Oscar 2016 - Speciale

Oscar 2016 - Speciale

Quando questa mattina ho letto tutti i vincitori dei premi Oscar (non ho potuto fare nottata per seguire la cerimonia; mi sarebbe piaciuto molto, ma purtroppo desideri e bisogni a volte viaggiano su binari molto distanti) ho tirato un sospiro di sollievo: nessuna sorpresa. Ieri pomeriggio, ore diciotto circa, ho aggiornato il mio profilo Facebook con l’immancabile toto-Oscar e… beh, sono stato in gamba. Diciamo che se fossi così in gamba con la schedina del Totocalcio a quest’ora non starei qua a scrivere questo articolo sulla serata, ma sarei stato lì in mezzo, a urlare “fuck yeah” insieme a Michael Keaton che corre a ritirare il premio per il Miglior Film (per inciso: l’ha fatto davvero).

ESSERE LEONARDO DICAPRIO

Ma che edizione è stata questa ottantottesima cerimonia degli Oscar? Prima di tutto è stato l’anno della sommossa popolare per Leonardo DiCaprio, per quell’Oscar che doveva vincere da troppo tempo e che gli è costato anni e anni di pernacchie sui social network e, probabilmente, anche nell’ambiente.

L’Oscar a DiCaprio porrà finalmente fine al proliferare di meme su internet

Ormai si era quasi al delirio: ho visto altarini di fortuna innalzati per supportare l’hashtag #preyforleo; ho visto gente sperticarsi in dichiarazioni d’amore, come se DiCaprio gli andasse a suonare a casa per abbracciarli personalmente; Ho letto di chi, dopo il premio è andato a dormire tranquillo, snobbando tutto il resto. La follia generale. Io sono felice che DiCaprio abbia vinto, badate bene, fosse altro che finalmente si tornerà a parlare di film quando si parla di Oscar e non dell’attore che non vince mai per chissà quale complotto. Non dovrò più assistere a scene del tipo: “Secondo te qual è il miglior film dell’anno?” “DiCaprio, assolutamente DiCaprio”. Vi giuro che è successo davvero.
Oggi sulla bocca del mondo è tutto un DiCaprio, DiCaprio, DiCaprio come se quattro ore di cerimonia fossero state una scena uscita da Essere John malkovich. Mettiamoci una croce sopra: finalmente Leo si è conquistato il suo premio. Adesso bisognerà trovare un altro bersaglio, ma sono sicuro che quella splendida parte della rete, gestita dai bambini gradassi che a scuola ti prendevano a sberle in testa, saprà fare il suo ottimo e puntuale lavoro.

AMMIRATELO!

Fortunatamente è stato anche l’anno di Mad Max, outsider che si è portato a casa sei statuette nonostante il genere di appartenenza (una fantascienza sporca, sopra le righe e che spesso sfocia addirittura nel fantasy) solitamente disgusti gli snob che vorrebbero mantenere intatta la pura razza dei “film da Oscar”. Qualsiasi cosa significhi questa definizione sterile e senza senso. Avrei voluto vedere Max sul podio come vincitore del mondo? Sì, certo. Un film del genere arriva al cinema una volta ogni cometa di Halley: con quella capacità di bucare l’immaginario collettivo, sfrecciando a trecento all’ora e fermandosi giusto a tanto così dalla vittoria.

In ogni caso non si può che essere contenti per Il Caso Spotlight (qui la nostra recensione), un film decisamente più composto ma non meno bello, che denuncia un argomento ancora tabù nella nostra società, portando alla ribalta la figura del giornalista eroico (quello che azzanna la verità come in Tutti gli uomini del Presidente) e che indaga su un tema scabroso come quello della pedofilia nella Chiesa cattolica.

oscar_spotlight

Premio meritatissimo anche quello di Inarritu per la migliore regia con The Revenant (qui la nostra recensione). Il messicano si porta a casa il premio per la seconda edizione di fila (l’aveva vinto lo scorso anno con Birdman), a premiare una lavorazione che è stata un vero e proprio inferno. Al di là della complessità tecnica che da sempre è caratteristica del suo cinema, con pianisequenza e movimenti di macchina virtuosi (che sono valsi l’Oscar per la migliore fotografia al miracoloso Lubetzki), il film è stato realizzato con l’ausilio della sola luce naturale, ed è stato girato in condizioni climatiche al limite dell’estremo.

ECSTASY OF GOLD

Per quanto riguarda il resto dei vincitori, ho apprezzato moltissimo la vittoria di Mark Rylance, co-protagonista de Il Ponte delle Spie (d’altronde un premio a Spielberg non glielo vuoi dare?) che trionfa su Stallone e sulla sua performance un po’ furbetta in Creed (evviva! Non è stato l’anno dei furbetti: vero Redmayne?) e mi dispiace moltissimo di non aver ancora visto Room (qui in Italia esce il 3 marzo) che è valso a Brie Larson il premio per migliore attrice protagonista. Alicia Vikander invece si porta a casa la statuetta per il suo ruolo da non protagonista in The Danish Girl.

Un’assegnazione dei premi che ha onorato un’annata cinematografica di gran pregio

Impossibile non essere contenti per l’ennesimo premio finito nelle mani della Pixar per quel piccolo capolavoro di Inside Out, anche se non mi sarebbe dispiaciuto veder premiato Quando c’era Marnie dello Studio Ghibli. In ultima battuta un grande pollice in su per Morricone, finalmente premiato per The Hateful Eight, che si è portato a casa il suo primo “vero” Oscar dopo quello alla carriera consegnato nel 2007, e che ha dedicato il suo lavoro alla moglie.

Una cerimonia con poche sorprese, che ha puntato piuttosto su conferme (la cosa, da un certo punto di vista, mi ha rassicurato che l’abbraccio morbido del letto sia stata la scelta giusta). Un’assegnazione dei premi, a mio avviso, decisamente giustificata e che ha rappresentato un’annata cinematografica di gran pregio, soprattutto per il cinema di intrattenimento, riservandosi di premiare con la statuetta più ambita un film duro e impegnato. Chapeau.

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