulton Archive/Getty Images)

    Esiste una certa voglia di retromania per cui non riusciamo a non amare squadre che abbiano ottenuto con il tempo una storicizzazione del proprio lavoro: avventure estatiche come il Milan degli olandesi o di Capello, il Parma di Zola prima e Crespo poi, o la Stella Rossa dei ’90. Tutte storie su cui il tempo ha posato una morbida cortina di nostalgia, necessaria a farci apparire così rilucenti queste moderne storie di calcio e vittoria. Ma è, forse, non nella sconfitta quanto nell’asintotica ricerca del suo opposto che troviamo l’appagamento maggiore. Storie di gioie sfiorate, vittorie appena annusate e poi perse, ci rendono in pieno l’ineffabile bellezza dei perdenti. Il Leeds United degli anni ’00, guidato da David O’Leary, rappresenta quanto di più vicino alla sublimazione massima del concetto di “perdente amore retrò” si possa trovare in circolazione: una squadra di potenziali fenomeni, uomini intenzionati a prendersi la scena, un sogno autarchico crollato una volta affacciatosi al proprio apice.

    A cavallo tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000, il Leeds è il prototipo di squadra che preme per tornare nel gotha del football britannico. Durante l’ interregno del tecnico irlandese – un ottimo ex calciatore, tra i recordman di presenze con l’Arsenal – il Leeds avvicina un livello di performance che aveva toccato soltanto durante la Revie era. Tra la stagione 1998/99, in cui O’Leary succede al dimissionario George Graham di cui era allenatore in seconda, e la sua ultima sulla panchina dei Whites, arriva sempre tra le prime 5 della Premier; ottiene due semifinali continentali e un posto tra le squadre più influenti di inizio millennio.

    9 Dec 1999: Jonathan Woodgate and Ian Harte of Leeds celebrate Radebe's late goal during the UEFA Cup Third Round Second Leg match against Spartak Moscow played at Elland Road in Leeds, England. The game finished in a 1-0 win for Leeds and saw them progress to the next round via the away goals route. Mandatory Credit: Mark Thompson /Allsport

    Partendo dall’ossatura di squadra imbastita da Graham, arrivata quinta nella stagione 97/98, O’Leary costruisce, come un abile sarto, un vestito perfetto. Hasselbaink segna con una continuità mai vista, Marty, Harte, Radebe, Kelly e Woodgate formano la linea difensiva su cui si baseranno alcuni dei successi degli anni a venire; Bowyer è il brutale, imperituro e talvolta geniale totem intorno a cui gravitano gli umori della squadra, Harry Kewell e Alan Smith la seta purissima colta direttamente dalla fertile youth academy del club.

    Dopo aver raggiunto la qualificazione nel suo primo anno da manager, O’Leary gestisce da abilissimo demiurgo la campagna acquisti seguente: sfruttando la profittabilità di Hasselbaink, ceduto all’Atletico per 12.000.000 di sterline, inserisce nell’intelaiatura della stagione precedente i vari Mills (under 21 prelevato dal retrocesso Charlton, che O’Leary avrebbe voluto con sé già l’anno prima), il capitano norvegese Bakke, Duberry, Bridges (una riserva a Sunderland da 21 gol in maglia white). Per tutta la stagione il Leeds lotta per una posizione tra le prime quattro, alla fine del nuovo millennio gira in testa alla Premier. All’ultima giornata è un head to head con il Liverpool di Owen e Fowler per l’accesso in Champions League: in un documentario che sintetizza l’intera annata il commentatore descrive squadra ed allenatore come: «A young side, with a young manager». Una ragazza ancora acerba, ma in cui vediamo i prodromi di una donna bellissima e in velocissimo sviluppo. Il Leeds di O’Leary ci affascinava, probabilmente, più per quello che sarebbe potuto diventare che per quanto non sia stato realmente. Con il pareggio esterno contro il West Ham e la sconfitta del Liverpool, Smith e compagni si qualificano per la Champions.



    Il gol di The Jewell Kewell alla Roma, che vale ai Whites la semifinale

    Il processo di trasformazione del Leeds è una curva di crescita che punta verso la cima, una sommità che il passato ha fagocitato e sta ora restituendo. Viene annunciato un fatturato di 29 milioni di sterline, di cui 6 milioni di profitto. Con l’ingresso in Champions i ricavi dovrebbero subire una crescita ulteriore, così O’Leary spende per allestire una squadra competitiva: arrivano Dacourt dal Lens, Viduka dal Celtic, Dominic Matteo dal Liverpool. A novembre viene acquistato anche Rio Ferdinand dal West Ham per 18.000.000. Gli investimenti vengono fatti con la prospettiva di portare a casa qualche trofeo: l’anno prima la stagione è stata incoraggiante e intorno al Leeds c’è euforia.

    Vi è una tale considerazione per quanto sta accadendo nello Yorkshire, che O’Leary può permettersi di criticare il know-how tattico di Ferguson. Dopo aver eliminato il Monaco 1860 nel preliminare, il 19 settembre il Leeds batte il Milan in casa, con un tiro di Bowyer su cui Dida commette un errore così macroscopico da aprire un’era funesta di errori tristi. Nella seconda fase a gironi gli inglesi pareggiano 3 a 3 in casa con la Lazio – la batteranno poi all’Olimpico – in uno dei match più spettacolari nella storia della competizione.



    Leeds-Lazio 3-3.

    Il sinistro tagliato di Harte e la forza straripante di un rinoceronte bianco come Viduka (22 reti in tutta la stagione), si inviluppano amabilmente con il talento cristallino di Smith e Kewell.

    Per lungo tempo un ciclo si sviluppa e cresce. Arriva, tuttavia, un momento in cui la crescita si arresta e rimane solo una discesa verso l’ineffabile. Il Leeds ha connaturato nella propria storia il destino di chi crolla per aver bramato troppo. Se l’accelerazione selvaggia scalfisce lo sviluppo naturale dell’ontogenesi di una società, capiterà, prima o poi, che crolli quanto costruito frettolosamente. Una caduta che somiglia a quella turbolenta degli Amberson di Welles.

    L’eliminazione subita dal Valencia di Cuper nella semifinale di Champions, la mancata qualificazione alla stessa competizione per l’anno seguente, i prestiti richiesti dal presidente Ridsdale per far fronte alle troppo scadenze sarebbero dovuti essere un necessario campanello d’allarme: invece si è investito ancora, forse più di quanto possibile, pur di restare in una dimensione “altra”, quella del calcio luminoso e accecante.

    8 May 2001: The Leeds player surround the referee Urs Meier after Juan Sachez scored a controversial goal during the match between Valencia and Leeds United in the UEFA Champions League semi-final, second leg at Mestalla, Camp Del Valencia, Valencia, Spain. Mandatory Credit: Stu Forster/ALLSPORT

    Il riscatto di Robbie Keane, gli acquisti milionari di Fowler e Seth Johnson, hanno dato il via ad un’ultima stagione dicotomica: il giorno di capodanno il Leeds è in testa alla Premier dopo aver sconfitto il West Ham, per chiudere, poi, con un mesto quinto posto, finendo di nuovo fuori dalla Champions. Da seri contendenti di Manchester United e Real Madrid in Europa, il Leeds si è trovato ad affrontare un dissesto finanziario con velocità disarmante. Non è bastato l’entusiasmo degli anni gloriosi. Così come non sono bastate le intuizioni di O’Leary allenatore, la capacità di crescere un vivaio florido da riversare nel flusso della prima squadra. Si è manifestata così una crisi risolvibile soltanto con la scissione del gruppo storico e la cessione di alcuni dei punti cardine di quella splendida utopia chiamata Leeds.

    Dal sogno Premier all’incubo Championship passano pochissimi anni. I pezzi migliori di una macchina che stava funzionando perfettamente sono dispersi, in alcuni casi miseramente, per far fronte ai debiti. O’Leary entrerà ad Elland Road sulla sua Mercedes argentata, darà l’addio al presidente Ridsdale mettendo sulla scrivania la lettera di dimissioni dopo la cessione di Rio Ferdinand allo United. Ci saranno ancora consorzi di imprenditori e professori universitari alla presidenza, nuovi allenatori ed un dirigente cagliaritano. Quella del Leeds è una storia incerta e instabile. Una storia che ha continuato a scorrere negli ultimi anni ma che forse è rimasta immobile. Cristallizzata nel vermiglio pomeriggio di una Istanbul di quindici anni fa. Con il suono del Ney incastonato nelle note di una leggera armonia sufi ad accompagnare le danze dei dervisci. Non esiste apostasia. C’è solo la fede: nella vita come nel calcio, nella vita come nella morte. I tifosi del Leeds di fede devono averne più di chiunque altro.

    Il Leeds di Kewell, Viduka e Alan Smith: dominio totale a Championship Manager 2003. O 2001 o quel che era, boh. Una squadra invincibile.
    Dice che c'è rimasto sulo 'o mare | ¡Madre de Dios! ¡Es el Pollo Diablo!

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