Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][wot] - Pagina 3
               
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Discussione: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][wot]

  1. #41
    #mainagioia L'avatar di von right
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    Minchia che cumulo di merda fumante.
    Mr Pink, Guerriero da tastiera !!! Profilo su steam.

    Lista chiavi Steam x scambi

    Problemi con l'inutile svapo o altri? La soluzione è qui

  2. #42
    Finalmente L'avatar di Ginzo
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    Citazione Originariamente Scritto da PistoneViaggiatore Visualizza Messaggio



    Dove passo io si sente questa musica:

    Azz, magari fossi sotto un vecchio albero. Ma non sotto abbastanza da toccare terra

  3. #43
    Senior Member L'avatar di Marlborough's
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    Citazione Originariamente Scritto da Cesarino Visualizza Messaggio
    Verso la metà di aprile...
    Leggo nulla: è quel film di Polanski con la Weaver sequestrata e seviziata in un qualche paese sudamericano che poi si vendica del (presunto?)carnefice?


  4. #44
    Senior Member L'avatar di Cesarino
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    Ragazzo accoltellato sul tram, fermati due latinos della MS-13

    I due ventenni, originari di El Salvador, appartengono alla famigerata pandilla nota per la sua violenza. Sarebbero loro gli autori dei due tentati omicidi avvenuti la sera di domenica 3 luglio nei pressi della discoteca Lime Light


    Sono stati fermati dalla polizia gli autori dei due tentati omicidi avvenuti la sera di domenica 3 luglio nei pressi della discoteca Lime Light, a Milano. Sono entrambi originari di El Salvador e appartengono alla gang sudamericana Ms-13, nota per la sua violenza (la stessa dell’assalto al capotreno col machete, alla stazione di Villapizzone). In manette Antonio Omar Velasquez detto «Chukino», 20enne irregolare con precedenti per rissa e porto abusivo di arma bianca, e Arturo Mauricio Sanchez Soriano detto «Peludo», 21enne regolare con gli stessi precedenti dell’altro.

    Tutto è cominciato con l’assalto da parte di un gruppo di una ventina di sudamericani, appartenenti alla Ms-13, alla discoteca «Lime Light» in via Castelbarco. Antonio Omar Velasquez alias «Chukino» avrebbe aggredito lì un 22enne salvadoregno, ritenuto erroneamente membro di un’altra gang. Dopo aver ferito il ragazzo alla gola con un taglierino, Velasquez è scappato su un’auto assieme a una piccola parte del gruppo di venti sudamericani che aveva provato invano a entrare in discoteca. Il ferito è stato soccorso e salvato dai medici con 120 punti di sutura. Gli altri ragazzi della gang intanto si sono diretti alla vicina fermata del tram 15. Tra loro anche Sanchez Soriano. Saliti sul mezzo hanno cominciato a litigare con una compagnia eterogenea di ragazzi, fra cui anche dei minorenni di cui una centroafricana. Tra di loro anche il 21enne «Peludo», Arturo Mauricio Sanchez Soriano. Questi a un certo punto, sul tram, ha creduto di riconoscere un giovane sudamericano con cui qualche tempo prima aveva avuto uno screzio, e ha chiamato «Andrea», cercando la rissa. Ubriaco, ha cominciato a prendere a pugni i finestrini, mentre i compagni giravano le telecamere del tram.

    Sul tram 15

    A quel punto Albert Dreni, 18enne albanese in compagnia del ragazzo sudamericano preso di mira, è intervenuto a difesa del suo amico etichettato come «Andrea». Scesi dal tram, all’altezza di Porta Lodovica, «Peludo» gli è saltato addosso sferrandogli quattro colpi di coltello a serramanico al cuore. Albert, soccorso dal 118 e rianimato, è stato portato all’Humanitas in condizioni disperate: i medici, spiega la Mobile, attendono la morte cerebrale per ufficializzare il decesso. Per lui, che non si è mai ripreso dal coma, in sala operatoria non c’è stato niente da fare. Incensurato, lavorava per un’impresa edile dell’hinterland.

    Voleva diventare il capo

    Sin dall’inizio gli investigatori si erano concentrati sui possibili legami tra i due episodi di violenza, avvenuti in tempi e luoghi ristetti. Ad oggi le indagini della polizia continuano per capire se ci siamo altri responsabili. «Chukino», in Italia da 5 anni, è stato arrestato in un luogo di Milano città dove solitamente si radunano le nuove leve della MS-13, mentre Sanchez Soriano è stato raggiunto sul posto di lavoro nell’hinterland, in un’impresa edile. L’arma è stata trovata nascosta dietro a un mobile a Milano, nella casa in cui Sanchez Soriano, da 4 anni a Milano, vive con la famiglia. «Peludo», che ha solo 21 anni, stava cercando di accreditarsi come nuovo capo nella gang Ms-13, o «Mara Salvatrucha 13», diffusa in tutto il mondo e considerata dall’Fbi la seconda organizzazione criminale degli Stati Uniti. Anche a Milano la gang è attiva da tempo e affilia nuove leve tra i giovani sudamericani. Per entrare nella «pandilla», i giovani di solito subiscono un pestaggio mentre le donne vengono sottoposte a violenza sessuale. Sul corpo il ragazzo ha diversi tatuaggi tipici dell’iconografia della MS-13 che indicano, secondo la Mobile, un’affiliazione nel Paese di origine, El Salvador. Tra questi le mani congiunte con il rosario al centro, immagine usata dai latinos come simbolo indelebile con cui chiedere scusa alla madre per la «vita loca».

  5. #45
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    Citazione Originariamente Scritto da PistoneViaggiatore Visualizza Messaggio
    Secondo me sia il testo sia voi che sparate a gratis su osservazioni di una persona che aldilà della retorica s'è evidentemente spaventata, cosa comprensibile a mio modo di vederla, state esagerando in sensi opposti.
    Ma spaventata di cosa, vai in un ufficio della polfer con due militari e un poliziotto, per quei minuti sei la persona piu' sicura di tutta la stazione.
    Ma che cazzo.

    Tutte le volte che mi hanno fermato, mai avuto nessuna paura dalla Polizia o Carabinieri che fossero, anche quando ero in colpa.
    Poi oh, che sia bianco, maschio, 1.80 e biondo( oddio oramai castano chiaro e un po' bianchi ) e con gli occhi azzurri puo' aver aiutato, forse.


  6. #46
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    Bof!
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  7. #47
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    questa ha il treno alle 5 e viene portata dentro alle 4

    quindi è arrivata anche prima

    io non so voi ma arrivo in stazione boh, se va bene un 15 minuti prima che parta il treno nun tiene niente a fà la signorina
    Anche se le filastrocche non vi piacciono, beccatevi lo stesso il Link! ( )

  8. #48
    Senior Member L'avatar di Cesarino
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    Skaiuolfo, ma anche tu fermi le spammine e gli fai la faccia brutta???

  9. #49
    Filastrocchiere di STOCAZ L'avatar di Skywolf
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    Citazione Originariamente Scritto da Cesarino Visualizza Messaggio
    Skaiuolfo, ma anche tu fermi le spammine e gli fai la faccia brutta???
    sì, le guardo normalmente.

    però non è che le fermo; corrono troppo veloci!
    Anche se le filastrocche non vi piacciono, beccatevi lo stesso il Link! ( )

  10. #50
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    è un'italia militarizzata ormai.
    che schifo.
    che aria pesante.


  11. #51
    Finalmente L'avatar di Ginzo
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    Percepivo la TENSIONE leggendo

  12. #52
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    odore di maschilismo che ti penetra nel cervello.


  13. #53
    Senior Member L'avatar di Cesarino
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][


  14. #54
    Senior Member L'avatar di Cesarino
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    Tira una brutta aria pure sul 34 barrato (cimitero di Staglieno - Stazione Principe).

    L'altra sera ho preso l'autobus, e me ne stavo tranquillo cullato dal ritorno degli ammortizzatori sulle buche cittadine, mentre nelle cuffiette Gianni Bella mi rammentava che non si può morire dentro.

    Sul mezzo massaie, alcuni extracomunitari venuti a rubarci i posti a sedere riservati agli invalidi di guerra e del lavoro o comunque a parlare col conducente, l'importante è violare una norma a caso, una coppietta intenta a limonare medio, tutto sembra normale mentre il mezzo sferraglia placido come una pensionato nella cassa veloce alla Coop, quandoo a un certo punto accade.

    Salgono i controllori, uno davanti, l'altro dietro, come in un rastrellamento tedesco e intimano (INTIMANO) a un passeggero di mostrare loro il biglietto. Lui vedo che suda e inizia a balbettare che non ha potuto acquistarlo perchè sua nonna si è sentita male e ha dovuto comprare un farmaco costoso per il suo anziano cuore, le è molto affezionato in quanto la vecchia tutt'ora, nonostante lui abbia 45 anni, gli legge una fiaba prima di dormire, pure al pomeriggio. Siamo tutti commossi, piange anche l'autista, ma non loro, non gliene frega un cazzo della nonna e del bagaglio emotivo di questo pover'uomo cui la vita ha riservato poche gioie perchè oltretutto tifa Inter: iniziano a elevare una contravvenzione in lingua tedesca scritta in Gothic Bold: è troppo, devo intervenire.

    "scusate, cosa state facendo?"

    uno dei due mi squadra mentre con la mano accarezza l'obliteratrice di acciaio inossidabile carica che esibisce sul fianco destro.

    "lei è un curioso, che lavoro fa?"
    "i post su facebook"
    "ah, si era capito dal like che le è appena caduto, ce l'ha il biglietto?"

    nessuno mi aveva mai chiesto il biglietto, sono un cittadino italiano, pago le tasse, sono bianco e della bilancia ascendente bilancia, ma adesso mi rendo conto dell'aria di regime nella quale siamo finiti un centimetro alla volta, mostro loro il biglietto con la mano tremante, lo guardano bene per controllare che sia timbrato correttamente in un'atmosfera surreale, l'autista si è fermato perchè gli sudano le mani dalla tensione e il volante in curva scivola. Mi ridanno il biglietto "arrivederla, buon viaggio", una minaccia velata? cosa vuol dire buon viaggio?

    Scendo dal mezzo scosso, mentre il bus si allontana con il suo carico di umani spaventati, scende anche il tizio senza biglietto che continua a balbettare, balbetta davvero. Chiamo il mio amico Samantho che fa il casellante "E' legale tutto questo?", dice di sì, ma è un abuso, non possono augurare buonasera prima delle 22. Non è accaduto in Messico o in una qualche sperduta periferia dell'est, tipo Brindisi, ma qui, nella civilizzata Europa.

    Dalla frontiera è tutto, stay tuned.

  15. #55
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][


  16. #56
    Finalmente L'avatar di Ginzo
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][


  17. #57
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][


  18. #58
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    Mi aspettavo un finale stile Cartaoro™

  19. #59
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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    Citazione Originariamente Scritto da Moloch Visualizza Messaggio
    bianco anemico & rasato, l'iperattenzione della polfer rimane sospetta anche per me
    e ribadisco che nelle tratte in centro italia mi è sempre capitata la selettività etnica a mio discapito, poi non so come giri al nord
    Ti scambieranno ogni volta per uno skinhead

    - - - Aggiornato - - -

    Citazione Originariamente Scritto da Cesarino Visualizza Messaggio
    Verso la metà di aprile sono stata fermata dalla polizia in una stazione di Milano. È stata una decisione precisa, personale. Loro stavano lavorando e io gli ho fatto una domanda.

    Milano Rogoredo è una stazione molto frequentata da pendolari e studenti, alla periferia sud della città, che spesso scelgo come punto di partenza e di arrivo: ci passa la linea 3 della metropolitana, poche fermate e sei in centro. Comodo. C’è un’edicola, un bar. Dall’altro lato dei binari, i palazzi di Sky.

    Il mio treno parte alle cinque. Ho appena fatto il biglietto all’automatico. Alle mie spalle, un poliziotto sta parlando a un uomo. Non puoi stare qui senza biglietto, gli dice, è vietato. Stai aspettando qualcuno? Stai partendo? No? Allora te ne devi andare. L’uomo ha la pelle scura, un cappello con la visiera, una tuta da ginnastica, pulita. Parla poco, a voce bassa. Non riesco a capire se le sue risposte sono evasive o se non conosce bene l’italiano. Il poliziotto alza la voce. Vattene, vattene. Al suo fianco ci sono due militari in tuta mimetica. Lui indica un punto del soffitto, dice, lì sopra ci sono le telecamere, sparisci. L’uomo si allontana, se ne va.

    Io mi guardo intorno. La stazione è affollata, il tabellone annuncia una ventina di treni nella prossima ora. Mi avvicino al poliziotto – mantenendo una certa distanza: tra me e lui ci sarà un metro – e gli chiedo cos’è successo.

    Buongiorno, dico, posso chiedervi cos’è successo? Cos’aveva fatto quel ragazzo?
    Il poliziotto mi dice, lei chi è. (Me lo dice, secco, non è una domanda).
    Sono… italiana?, dico.
    Il poliziotto mi guarda, zitto. Mi sta valutando. Mi faccia vedere i documenti, dice.




    Sto attenta a tenere le mani fuori dalle tasche, dopo che ho aperto e chiuso la borsetta. Lui prende la mia carta d’identità, la scruta, guarda più volte il documento e la mia faccia. Ci sono davvero le telecamere?, chiedo. Vengo spesso in questa stazione, mi piacerebbe saperlo. Lui mi restituisce la carta d’identità.

    Signora, vuole venire con noi?, mi chiede.
    No, dico.
    È tutto molto lento. Loro mi squadrano, io resto ferma.
    Signora, non è una domanda retorica.
    Devo prendere il treno, dico.
    Non glielo facciamo perdere, dice il poliziotto.

    Io ho detto “no” perché il mio documento è già stato controllato, e perché non voglio seguire tre uomini sconosciuti e armati in un posto non meglio precisato. Ma quali alternative ho, adesso? Cosa potrei fare: scappare, gridare? Non mi viene nemmeno in mente.

    Tra l’ingresso della stazione, con il tabellone degli orari, e l’ufficio della polizia ferroviaria ci sono una ventina di metri. Cammino accanto a tre uomini in divisa. So che uscirò da quella stanza dopo un po’ di tempo. So che tutto sarà sgradevole, in una maniera che non mi è familiare. Penso che non andrà così male perché sono le quattro di pomeriggio. È ancora giorno, c’è luce. Il poliziotto mi chiede che lavoro faccio.

    La scrittrice, dico.
    Ah, si vede.
    Da cosa?, chiedo.
    Lei fa molte domande.

    L’ufficio è una stanza piccola e senza finestre. La porta dà sul binario 1. Mi fanno stare in piedi davanti a loro. Il poliziotto si mette dietro una scrivania – non ricordo se c’è un vetro tra me e lui, ma credo di no – e comincia a trafficare con il mio documento. Sulla scrivania c’è un computer, forse lui sta controllando i miei dati. Comunque non mi dice cosa sta facendo. I due militari osservano la scena, leggermente in disparte. Non aprono bocca. È il poliziotto il capo. È lui che parla. “Viene spesso a Milano? Dove sta andando? Perché è qui oggi?”.




    Tra una domanda e l’altra, silenzio. Io rispondo in maniera troppo dettagliata. Me ne rendo conto mentre parlo, ma voglio fargli capire che so cosa sta succedendo. Conosco la teoria, se non la pratica. “Vengo spesso a Milano a trovare la mia famiglia, i miei genitori sono residenti qui. Prendo spesso il treno delle 17 che parte da Rogoredo. Questa stazione mi piace più di Milano Centrale, qui mi sento più sicura”. Porto un cappotto nero, un cappello, prima ha piovuto, sulle spalle ho uno zainetto con il portatile, le cuffie, il caricabatterie, ho una borsetta con le chiavi di casa. Conto i miei privilegi.

    La mia pelle, in Italia, viene considerata bianca: parlo italiano come prima lingua, viaggio con un documento rinnovato lo scorso autunno, sono sobria, sono maggiorenne, ho un regolare biglietto del treno, e anche se nella foto sulla carta d’identità sbarro gli occhi e non sorrido – mi manca solo un quotidiano rivolto all’obiettivo – somiglio alla persona davanti a loro. Non ho niente da nascondere.




    Non chiedo il nome, o un numero di riconoscimento, a questi uomini. I militari sono altissimi, forti, grandi il doppio di me. Sono armati. Forse tutti e tre. Non ho guardato bene. Non sono capace, a un’occhiata, così, di riconoscere un’arma da fuoco carica.

    Una volta finita la verifica al computer, il poliziotto comincia lentamente a scrivere il mio nome e il mio indirizzo su un foglio. Non riesco a leggere bene, a distanza, ma vedo comparire i miei dati – il mio nome, il mio indirizzo – subito sotto un nome maschile, italiano, e un anno di nascita, 1985. Penso che questa stessa identica cosa oggi è successa anche a un ragazzo. Il poliziotto continua a scrivere. Va molto piano. Gli chiedo cosa sta facendo.

    Il poliziotto mi guarda e dice, lei è molto curiosa, vero.
    Sì, molto.




    Sono costretta a stare in piedi da tre estranei che mi chiamano “signora” e mi dicono che faccio molte domande, in una stanza senza finestre, dove non arriva nessun rumore dall’esterno, mentre loro si segnano il mio nome e il mio indirizzo di casa.

    Dopo dieci minuti mi lasciano andare. Posso andare a prendere il treno. Arrivo perfino al binario con un po’ di anticipo. Ci sono due uomini, italiani. Dico cos’è appena successo. Uno mi chiede, ma adesso? Allora ti ho visto, eri tu? Un quarto d’ora fa? Ho pensato che eri straniera e avevi chiesto un’informazione. No, gli dico, mi hanno fermato. Che merde, dice lui. L’altro scuote la testa. Succede spesso, in questa stazione? È legale? Nessuno sa niente.

    Lo chiedo al controllore, a bordo del treno: lui dice che può capitare, che si è trovato anche lui in una situazione piuttosto tesa; la polizia ferroviaria, dice, reagisce male quando si sente interrotta o contestata nell’esercizio delle proprie funzioni. Io dico che non ho interrotto niente, ho solo fatto una domanda. Mando un messaggio a un amico giornalista. Lui dice che è tutto legale, ma che è stato comunque un abuso di potere, che in certi ambienti c’è troppo testosterone e una gran voglia di appoggiare il cazzo sul tavolo. Vuole sapere se sto bene, mi dice di stare attenta alla polizia ferroviaria, in futuro.

    L’ultima volta che sono stata fermata avevo diciott’anni e stavo partendo per una vacanza in Danimarca. L’accusa era di aver fumato marijuana in una sala d’attesa dell’aeroporto di Linate. Mentre aspettavamo, io e i miei amici, in una stanzetta senza finestre, con due guardie di finanza che aprivano la sigaretta di A., per ispezionarne il contenuto (niente da segnalare: solo tabacco), ero spaventata e allegra. Ero molto piccola, viaggiavo con due ragazzi maschi. Non avevo niente da nascondere.

    Durante il viaggio mi sforzo di non pensarci. Sto tornando a casa mia, a 300 chilometri di distanza, in una piccola città dove la stazione non ospita un ufficio della Polfer, e dove, al limite, posso sempre andare dai carabinieri. Arrivo a casa, faccio la doccia e vado a dormire.

    Sono una privilegiata

    Nei giorni dopo vado avanti. Lavoro. Però ci penso. Io ho solo fatto una domanda. Ho chiesto cosa stava succedendo. Non ho interrotto un arresto o una perquisizione. Mi ritrovo a rivivere l’episodio come farebbe una ragazzina: mi hanno fatto brutto; mi hanno trattato male, ma non mi hanno messo le mani addosso. Il mio nome, il mio indirizzo, la mia data di nascita, sono scritti in una piccola stanza senza finestre nella stazione di Milano Rogoredo. “Lei è molto curiosa, vero”. Erano armati? Com’erano vestiti? Li riconoscerei, se li vedessi in fotografia? Ricordo la voce del poliziotto; uno dei militari aveva gli occhi azzurri, sembrava molto giovane. A un certo punto ho pensato che potevo essere sua madre.

    Sono una privilegiata, penso.

    Priorità, penso: mentre le forze dell’ordine facevano brutto a me, per dieci o quindici minuti, cosa succedeva nel resto della stazione? Non ho visto altri poliziotti o militari in giro: chi si stava occupando del bene comune?

    Conto i miei privilegi, di nuovo: non mi hanno violentato, non mi hanno picchiato, non sono stata arrestata, non dovrebbe esserci un procedimento penale a mio carico.

    Priorità: se è successo a me, in pieno giorno, cosa può succedere a qualcun altro? Come viene trattata una persona che non viene considerata bianca, non parla un italiano perfetto, non sembra del tutto lucida, o padrona di sé, qualunque sia la ragione?




    La tentazione, per un po’, è alleggerire. La storia è piccola, non ha conseguenze. Nelle settimane successive non ricevo visite – o telefonate – dai rappresentanti locali delle forze dell’ordine. Mi hanno lasciato andare. Gli è bastato depositare un avviso nell’aria: “Signora, fatti i cazzi tuoi”.

    Milano Rogoredo è una stazione tranquilla e ben illuminata. Come Milano Porta Garibaldi. Alcune persone, tra cui me, preferiscono andare lì a prendere il treno, dopo quello che è stato raccontato come “il grande recupero della Stazione Centrale di Milano”: un’operazione per cui oggi, come a Roma Termini, ci sono i gate, e l’accesso ai binari è consentito solo a chi mostra un biglietto.

    Trasformando tutto il resto della Stazione Centrale in una lunga, ininterrotta sequenza di Snowpiercer, per cui appena si scende dalla metropolitana si comincia a correre a testa bassa con le braccia strette ai fianchi, dai cazzo, verso la terra promessa dei binari (potrebbe interessarvi che i binari non sono diventati comunque un posto sicuro: la gente con il biglietto si urla vaffanculo, si spintona). La tentazione è alleggerire, appunto. Dare un titolo alla storia. Trappola di cristallo, Fuga di mezzanotte. Distretto 13. Signora, vuole venire con noi.

    Il problema è che io, anche volendo, i cazzi miei non me li posso fare. A parte che non voglio: è proprio che non posso. Viaggio molto spesso da sola, e la sicurezza, per me, non è un’idea o una promessa elettorale. È questione di sapere dove ci si trova e come regolarsi. Sai dove stai andando? Se qualcuno ti segue, sai cosa fare? L’importanza dell’autocontrollo, del chiedere aiuto, del non sottovalutare un pericolo. Fare domande è importante. Tenere gli occhi bene aperti, non lasciarsi prendere dal panico ma non correre rischi inutili. Più ci si isola, più è facile mettersi nei guai. Di questo, le forze dell’ordine sono consapevoli.

    Negli ultimi tempi, a Milano, come altrove, tira una brutta aria. Alcuni tratti del passato recente – il disprezzo verso chiunque non sia ricco e alla moda, l’insistenza con cui si ammirano i forti, il privato, e l’incapacità di credere che esistano stili di vita diversi dal proprio – sono stati portati avanti in maniera non prevista.

    Faccio solo un esempio, il più recente: nelle stazioni e sui mezzi pubblici della città molte persone chiedono cibo. Attraversano i vagoni della metropolitana spiegando che non hanno una casa, e chiedono non i soldi per comprare da mangiare, ma proprio il cibo. A maggio, sulla linea 3, una ragazza molto giovane offre a un mendicante una confezione di plastica – forse un’insalata – spiegando che la scatola è stata sballottata nello zaino, ma il pasto dovrebbe essere ancora buono. Un uomo adulto, seduto di fronte a me, assiste alla scena, e rivolge alla ragazzina uno sguardo di odio. Che schifo, vergognati. La prima volta che vedo una cosa simile penso di aver incrociato un matto. Poi succede di nuovo. Allora capisco che è quello il nuovo normale in città: l’odio verso chi chiede cibo e acqua, ma soprattutto l’odio verso chi offre cibo e acqua.

    La carogna specifica e particolare di Milano – la rimozione di tutto quanto stonasse con la narrazione di una pseudocapitale europea, operosa e all’avanguardia – è uscita allo scoperto, è diventata visibile e materiale. Ed è cambiata. È diventata, per certi versi, una forma di militanza attiva.

    “La Madonna che angoscia”, penso, tutte le volte. “Meno male che tra un po’ me ne vado”. Io non abito qui. In fondo qui ci sono soltanto la mia famiglia, il mio medico, la mia agenzia, i miei vecchi amici, le redazioni di alcuni giornali per cui scrivo. Posso farne a meno.

    Ho raccontato la storia, a voce, soltanto dopo un breve viaggio in un altro paese: ho preso il treno in stazioni dove non circolavano uomini armati, dove nessuno mi ha chiesto o imposto di seguirlo, pur essendo, io, all’estero, una donna di pelle non bianca, una straniera, che parla inglese ma non la lingua del posto.

    E comunque c’è il lieto fine, perché non solo io sono uscita da quella stanza senza finestre del cazzo, ma subito prima di essere rilasciata, quando la catena di umiliazioni poteva considerarsi chiusa, mentre il poliziotto mi stava allungando la carta d’identità e diceva “bene signora lei può”– , io mi sono mossa troppo in fretta e dalla tasca del cappotto mi è scivolato fuori il cellulare, che è volato a terra spaccandosi in due, e ha fatto un rumore pazzesco, come uno scoppio. Ho alzato le mani sopra la testa e le ho tenute sollevate e ho ripetuto “non ho fatto niente, è caduto il telefono”, e almeno uno dei due militari stava facendo uno sforzo immane per non mettersi a ridere. Proprio come me. È per quello che mi ricordo di lui, aveva gli occhi azzurri.


    - - - Aggiornato - - -

    Citazione Originariamente Scritto da Recidivo Visualizza Messaggio
    Ma spaventata di cosa, vai in un ufficio della polfer con due militari e un poliziotto, per quei minuti sei la persona piu' sicura di tutta la stazione.
    Ma che cazzo.

    Tutte le volte che mi hanno fermato, mai avuto nessuna paura dalla Polizia o Carabinieri che fossero, anche quando ero in colpa.
    Poi oh, che sia bianco, maschio, 1.80 e biondo( oddio oramai castano chiaro e un po' bianchi ) e con gli occhi azzurri puo' aver aiutato, forse.

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    Re: Vi racconto la brutta aria che tira a Milano [Morte e terrore a Milano Rogoredo][

    Milano è sopravvissuta ai black bloc e agli antagonisti di ogni genere e grado che sembravano volerla radere al suolo. È sopravvissuta ai disfattisti pacifisti che continuavano a urlare cifre abborracciate per provare l'insuccesso di Expo. E a un certo punto ha surclassato Roma (l'hanno riconosciuto persino i romani: resterà negli annali). S’è inorgoglita e ha preso a splendere. Così, per mesi, è stato tutto un fioccare di “Milano è più bella perché”, “Milano si rialza” e mentre nell’Urbe spadroneggiavano i Lanzichenecchi, i milanesi diventavano l'incarto del sogno europeo, si riappropriavano della regalità delle rivolte del fumo, quando in città si rinunciava alle sigarette per impoverire i dominatori austriaci.

    Persino nelle amministrative di giugno Milano ha dato a Roma, dove la campagna elettorale è stata un bagaglino, una lezione di stile, coi suoi candidati moderati tanto da risultare quasi indistinguibili. Eppure, potrebbe essersi trattato solo di un ottimo ma fuorviante storytelling. La contronarrazione che in molti aspettavano di leggere, sembra essere arrivata. Sarà forse perché è storia o sarà forse per par condicio. "Vi racconto perché a Milano tira una brutta aria" è il titolo di un articolo apparso su Internazionale, a firma di Violetta Bellocchio, scrittrice, che lancia un allarme: «Il disprezzo verso chiunque non sia ricco e alla moda, l'insistenza con cui si ammirano i forti, il privato, l'incapacità di credere che esistano stili di vita diversi dal proprio sono stati portati avanti in maniera non prevista».

    Il disprezzo milanese per il diverso Bellocchio lo deduce dal seguente aneddoto (accaduto ad aprile: ha deciso di raccontarlo nei giorni successivi a Fermo, probabilmente per ricordare all'Italia che il razzismo non è solo un problema della provincia): un bel giorno, mentre aspettava un treno a Milano Rogoredo (a Milano gli scrittori frequentano le periferie, mica come a Roma, dove non escono dalla ZTL), nota un poliziotto che manda via un ragazzo nero a suon di “non hai il biglietto, non puoi stare qui”. Il ragazzo va via e lei si avvicina al poliziotto, gli chiede conto di quanto è appena accaduto, quello le chiede “chi è lei?” e lei risponde “Sono… italiana?”, dimostrando di essere più prevenuta di lui, che deve esserlo per ragioni professionali e dandogli, quindi, del razzista - dopotutto si sa che ACAB (All Cops Are Bastard) e, USA insegnano, oltre che bastardi, pure razzisti.

    Il poliziotto le chiede i documenti, lei fa altre domande e lui le chiede di seguirla, insieme ad altri due colleghi, nell'ufficio della polizia. Non voglio andare con tre uomini chissà dove, pensa lei, ma alla fine lo fa. Nota che ciascuno di loro è armato (incredibile, poliziotti che circolano armati e in divisa, forse non succede nemmeno nell'Egitto di al-Sisi). La trattengono per qualche minuto, il tempo di controllare i documenti, chiederle che lavoro fa, dirle che fa molte domande: minuti interminabili che Bellocchio racconta più o meno con la stessa tensione drammatica con cui Franca Rame raccontò, in un suo agghiacciante e meraviglioso monologo, di quando a Milano cinque fascisti, il 9 marzo del 1973, la rapirono e violentarono, uno dopo l'altro. A Violetta Bellocchio è andata decisamente meglio (ma avrebbe potuto succederle chissà cosa e lei non omette di sottolinearlo), tant'è che – continua il racconto - sale sul treno, incolume, racconta l'accaduto al controllore, il quale le consiglia di stare attenta alla polizia ferroviaria: è particolarmente suscettibile.

    Poi scrive a un suo amico, che le svela che non le hanno fatto nulla di illegale, ma pure che si è trattato di un abuso di potere (gli amici maschi sono sempre confusi con le amiche femmine e spesso mentono: Nora Ephron non andrebbe dimenticata). Lei torna a pensare che se non avesse avuto la pelle bianca, adesso le starebbero facendo chissà che cosa. L'Italia è una repubblica fondata sulla percezione e sul "se invece". Tanto è bastato, a Violetta Bellocchio per stabilire che a Milano tira una brutta aria e che i diversi e i bisognosi sono indiscriminatamente trattati come appestati e/o terroristi preterintenzionali: in metropolitana, una volta, ha visto un adulto squadrare una ragazza che offriva cibo a un mendicante.

    Lo stesso giorno, Selvaggia Lucarelli ha pubblicato su Il Fatto Quotidiano un’ esilarante "recensione" dell'inaugurazione dei “Bagni misteriosi”, l'ex piscina Caimi che ha riaperto nella veste chic della Milano da Expo, quella dei "quartieri ciofeca che però siccome c'è una ex acciaieria in cui una donna architetto lesbica danese ha ricavato sei loft da 30mila euro al mq diventano vivaci e di tendenza" (ma Milano è da sempre in lotta contro il cheap e, soprattutto, contro il presente: cavalcare l’onda non basta, bisogna essere l’onda, lo snobismo non c’entra niente, c’entra il fiato corto).

    E l'atmosfera di fondo della Milano della Lucarelli è la medesima: epurazione dei diversi, dei periferici, dei cafoni, quelli da Acquapark, verso i quali la città mostra la medesima insofferenza che a Milano Rogoredo la polizia riserva, con minore tatto, agli stranieri. Su Il Giornale del 12 luglio, Giovanni Masini e Giuseppe De Lorenzo raccontano di trenta ragazzi (pakistani e afgani) che da un mese vivono tra i rifiuti, nella periferia est di Milano, dopo essere stati cacciati dal centro d'accoglienza di Cara, in via l'Aquila, perché «poco inclini a rispettare le regole stabilite dalla prefettura».

    Forse è da lì che Violetta Bellocchio, così stanca di essere una bianca privilegiata, dovrebbe partire per un lungo reportage sull'aria che tira a Milano che - osiamo azzardare l'ipotesi - è di certo meno snob e più morale di chi la racconta confondendo i giornali con il proprio diario segreto.

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