Horizon Zero Dawn - Recensione

PS4

Il mio amore per Horizon Zero Dawn non è scattato immediatamente, ma dopo quasi un terzo di gioco. Sia chiaro, sin dall’inizio l’impatto con il titolo di Guerrilla Games è stato pazzesco, merito di un comparto tecnico sontuoso e di quel carisma tipico dei grandi giochi. Eppure, attraversando la Terra Sacra dei Nora è come se avessi inizialmente avvertito del potenziale inespresso, perché troppo compresso negli schemi classici dell’open world d’azione, fra fetch quest e personaggi un po’ statici in quanto fin troppo funzionali alla crescita di Aloy e al suo percorso di consapevolezza. Lentamente, però, qualcosa è cambiato, per poi esplodere, almeno nel mio caso, nella discesa da uno dei primi avamposti Carja, una tribù del mondo di Horizon.

Già emozionato per lo splendido mix di architetture medievali e orientali arroccate su una montagna, ho cominciato a procedere lungo la strada che porta a valle, intenzionato a proseguire verso Ovest il mio viaggio per una grande città. Mentre scendevo però, il mio sguardo è stato catturato dallo splendido e immenso paesaggio che si apre a Nord, dove il caldissimo sole rosso stava lasciando spazio a una luna piena luminosissima, che però proiettava sulla valle un’ombra inquietante. Nel cielo, infatti, si stagliava un enorme uccello robotico dall’apertura alare impressionante e dalle intenzioni non esattamente amichevoli: un Avistempesta, uno dei più temibili predatori che vivono nel Dominio dei Carja. Fino ad allora di creature volanti avevo al massimo visto uno Smeriglio, una minaccia ben più contenuta. Impietrito, sul ciglio del crinale, ho deciso immediatamente di virare verso Nord e avvicinarmi a quella creatura per ammirarla in tutto il suo terribile splendore; appropinquandomi, ho scoperto mandrie di altre macchine che attaccavano un gruppo di soldati Carja, impegnati a resistere con alterno successo. Ho provato a fare attenzione, ma l’Avistempesta è stato più sveglio e bravo di me, scoprendomi e puntandomi senza pietà. Ho immediatamente azionato il Focus per analizzarlo, e la sua interfaccia mi ha rammentato quanto fossi poco in grado di sostenere quello scontro. A quel punto l’unica chance è stata correre verso gli altri, nella speranza che la loro battaglia diventasse più caotica e mi regalasse tempo di fuggire via. Il diversivo, per fortuna, ha funzionato e ho portato a casa la pellaccia grazie a un Cornalunghe che beveva placidamente al fiume; ho agito sui suoi circuiti con la lancia per addomesticarlo, gli sono saltato in groppa e sono tornato sulla strada che mi avrebbe portato verso Occidente. Da quel momento in poi, Horizon Zero Dawn non ha smesso di stupirmi e mi ha definitivamente preso, in un’escalation di meraviglia che mi ha portato a salvare città, andare a caccia di macchine giganti, indagare su uno strano culto e a scoprire cos’è successo agli esseri umani alla fine del XXI secolo. Il tutto senza soluzione di continuità, in un viaggio reso indimenticabile da una sensazione di crescita e appagamento che non avevo mai trovato in un altro open world.

ORGANICO VS MECCANICO

Ho passato nel mondo di Horizon Zero Dawn quasi cinquanta ore. Non l’ho fatto solo ed esclusivamente per scrivere questa recensione, ma perché l’ambientazione mi ha completamente stregato, e non ho resistito, anche una volta completata la vicenda principale e buona parte di quelle secondarie, ad andare alla ricerca di quanto perso per strada, dalla sfida con macchine leggendarie (Ivan e Claudio sono testimoni di un faticoso e un tremendo combattimento tra me e un Divoratuono, entrato già nella leggenda) fino al completamento di alcune quest che avevo tenuto in stand by perché troppo curioso di sapere come andasse a finire la storia. Di mio non sono un completista nato, soprattutto negli open world, ma Guerrilla Games è riuscita a creare quello che a mio avviso è il più organico esponente del genere. La ricchezza più inestimabile di Horizon Zero Dawn è, infatti, il riuscire a dare soddisfazione a qualunque tipo di giocatore, premiando ogni approccio in maniera giusta e intelligente. Che preferiate il combattimento nudo e crudo o la via del cacciatore tutto trappole e stealth, il pupetto di Guerrilla Games riesce a garantire una sfida adeguata e stimolante praticamente in ogni situazione; ma se anche volete semplicemente godervi il viaggio principale in maniera lineare e senza troppo impegno (e fareste male, ma son pur sempre gusti), l’avventura post-apocalittica del team olandese vi impegnerà comunque per circa trenta lunghissime ore.

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La ricchezza più inestimabile di Horizon Zero Dawn è il riuscire a dare soddisfazione a qualunque tipo di giocatore

Non ho mai trovato nessun gioco in grado di integrare le sue diverse anime in maniera così brillante e funzionale, e questo sebbene molti degli elementi presenti in Horizon Zero Dawn si siano già visti in produzioni passate, con esponenti di spicco in grado di offrire esperienze migliori nei singoli ambiti, isolando le singole componenti come caccia, esplorazione, crafting, combattimento e quest. E dunque, Horizon non sarà Monster Hunter, ma andare a caccia di dinosauri robot senza pianificare la propria battuta, conoscendo a menadito le debolezze dei nemici, rappresenta una via diretta verso il fallimento; parimenti, senza raggiungere la sofisticazione degli action più puri, il combattimento non è mai banale e, anzi, richiede sempre la giusta attenzione e l’adeguata preparazione. Forse a uscirne un po’ male è la componente stealth, soprattutto a causa di un’Intelligenza Artificiale degli esseri umani fin troppo canonica nell’ignorare alcune minacce e offrire una via di fuga e, soprattutto, di offesa, con banditi arcieri indomiti nello sfidare una lancia, o guardie troppo zelanti alla propria ronda per spingersi 10 metri più in là dove giace il corpo di uno sfortunato compagno d’arme, appena sorpreso da Aloy con un colpo silenzioso.

A bilanciare l’inettitudine degli umani, capaci raramente di metterci in difficoltà e solo grazie al numero e al volume di fuoco, c’è la magnificenza delle macchine, complessi robot dal design meraviglioso, la cui natura meccanica si intreccia con un intricato comportamento di origine evidentemente ferina; nelle movenze e nelle azioni, gli esseri di metallo ricalcano le caratteristiche estetiche ed etologiche di dinosauri, predatori e animali di grossa taglia. Dall’Intelligenza Artificiale all’animazione di ogni parte del loro corpo, passando per l’estrema complessità delle armature (con giunture staccabili e parti rimovibili, esplosive e più o meno vulnerabili), le macchine di Horizon: Zero Dawn sono protagoniste indiscusse sia narrativamente che ludicamente, e dopo aver spolpato l’opera di Guerilla Games vi diventerà difficile guardare un video dei robot di Boston Dynamics senza sentire la cosiddetta goccia di sudore freddo correre lungo la spina dorsale. D’altronde, la sfida dell’uomo contro le macchine e la tecnologia, nell’eterna ricerca di un senso delle cose (fra storia, religione e l’affermazione della specie nei confronti della natura) è il fil rouge che lega Aloy e la post-umanità del nuovo neolitico con i nostri giorni, e l’intero viaggio non è altro che la metafora del racconto messo in scena dal team olandese. Una narrazione che, nella sua forma più diretta e soprattutto nella parte finale, riesce a essere efficace, pur rappresentando, però, l’aspetto meno riuscito dell’intera produzione.

OCCHI SPENTI

Il punto non è che la storia di Horizon Zero Dawn sia brutta o mal scritta, è solo che spesso e volentieri lo storytelling manca di forza e potenza, soprattutto se confrontato con tutta la bellezza che incornicia gli eventi del racconto. A fronte di un mondo tutto da scoprire, fatto di posti meravigliosi che restano nel cuore e del già sottolineato senso di esaltazione che accompagna diversi momenti, i dialoghi sono spesso grezzi e “robotici”, senza sovrapposizioni di voci, con personaggi secondari che diventano meri attanti del racconto, nonché privi di personalità e spessore. In un mondo così bello, vasto e divertente da esplorare, è davvero un peccato che si contino sulle dita di una mano le persone di cui, alla fine, ce ne freghi davvero qualcosa. La mancanza di empatia, d’altronde, si vede sin da subito nei volti dei personaggi, che solo nelle cutscene (e neanche sempre) riescono a esprimere qualcosa di credibile. Anche Aloy è affetta da un immobilismo facciale preoccupante, ben rappresentato dalla sindrome da occhi di vetro che caratterizza le sue espressioni, anche durante i combattimenti. La poca cura nella forma narrativa, unita a piccole ingenuità di natura più tecnica che vedremo in seguito, ha la grave colpa di minare, a tratti, la sospensione di incredulità.

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Horizon Zero Dawn è un titolo che chiunque ami il nostro medium deve assolutamente vivere

Per, fortuna, però, la prorompenza dell’ambientazione riesce a far breccia nel cuore del giocatore, così come tutto ciò che appartiene al lore e alla genesi del mondo; seppur senza brillare per originalità, il setting mantiene vivo l’interesse su ciò che avviene in ogni momento. In termini di trama e svolgimento, d’altronde, il racconto a un certo punto riesce anche a diventare appassionante, soprattutto grazie a una parte finale che si fa giocare tutta d’un fiato. Le emozioni vere, quelle più pure, che restano anche ore e ore dopo la conclusione, però, non arrivano direttamente dalla narrazione, ma dal gameplay e dalle sue incredibili sfumature, dalla scena che vi ho raccontato in apertura alla prima volta che si sale su un Collolungo, passando per la scoperta di rovine dei tempi che furono, fino a quando ci si arrampica sulla carcassa di un Divoratuono per immortalare la gloria del successo.

POTENZA E CONTROLLO

Sono il mondo e la sua incredibile disposizione nei confronti del giocatore che rendono Horizon Zero Dawn un titolo che chiunque ami il nostro medium deve assolutamente vivere. Ciò che mi ha sconvolto di più non è semplicemente il fatto che Horizon sia semplicemente pazzesco da vedere, ma quanto il lavoro di Guerrilla Games sia stato ottimizzato avendo in testa le esigenze di chi tiene in mano il pad. L’ambientazione è artisticamente incredibile, grazie alla varietà di biomi che si alternano in maniera naturale e di un ciclo giorno/notte (vedi video qui sotto) che, seppur fin troppo veloce, regala giochi di luce mozzafiato; il fatto, poi, che l’intera avventura possa essere goduta senza nessun caricamento dall’inizio alla fine regala una sensazione di libertà incredibile.


Analogamente, la morfologia del territorio e la disposizione delle quest e delle tantissime attività secondarie sono aspetti talmente curati che riescono ad accompagnare in maniera invisibile ed efficace l’intera esperienza. In ogni momento si ha una pletora di cose da fare senza mai aver bisogno di “farmare” o “grindare”, e gli obiettivi sono sempre chiari e commisurati rispetto alle abilità e ai progressi ottenuti fino a quel momento. Che giochiate con il tracking che suggerisce la strada o che vi affidiate a istinto e Focus (disabilitando quindi interfaccia e freccione sulla mappa), il lavoro di game design da parte di Guerrilla Games è talmente sublime da motivare sempre.

Anche le attività secondarie sono integrate perfettamente nel tessuto del gioco e della narrazione, e non rappresentano né una distrazione né una sfida troppo improba. Sono lì e hanno senso all’interno della vicenda, ma sono chiaramente opzionali e riservate ai giocatori con più voglia, tempo e passione.

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Il lavoro di game design da parte di Guerrilla Games è talmente sublime da motivare sempre

Una struttura immediata, fluida e profonda è quindi ciò che fa perdonare a Guerrilla Games lo storytelling a tratti grezzo e qualche ingenuità. Nella totale magnificenza estetica, infatti, è chiaro che la mancanza di animazioni di raccordo nelle fasi di arrampicata e di apertura delle porte, così come il teletrasporto saltuario dei PNG o l’assenza delle impronte sulla neve o sui terreni morbidi, facciano storcere il naso perché piccole macchie su una tela candidissima, ma è anche vero che l’offerta sul piano ludico è talmente ricca che sarebbe profondamente ingiusto mortificare per questo il lavoro del team olandese. D’altronde, vuol dire segnare un nuovo standard per il medium tutto l’aver fuso alla perfezione i modelli di open world in stile Bethesda e Ubisoft con una coerenza e una personalità impressionanti, interpretando al meglio alcune meccaniche per renderle rapide, fruibili e fluide, pur senza sacrificarne la profondità. Fra i tanti aspetti che potrei sottolineare voglio citare il crafting, elemento cardine dell’esperienza, che il team di sviluppo ha scelto di gestire in maniera totalmente “irrealistica” ma assolutamente funzionale: in ogni momento, infatti, è possibile produrre oggetti, munizioni e trappole, sia durante l’azione di gioco che entrando in un menu. Il motivo di questa semplificazione è la volontà di eliminare qualunque sovrastruttura, in modo da esaltare le uniche cose che davvero importano: la gestione delle risorse, il procacciamento dei componenti e la scelta di cosa portare con sé.

Tutto ciò determina, insieme alle abilità, lo stile della nostra Aloy e il modo in cui percepiamo l’intera avventura. D’altra parte, è chiaramente questa la filosofia dell’intera opera: un open world che non vuole dimostrare di essere vero, che non vuole simulare un piano di realtà e che non pretende neanche di emozionare con la forza dei sentimenti, ma che vuole convincere attraverso il divertimento, la sfida e la capacità di tenere incollati davanti alla TV, riuscendoci senza riserva alcuna. Paradossalmente, seppur in maniera profondamente contemporanea e segnando la rotta per il futuro di produzioni questo respiro, Horizon Zero Dawn è un instant classic che sembra quasi provenire dal passato: tosto, impegnativo, enorme e pieno fino a essere traboccante. Il titolo di Guerrilla Games è l’aggiornamento del concetto classico di videogioco, che pone il divertimento e la gioia di impugnare il pad al centro di tutto.

Nota a margine: ho provato il gioco su PS4 e PS4 Pro (da cui sono tratte le immagini qui in giro) e il lavoro di ottimizzazione di Guerrilla Games mi ha convinto su entrambe le console. Per evitare di appesantire la mole della recensione, per le considerazioni di natura tecnica vi rimando al piccolo e agile speciale parallelo, che potete leggere cliccando qui.

Horizon Zero Dawn è una manifestazione di potenza pura: una forza di natura tecnica che ha reso possibile il più bell’open world mai realizzato dal punto di vista estetico, e un vigore di natura ludica che infonde nel giocatore un entusiasmo in grado di monopolizzarne tempo e pensieri. In un concentrato di tale meraviglia, spiace che manchi uguale possanza alla capacità di raccontare una storia comunque interessante, e che il gioco – di tanto in tanto – inciampi nel mantenere l’incredulità sempre sospesa. Con qualche rifinitura in più e un comparto narrativo un po’ più emozionante, Horizon: Zero Dawn sarebbe stato probabilmente un gioco perfetto, mentre così è soltanto uno dei titoli migliori degli ultimi anni. Scusate se è poco.

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Pro

  • Tecnicamente sontuoso.
  • Perfetto sia su PS4 che su PS4 Pro.
  • Mondo di gioco bellissimo.
  • Integrazione perfetta dei diversi elementi di gameplay.
  • Creature mozzafiato.
  • Divertentissimo.

Contro

  • IA dei nemici umani rivedibile.
  • Storytelling a tratti zoppicante.
  • Personaggi non indimenticabili.
9

Ottimo

Se serve un tuttofare il buon Mancini è l’uomo da chiamare. La nostra principessa fotografa, usa la videocamera come se fosse un’estensione naturale del corpo e monta video manco fosse in una catena di montaggio. Ah… e scrive anche. Insomma… il classico “bravo guaglione”.

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