Festival: topic generale
               
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Discussione: Festival: topic generale

  1. #1

    Festival: topic generale

    Apro questo topic dopo discussione sul salottino per discutere dei vari festival cinematografici che si susseguiranno, a partire dal Sundance che si sta svolgendo in questi giorni e che sto seguendo qui a Park City.

    NB. I primi post (fino ad Other People di Chris Kelly) sono repost di miei post precedenti sul salottino

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    Sundance Film Festival
    Park City, Utah - USA
    21-31 Gennaio 2016

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    E' mattina, ho dormito poco e male per via del fuso orario e sono già raffreddatissimo. Oggi giornata d'inaugurazione piuttosto tranquilla, i film iniziano le pomeriggio. Ne approfitto per parlare un po' di aspettative e titoli attesi in questa edizione 2016 che come sempre è affascinante. Anche se come sappiamo il meglio è sempre nei film di sconosciuti filmmaker che si avvicinano alla regia per la prima volta (l'anno scorso Gomez-Rejon e il suo Me, Earl and the Dying Girl, 2 anni fa Ryan Coogler con Fruitvale Station) ci sono comunque titoli di autori importanti che tengono alta l'hype intorno al film.

    Sicuramente il film dove c'è più curiosità da parte del pubblico è il debutto al lungometraggio del duo Daniel Kwak e Daniel Scheinert dal titolo "Swiss Army Man"; il duo, conosciuto con il nome di Daniels, è dietro ad una serie infinita di videoclip musicali, il cui più famoso è sicuramente questo:



    La particolarità del loro esordio al lungometraggio è la presenza di Daniel Radcliffe, che tenta di distaccarsi dall'etichetta di Harry Potter, che per tutto il film interpreta un.... cadavere. Guardate il video e fate due più due per pensare a che follia possa mai uscire fuori.

    Sicuramente il film più atteso in generale è il nuovo film di Todd Solondz, dal titolo Wiener-Dog, film dai produttori di Carol e American Hustle. La storia di un gruppo di persone legate tra di loro da un "bassotto", il wiener-dog appunto. C'è Danny De Vito, Julie Delpy, Greta Gerwig tra gli altri.

    Torna alla regia anche Kenneth Lonergan, che ricevette una nomination alla sceneggiatura nel 2001 agli Oscar con "Conta su di me", il film con Mark Ruffalo e Laura Linney (che ricevette anche lei una nomination come miglior attrice) e che ha curato la sceneggiatura tra gli altri di Gangs Of New York. Il nuovo lavoro, dal titolo "Manchester By The Sea", vede Casey Affleck e Michelle Williams nel cast.

    E ancora c'è Christine, che vede Rebecca Hall protagonista nei panni di Christine Chubbock, la famosa giornalista tv che nel 1974 si suicidò in diretta; il film, che vede tra gli altri anche Michael C. Hall, racconta la depressioni e gli ultimi giorni di vita della anchorman. Contraltare a questo film è il documentario di Robert Greene dal titolo "Kate plays Christine", che segue il percorso di un attrice che deve interpretare proprio la parte della giornalista; Greene è uno dei migliori documentaristi americani in circolazione, e il suo ultimo Actress è un filmone esagerato.

    Passando al cinema di genere, da me mai troppo amato, c'è Yoga Hosers, nuovo horror di Kevin Smith, facente parte della trilogia di cui il disturbante Tusk era il primo capitolo; qui le protagoniste (che nel primo comparivano solo in un cameo) sono la figlia dello stesso regista e la figlia di Johnny Depp; quest'ultimo parteciperà, come in Tusk, anche nel secondo film, nella stessa irriconoscibile parte. E poi c'è 31, il nuovo Rob Zombie, che dopo Le Streghe di Salem torna alle origini con un sano massacro nella notte di Halloween. Mi aspetto meno di zero.

    Tra i non americani, c'è il nuovo di Felix von Groinigen, il regista di "Alabama Monroe", che ebbe enorme successo un paio d'anni fa arrivando agli oscar; Belgica, questo il titolo, lo fanno già oggi alle 17.30, e dovrebbe essere il primo film che vedrò; poi Anne Fontaine, con il suo nuovo film "Agnus Dei", tra gli special screenings.

    E poi ancora Kelly Reichardt, Werner Herzog (che ho già visto), Kevin MacDonald su 22.11.63 tratto dal libro di Stephen King, Whit Stillman, Alex Gibney e il documentario sul The New Yorker, il documentario di Kaufman sul making of di Anomalisa, il doc della Garbus su Gloria Vanderbilt....

    Insomma di carne a fuoco ce n'è tanta, vediamo che ne esce

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    Belgica di Felix Von Groeningen



    Come detto ieri, il primo film che era possibile vedere per gli accreditati industry era il nuovo lavoro del regista Felix Van Groeningen, che tanto aveva sorpreso pubblico e critica con il suo Alabama Monroe (come lo hanno chiamato in Italia, in realtà The Broken Circle Breakdown) ed esponente di punta della così detta Belgian New Wave; il quinto e ultimo lavoro del regista, Belgica, prende ispirazione dai racconti del padre dell'autore, che gestiva un bar a Ghent. Ed è proprio un bar, dal nome appunto di Belgica, ad essere al centro della vicenda; l'attività, per ingrandirsi, necessita di investimenti, e per questo Jo contatta Frank, suo fratello con cui non ha rapporti da molto tempo, per chiedergli di entrare in società; quest'ultimo, contento di poter ricucire i rapporti, si butta a capofitto in quest'avventura, trascurando la moglie e la famiglia. Ed è proprio il rapporto tra il locale notturno di successo, che diventa un posto trendy della città tra concerti, droga e alcool, e il fallimento dei rapporti relazionali dei due protagonisti ad essere al centro del film di Von Groeningen. La sceneggiatura, scritta dal regista a quattro mani con Arne Sierens, è sicuramente il punto più debole del film, per via della sua banalità e del suo scorrere senza sorprese di particolare tipo. Sicuramente quello che è davvero interessante in Belgica è il comparto tecnico: il direttore della fotografia Ruben Impens ha compiuto un lavoro eccezionale nel ricreare le luci e le atmosfere da bar, e il comparto fotografico convince particolarmente. La scenografia e molto curata, e colpisce in positivo per la presenza di numerosi particolari in grado di dare volume e dimensione alla credibilità del lavoro, ma soprattutto il vero punto forte del film è la colonna sonora, firmata dal duo belga elettronico Soulwax, tra i massimi esponenti mondiali dell'electro. Una colonna sonora che mescola chitarre a basi elettroniche e sintetizzate con la tastiera molto convincenti, capaci di dispiegarsi ottimamente all'interno del film. Già dal trailer, qui sotto, potete capire l'impatto forte che le composizioni dei Soulwax hanno nell'equilibrio del film. Nel complesso, un film sufficiente; magari da von Groeningen ci si aspettava qualcosa di più.



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    Sky Ladder di Kevin Macdonald



    Secondo e ultimo film di ieri, visto in serata, e che ha aperto la sezione World Documentary Competition, è Sky Ladder: The Art of Cai Guo-Quian, che si focalizza appunto sull'opera dell'artista concettuale cinese, che tra le varie cose che ha fatto si segnala la cerimonia di apertura e chiusura delle olimpiadi di Beijing nel 2008. Specializzato in polveri da sparo ed esplosivi, il film segue la realizzazione dell'opera che da il titolo al lavoro di Macdonald, ovvero una scala fatta di fuochi d'artificio sparati nel cielo. Per capire meglio, ecco un filmato amatoriale realizzato in occasione della realizzazione dell'opera (non è una clip del film)



    che poi è anche il simbolo di un'opera d'arte evanescente in un'epoca dove invece è tutto registrato e tangibiile. L'occasione è quella giusta per una carrellata nella vita e nelle opere dell'artista, sicuramente una persona dal grande fascino, il cui taglio dato dal film è sul sacrificio, il sudore e il sangue ma anche la grazia che ha accompagnato il lavoro di Cao Guo-Quian. L'operatore è Robert Yeoman, uno dei più stretti collaboratori di Wes Anderson, che ha ripreso molto bene il regista e il suo lavoro sia nei momenti più spettacolari e frenetici sia in quelli in cui Cao Guo-Quian è immerso nella quiete del suo lavoro, dove traspare una certa grazia. Il regista Kevin Macdonald, che aveva vinto l'Oscar per il miglior documentario nel 2000 con Un giorno a Settembre, film che raccontava del massacro degli atleti israeliani a Monaco '72, porta in questo film sia tutta la sua capacità d'ispezione della realtà e di analisi data dalla sua esperienza da documentarista, sia la spettacolarità e l'azione data dalla sua esperienza di regista di film d'azione di grande budget, di cui il più famoso è sicuramente L'ultimo Re di Scozia, film sulel vicessitudini dell'Uganda dove Forest Whitaker vinse un Oscar nel 2006 (alla faccia delle polemiche sterili sui neri che non li nominano agli Academy); curiosamente, il percorso e il lavoro di Cao Guo-Quian rendono al meglio necessitando di entrambe queste visioni, in grado di cogliere le diverse sfaccettature delle opere dell'artista concettuale cinese. Molto bello.

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    Dopo aver passato il doposerata a chiacchierare con Robert Greene e del suo ultimo lavoro che presenterà al festival, il documentario Kate plays Christine, da cui mi aspetto tanto visti i precedenti lavori del regista, stamattina ho iniziato recuperando il primo lavoro in concorso nella sezione US Dramatic Competition, ovvero

    Other People di Chris Kelly



    che è una commedia tragicomica che racconta la storia di un ragazzo gay di 29 anni, interpretato da Jesse Plemons, uno dei protagonisti della serie tv di Fargo, che torna a casa per prendersi cura della madre, malata di cancro, interpretata da Molly Shannon. Il regista, veterano del Saturday Night Live, costruisce un film che si inserisce un po' nel filone indie e nelle tematiche di Me, You and the Dying Earl di Gomez-Rejon, che era stata una delle sorprese dello scorso Sundance. La trama procede, in maniera piuttosto scontata e piuttosto linearmente; il film ha i suoi momenti, dovuti soprattutto all'ottima prova offerta dalla coppia di attori, ma per tutto il film si ha la sensazione di qualcosa che gira a vuoto, come di un enorme pentolone pieno di ingredienti che però, alla fine, non si amalgamano tra loro. Piuttosto insoddisfatto, tutto sommato.

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    Oggi non so cosa vedro più oltre al fim di Kelly, si è conclusa da poco la proiezione per Industry e Stampa del primo dei due film che seguo qui al Sundance, ovvero A Good Wife di Marjana Karanovic, attrice serba (che aveva recitato in tutti i più importanti film serbi, Underground per primo) che si è cimentata col debutto alla regia, e sto cercando di capire un po' le reazioni, il che mi farà perdere tempo ad altre cose. Vi aggiorno più tardi, dai 6° e i 2100m di altitudine di Park City per ora è tutto

  2. #2

    Re: Festival: topic generale

    Wiener-Dog di Todd Solondz



    L'ottavo film dell'ex star del cinema indipendente Todd Solondz - presentato nella sezione non competitiva Premieres - è sicuramente il più bizzarro nel racconto e nei modi del regista americano. Wiener-Dog pone al centro proprio il bassotto, vero motore della pellicola, in quanto ci viene raccontato il suo passare di padrone in padrone andando così ad indagare la società americana di oggi, dal professore fallito e odiato dagli alunni (Danny De Vito) all'anziana signora la cui unica visita della nipote è per estorcere soldi per il suo fidanzato incompreso artista concettuale, dal tossicodipendente all'assistente di un veterinario. Solondz così ci mostra, attraverso alcune trovate interessanti come sempre nell'opera del regista, tutte le persone che possono entrare ed uscire nella vita di una persona (o nel caso letterale in questione, di un cane) e ciò che condividiamo e ci accompagna con tutte queste persone, Seppur possa essere considerato il film più caustico di Solondz, quantomeno dai tempi di Happiness, e seppur il regista si conceda delle inquadrature piuttosto forti, come la ripresa prolonguta della diarrea del cane, in realtà ci troviamo di fronte al classico prodotto narrativo del regista americano, continuato a narrare nello stesso modo e sollecitando sempre le stesse risposte. Per carità, girato molto bene, anche tecnicamente (e una menzione speciale va al direttore della fotografia Edward Lachman, capace di realizzare un'ambientazione molto colorata e molto convincente nella sua luminosità) ma da Solondz ci si aspetta ormai il definitivo salto di carriera, che però in questo film, che per usare un paragone è una versione americana e suburbana di Au Hasard Baltazhar (seppur preso con le molle), non si vede ancora. Tutto sommato forse il film più mainstream di Solondz.
    Ultima modifica di Cymon; 24-01-16 alle 03:54

  3. #3
    14,545 L'avatar di Frigg
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    Re: Festival: topic generale

    ottimo

  4. #4
    Senior Member L'avatar di Odradek
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    Re: Festival: topic generale

    Bel topic, iscritto

  5. #5
    Senior Member L'avatar di Guardian80
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    Re: Festival: topic generale

    Mi intriga Sky Ladder

  6. #6

    Re: Festival: topic generale

    Ci ho dormito su perchè non sapevo bene cosa scrivere, ma anche adesso ho le idee confuse.

    Swiss Army Man di Daniel Kwan + Daniel Scheinert



    Come ha scritto qualcuno su Twitter, è come un incrocio tra Cast Away e Weekend con il Morto, ma diretto da Gondry. Credo sia uno degli esordi più folli che sia mai passato per il Sundance negli ultimi anni. Non so davvero come valutarlo. Due amici arrivano su un'isola deserta e devono tornare alla civiltà; uno, interpretato da Paul Dano, è vivo, l'altro, interpretato da Daniel Radcliffe (si si, quello di Harry Potter) è morto. Ma non è uno zombie o un non morto o cose del genere, è proprio un cadavere. Da qui partono una serie di gag del più basso livello di comicità miscelata ad una visionarietà che non ti permette di staccare gli occhi dal film, e alla fine ti chiedi: "Ma che cazzo ho visto?", ma senza essere certo che quello che hai appena visto sia davvero una porcata oppure no. Per dire: Paul Dano che utilizza Radcliffe come un acquascooter alimentato dal propellente delle scorregge post-mortem del cadavere; Daniel Radcliffe che ha un'erezione poichè sta davanti ad una copertina in costume di Sport Illustrated e Paul Dano che utilizza questa erezione come bussola per tornare verso la civiltà. E' tutto immerso in un sogno onirico che appunto ricorda Gondry, Jonze, Lanthimos, ma rispetto a loro è tutto marcio, volgare, basso, stupido. La parte di costruzione del mondo è sicuramente la cosa più riuscita da parte del duo - che era diventato famoso per una serie di videoclip musicali, ne ho postato uno nel post introduttivo - mentre invece ovviamente la parte di sceneggiatura risulta molto debole, e troppo spesso si ha l'impressione che sia tutto un lungo sketch comico piuttosto che un film. Bravi Radcliffe e Dano, per il resto boh, un film sicuramente non per tutti, ma non sono neanche sicuro sia davvero per qualcuno. In ogni caso sono piuttosto curioso di vedere il futuro di questo duo. Delle potenzialità, al netto delle cose, ci sono. Chissà. In concorso nella sezione US Dramatic.

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    Citazione Originariamente Scritto da Guardian80 Visualizza Messaggio
    Mi intriga Sky Ladder
    E' un ottimo prodotto, e visto che il regista - Kevin Macdonald - è comunque un regista tutto sommato piuttosto famoso, soprattutto per i film d'azione, c'è una vaga speranza possa arrivare in Italia, magari distribuito da Wanted Cinema, che a volte attinge dal Sundance nella definizione del loro catalogo uscite.
    Ultima modifica di Cymon; 24-01-16 alle 17:23

  7. #7

    Re: Festival: topic generale

    Morris From America di Chad Hartigan



    This is Martin Bonner, il precedente film di Chad Hartigan, arrivato qui al Sundance 2016 con il suo terzo film, aveva favorevolmente colpito pubblico e critica, tanto da vincere il premio nella sezione NEXT. Morris from America, inserito nel concorso principale US Dramatic, la storia di crescita di un adolescente afro-americano che si trova a fare i conti con una nuova pagina della sua vita quando si trasferisce ad Heidelberg, Germania, e i suoi sforzi di adattamento a questa sua nuova realtà. Con una colonna sonora legata ai temi e ai ritmi dell'hip hop, aspirazione musicale del giovane, il film indaga sui temi della razza, della dislocazione culturale e delle aspirazioni musicali inserendoli in un contesto d'integrazione non più americano, nè migrante (o meglio, non nel senso tradizionale del termine) ma di un trasferimento in un contesto sociale completamente straniero (un paese europeo) dove il processo di integrazione delle persone di colore non ha raggiunto, per forza di cose, i traguardi che un paese multirazziale come gli USA hanno raggiunto. E rispetto al suo lavoro precedente Hartigan mostra una direzione più matura, con anche parecchia varietà di scelte stilistiche perfettamente integrate all'interno del film, senza quell'impressione di accademia che molto spesso capita a registi ancora giovani. Certo, per il resto, si tratta di un film che racconta una classica storia di crescita adolescenziale, ma è tutto messo in campo con una certa cura, e il risultato è sicuramente quello di un prodotto sincero, che si lascia guardare superando la sufficienza.

  8. #8
    Il filosofo dei giochini L'avatar di Nevade
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    Re: Festival: topic generale

    Iscrittissimo + speranza rece di Rob Zombie

    Il nostro :Vodcast - Le mie rece su ShelterNetwork -La mia musica come Ngf

  9. #9
    Senior Member L'avatar di Guardian80
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    Re: Festival: topic generale

    WTF Swiss Army Man

  10. #10

    Re: Festival: topic generale

    Anche se l'avevo già visto prima di partire poichè mi avevano dato uno screener in anteprima, ho approfittato per rivedermi in sala

    Lo and Behold: Reveries of the Connected World di Werner Herzog





    in cui il maestro tedesco si distacca dal tono avventuroso e sognante dei suoi ultimi lavori di non-fiction (stendiamo un velo pietoso invece sui film di finzione, Queen of the Desert per primo) per affrontare in maniera analitica l'origine e il futuro del web e la realtà interconnessa che si sta piano piano creando (per Herzog il più famoso lavoro profetico del cinema è Terminator), Strutturato in capitoli, il film è un'inchiesta approfondita sull'evoluzione tecnologica che secondo Herzog ha creato uno sviluppo tale da non poter essere immaginato da nessuno degli scrittori di fantascienza - Internet non viene quasi mai considerata nei romanzi ambientati nel futuro, ad esempio - e tale da creare un oggi e un domani in cui i dilemmi sociali, morali, emozionali e filosofici che ne derivano sono causa di grandi preoccupazione. Attraverso esperti web, visionari e scienziati (a partire dall'inventore dell'ipertesto Ted Nelson) Herzog si incammina in un discorso sulla storia di Internet, la sua forma e la sua funzione, oltre che il suo ancora inespresso potenziale, ponendo questioni sia di carattere tecnico ma soprattutto, ben più interessante, di carattere filosofico, dal succitato Nelson che paragona lo scorrere dell'acqua come una metafora dell'interconnettività allo stesso Herzog che pone agli esperti la domanda dagli echi dickiani: "Ma internet sogna di se stesso?". I temi vengono trattati in maniera veloce, susseguendosi uno di seguito all'altro, senza una vera e propria focalizzazione su un solo aspetto, dando a volte l'impressione di essere una fotografia imprecisa del fenomeno, per quanto affascinanti siano le singole parti; in realtà lo scopo di Herzog è quello di fare una panoramica a 360° delle nostre vite e delle nostre esistenze online, rendendo così coerente quello ritmo narrativo. Finanziato dalla società di cybersicurezza NetScout, il film è ambizioso, e pone con naturalezza il pubblico di fronte al fatto di trovarsi all'inizio di un nuovo mondo, con tutti gli interrogativi sul futuro del caso. Nonostante questo e tutte le storie di terrore nei confronti della tecnologia che ci circonda, il giudizio di Herzog sul mondo tecnologico intorno a noi è sostanzialmente positivo; è un omaggio infatti a tutti coloro che hanno contribuito a rendere il web e la tecnologia ciò che è oggi, ovvero qualcosa al tempo stesso ridicola e brillante. Fuori concorso e inserito nella sezione Doc Premieres, Lo and Behold è un'inchiesta tratteggiata in modo magistrale, come la stragrande maggioranza dei lavori del regista tedesco di non fiction. Da non perdere (tanto prima o poi si troverà facile).


  11. #11
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    Re: Festival: topic generale

    pretendo un commento sul maestro whit stillman


  12. #12

    Re: Festival: topic generale

    Citazione Originariamente Scritto da alberace Visualizza Messaggio
    pretendo un commento sul maestro whit stillman
    Arriva ma prima....

    Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan



    Kenneth Lonergan ha una carriera registica piuttosto peculiare; il suo primo film, Conta su di me, del 2000, era un piccolo gioellino con degli allora giovanissimi Mark Ruffalo e Laura Linney, tanto che vinse il premio speciale della giuria al Sundance di quell'anno e ricevette due nomination agli Oscar 2001, per la sceneggiatura originale e per l'attrice protagonista. Il secondo film arriva dopo 11 anni, Margaret, un film complesso sulla psicologia e i sensi di colpa di una donna che ha causato un incidente; funestato da una serie di problemi in post-produzione, che ne slittano l'uscita di 4 anni, il film si conquista una piccola nicchia di estimatori, a riprova della bravura del regista. Ora arriva il terzo lavoro, Manchester by the Sea, nella sezione non competitiva Premieres, che prende le mosse da un tema estremamente banale come il dolore e la speranza di redenzione di una famiglia la cui morte di una dei suoi membri riporta alla luce un confronto con una tragedia passata, ma il film costruisce i sentimenti di rabbia, amore, tenerezza, humour così bene da risultare un prodotto estremamente incisivo per comprendere noi stessi; Lonergan ha un grande occhio per il ritmo delle conversazioni umane, e lo utilizza per costruire un'orchestra di voci che fanno da contraltare al personaggio interpretato da Casey Affleck, chiuso e pietrificato nel suo dolore della scomparsa del suo fratello maggiore, Kyle, a causa di un infarto. Il ritmo prosegue per strappi e flashback, che raccontano il passato di Lee (il personaggio interpretato da C. Affleck, appunto) e che dispiegano appunto il significato del film. Splendida l'interpretazione dei due attori protagonisti, a cominciare dal succitato Affleck, probabilmente nella miglior parte della sua carriera, passando per Young Hedges, che avevamo visto negli ultimi due film di Wes Anderson, ovvero Moonrise Kingdom e The Grand Budapest Hotel, e che qui troviamo più maturo. Anche la fotografia, di Jody Lee Lipes, è molto interessante, alternando due tipi di luci: giorno grigio e nuvoloso e notte stellata, che contribuiscono a dare un significante alla storia. Per concludere, Manchester by the Sea è uno dei migliori film visti fin qui al Sundance, e a riprova di questo Amazon ha deciso di puntarci tantissimo, strappando (è notizia di ieri) i diritti nazionali per la cifra di 10 milioni di dollari. Arriverà in Italia, ne sono convinto. Da vedere.

  13. #13

    Re: Festival: topic generale

    Love & Friendship di Whit Stillman



    Whit Stillman e Jane Austen è un legame piuttosto forte; già il primo film del regista americano infatti, Metropolitan, che prese nel 1990 una nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura non originale (appunto!), era un aggiornamento dell'ardore amoroso e dei valori sociali delle classi ricche, ma anche i successivi capitoli della trilogia sulle giovani ricche innamorate, ovvero Barcelona e The Last Days of Disco, riflettevano su come il reddito, la fede religiosa e la pressione sociale influiscano in maniera decisiva nelle dinamiche amorose così come lo erano nell'Ottocento della Austen. Per cui non si rimane sorpresi del fatto che Stillman abbia deciso di realizzare, e portare nella sezione fuori concorso Premieres qui al Sundance, un film tratto da una novella postuma della Austen dal titolo Lady Susan, dal nome Love & Friendship.

    La parte della leonessa in questo film la fa Kate Beckinsale, nei panni di una vedova manipolativa che plasma a suo piacimento famiglia e amicizie. E' un'interpretazione estremamente convincente quella dell'attrice, capace di caratterizzare perfettamente il personaggio e di cambiare anche sfumature di registro caratteriali, dandole un torno passivo/aggressivo molto appropriato alla parte. In generale però la caratterizzazione dei personaggi è molto ben fatta, dando l'impressione di aver creato un gruppo assolutamente convincente nel tempo storico in cui vivono. La cosa più curiosa tra l'altro è che ambientando nel passato la vicenda si ha nel film di Stillman un ribaltamento dei temi: mentre nei primi film c'è una celebrazione della nostalgia e dei bei tempi andati, qui invece quello che viene portato a galla è la pura e semplice ragione, distaccata dai sentimenti romantici, e la voglia di guardare in un certo senso al futuro.

    Il film mantiene lo stile narrativo molto complesso della Austen, inserendo la presenza del narratore a stemperare le scene, a volte inserendo la sua voce nel mezzo delle scene per indicare ad esempio il nome del lord o della lady appena entrata - con delle descrizioni ironiche e molto sagaci. E' un espediente che funziona molto, e in grado di mantenere alta l'attenzione, oltre che a permettere di districarsi nel complesso universo di personaggi e titoli nobiliari presenti nel film.

    Dal punto di vista tecnico, il direttore della fotografia Richard Von Oosterhout fa largo uso di luce naturale sia negli interni che negli esterni, rendendo così gli ambienti vivi senza tradire il periodo storico; un plauso va anche alla costumista, che interpreta perfettamente la passione per il bel vestire della protagonista realizzando vestiti su vestiti che Lady Susan indosserà per tutto il film, dando chiaramente l'impressione della sofisticatezza e dell'opulenza a livello visivo della nobiltà del tempo.

    Come ha detto qualcuno in conferenza stampa, e sottoscrivo, Love & Friendship è quanto di più vicino possiamo trovare oggi ad un film di Lubitsch per stile e ritmo. Non sarà un capolavoro, ma scusate se è poco.

  14. #14
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    Re: Festival: topic generale



  15. #15

    Re: Festival: topic generale

    E' mattina e sono indietro di tre film da raccontarvi Tra l'altro poichè i due film per cui sto lavorando necessitano ancora di essere spinti un po' (ma i film non americani al Sundance son sempre messi un po' in ombra da stampa ed addetti, a meno che non parliamo di autori riconosciuti) non riparto domani come previsto inizialmente ma mi trattengo fino a fine Sundance, quindi Nevade può ancora sperare che vada a vedere 31 Iniziamo a recuperare i film, a partire da...

    Certain Women di Kelly Reichardt



    Kelly Reichardt, di cui avevo apprezzato il precedente Meek's Cutoff, è una regista che lavoro molto con il silenzio e la desolazione: paesaggi spogli, parole non dette, ecc. E' così anche Certain Women, il suo ultimo lavoro, presentato fuori concorso nella sezione Premieres, si muove nella stessa direzione, e ci racconta la storia di alcune donne del Montana alle prese con la loro vita in un posto della provincia americana; colpisce innanzitutto tra la solitudine e la chiusura delle persone e la grande vastità del paesaggio, che ci fa comprendere come l'interesse della regista sia di tratteggiare da un lato i caratteri e la personalità delle attrici e dall'altro le caratteristiche del paesaggio stesso, e di come queste due cose interagiscono tra loro. Per la Reichardt non è solo il tema ad essere importante nel film, ma anche l'estetica, piazzandosi a metà tra la fiction letteraria e il film d'arte. Sul comparto tecnico da segnalare la fotografia, curata come gli altri film da Christopher Blauvelt, che ha contribuito a creare questa sensazione a metà tra il documentario e il film d'arte, aiutato anche dalla splendida prova delle tre attrici principali, ovvero Laura Dern, Michelle Williams e Kristen Stewart, perfettamente a loro agio nelle parti di lavoratrici della working-class del Montana. Sufficiente.

  16. #16
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    Re: Festival: topic generale

    Segnati Herzog (come se ce ne fosse bisogno ) e Manchester by the Sea

  17. #17

    Re: Festival: topic generale

    Operation Avalanche di Matt Johnson



    Avevo visto The Dirties, il primo lavoro del regista Matt Johnson, in concorso in Cineasti del Presente a Locarno 2013, e l'avevo trovato un lavoro molto buono, motivo per cui sono andato a vedere questo secondo lavoro, dal titolo Operation Avalanche, inserito dai programmatori del Sundance in una sezione minore, dal titolo Next, che presenta film che utilizzano modalità innovative di narrazione (che di per se è molto interessante ma che, nel caos del festival, viene sempre un po' snobbato per far posto alle sezioni competitive principali e ai fuori concorso). Operation Avalanche conserva le stesse caratteristiche del precedente lavoro: girato come materiale di found footage (e quindi sullo stile di un falso documentario), anche qui i due interpreti principali, ovvero Owen Williams e lo stesso regista Matt Johnson interpretano se stessi, questa volta non più degli sfigati nerd delle università americane degli inizi anni '2000 come in The Dirties, bensì tra i migliori prospetti del loro college, tanto da essere reclutati dalla CIA nel 1967. Questa gli affida un compito spinoso: trovare e smascherare una spia sovietica infiltrata all'interno della NASA per far passare al di là della cortina informazioni segrete sul Programma Apollo. Per entrare nella NASA senza destare sospetti allora, i due decidono di fingersi documentaristi che stanno girando un lavoro sull'agenzia spaziale, per avere così l'occasione di poter curiosare in giro. Senonchè la ricerca della spia passa in secondo piano nel momento in cui scoprano una terribile verità: la NASA non è attualmente in grado di poter mandare alcunchè sulla Luna. Allora, per dare una dimostrazione di forza del loro paese, i due prendono una decisione, ovvero realizzare un finto allunaggio sul nostro satellite filmandolo con le telecamere, al fine di mostrare la superiorità degli USA attraverso la vittoria della sfida spaziale.

    Da qui partono tutta una serie di trovate assolutamente geniali che filmicamente si inseriscono alla perfezione all'interno del film: strizzando l'occhio ai cospirazionisti, il film a un certo punto ci mostra i due andare sul set di 2001: Odissea nello Spazio (inserendo i personaggi all'interno di materiale d'archivio originale) per incontrare Stanley Kubrick al fine di chiedergli dei consigli su come realizzare il prodotto cinematografico. E ancora ad un certo punto c'è un inseguimento in macchina in un unico piano sequenza che è una esplicita citazione (oltre che complmentare) a quello de I figli degli uomini di Cuaron, il tutto però inserito perfettamente all'interno di una dinamica di realtà assolutamente coerente; si ha sempre la sensazione, durante il film, di stare assistendo ad un documentario, poichè non ci sono mai momenti in cui il velo di realtà cade (se non ovviamente poichè sappiamo che la vicenda è falsa, ma aprioristicamente è tutto assolutamente reale nel modo in cui è realizzato). La fiction e la realtà diventano un'unica cosa, specie nei momenti in cui ad esempio il Matt Johnson del film costruisce la scenografia per il finto allunaggio, che a sua volta diventa la stessa usata dal Matt Johnson regista per realizzare il suo film.

    Anche dal punto di vista tecnico il film concorre a questa sensazione di reale: seppur girato in digitale (credo per motivi di budget, in quanto film indipendente a basso costo, ovviamente per gli standard americani), sono state utilizzate lenti 16mm e il girato è stato poi processato in pellicola, rendendo molto bene l'imperfezione e la grana di un film di quegli anni. Poi, certo, il finale non convince molto, e tutto sommato alla fine rimane un film fine a se stesso, in quanto non si comprende appieno il messaggio e il tema che il regista vuole dare al film, se non ironizzare sulle teorie cospirazioniste, ma secondo me rimane un film estremamente godibile e in grado di mostrare pienamente il potenziale di Matt Johnson. Da vedere.


  18. #18

    Re: Festival: topic generale

    Goat di Andrew Neel



    In concorso nella sezione US Dramatic (e nella sezione Panorama della Berlinale, ci portiamo già avanti col lavoro ) il secondo lavoro di finzione di Andrew Neel, regista formatosi col cinema documentario, è una storia di un legame tra fratelli piuttosto brutale condita da insicurezza e rabbia, girata dal regista con la chiave del pathos - ci sentiamo male per la sorte dei due fratelli e simpatizziamo con loro, per dirla in due parole. Il lavoro - un progetto su cui David Gordon Green ha lavorato per una dozzina d'anni prima di passare il testimone a Neel - si incentra nel mostrarci la cultura delle fratellanze nei college, esprimendo un mondo fatto di machismo, birre e quant'altro per mascherare le insicurezze di fondo dei protagonisti. Basato sulle memorie di Brad Land, il film vede come protagonista Ben Schnetzer nella parte di Brad; è un'interpretazione sicuramente convincente, molto bravo nel tratteggiare la figura mostrando una persona sospesa tra le ferite psicologiche e il bisogno di essere accettato. Mediamente bravi anche il resto degli attori, che riescono a dare credibilità e forza al film, e c'è da segnalare un cameo molto divertente dell'ormai onnipresente James Franco, che qui è anche produttore. Il problema però, è che c'è ben poco da dire perchè il film è davvero noioso e piuttosto scontato. Da evitare.

  19. #19

    Re: Festival: topic generale

    The Birth of a Nation di Nate Parker



    Prima di parlare del film, c'è da segnalare come dopo la premiere l'altra sera, accolta da standing ovation e tripudio di pubblico e critica, si è scatenata una vera e propria asta per comprare i diritti nazionali (quindi per la distribuzione negli USA) del film, che ha visto colossi come i Weinstein e Netflix scendere in campo per acquisire il titolo. Alla fine a spuntarla è stata Fox Searchlight, che ha battuto il record di spesa per l'acquisto dei diritti di un film al Sundance, sprendendo 17,5 milioni di dollari. Il film ha richiesto sette anni di lavoro al regista Nate Parker, che esordisce dietro la macchina da presa dopo una carriera di attore a discreti livelli (lo ricordiamo in Red Hook Summer di Spike Lee, La Frode o ancora Niente Santi in Paradiso). e si vede come il film pulsi proprio della volontà di Parker di realizzare un film sulla rivolta degli schiavi di colore nel 1834 guidata da Nat Turner; intepreta quest'ultimo, scrive la sceneggiatura e la dirige, mostrando una necessità da parte sua di raccontare questa storia. A 100 anni e spicci dall'omonimo film di David Wark Griffith ("Griffith, è come un padre per me!" cit.) che tanto aveva provocato reazioni per il suo essere fondamentalmente pieno di immagini razziste (e Griffith lo era, in fondo), nel film di Parker il discorso si basa proprio sul purificare il medium cinematografico trattando le persone di colore con l'onestà che necessitano, e su questo già 12 Anni Schiavo aveva fatto una breccia. Parker sicuramente racconta la storia in modo molto più convenzionale rispetto al film di McQueen, ma dal punto di vista del messaggio forse The Birth Of The Nation sposta l'asticella ancora oltre, diventando quasi una riflessione "teologica" nel suo essere terribilmente brutale. L'assunto di Parker è che, quando si parla di schiavitù, sono molto pochi i bianchi che possono considerarsi innocenti, e per questo la ribellione di Turner si mostra estremamente brutale nel suo svolgimento. Il pregio del film di Parker è quello di non mostrare due fazioni distinte, quella dei buoni e quella dei cattivi, per cui diventa naturale tifare per uno o per l'altro, ma si concentra sulle facce, mettendole a confronto tra di loro e dandole umanità, in un qualche modo rendendo il dramma ancora più vivo ed umano. La fotografia di Elliot Davis è ben fatto, e in particolare si segnalano le riprese notturne, e una nota di merito va anche alla colonna sonora di Henry Jackman, molto varia e basata su diverse tradizioni musicali del tempo. Certo, l'inesperienza del regista si fa sentire, soprattutto nel dirigere il resto del cast, non all'altezza e a volte ineffettivo; in più a volte il film perde dei colpi e ritmo, ristagnano in se stesso. Rimane però un esordio assolutamente diginitoso, da premiare per la grande necessità e forza con cui è stato portato in scena.

  20. #20
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    Re: Festival: topic generale

    gianfranco rosi (below sea level, sacro GRA) ha vinto l'orso d'oro al festival di berlino.



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