#brexit - Cosa succede adesso? - Speciale

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Il sentore di molti, all’indomani del referendum inglese dello scorso 23 giugno (e di cui abbiamo già parlato in un editoriale qualche giorno fa), è quello dell’incertezza. Dello “stiamo a vedere cosa succede“. Una strategia comprensibilmente attendista, verrebbe da dire, ma non priva di un certo ottimismo, magari non dichiarato espressamente. In questi giorni abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con alcune persone che lavorano nell’industria dei videogiochi inglese, e ne è uscito un quadro un po’ meno nero di quanto ci saremmo aspettati.

Molte delle persone interpellate non hanno risposto, preferendo forse tacere piuttosto che rilasciare dichiarazioni affrettate, o sull’onda delle emozioni. Qualcuno (come CD Projekt, che è polacca ma lavora molto con l’Inghilterra) ha preferito il sempre classico “no comment“; altri hanno invece risposto in forma anonima, e ne riporteremo le parole, rispettandone la volontà. Abbiamo anche chiesto una dichiarazione ad AESVI, Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani, che però ha preferito non commentare, lasciando la parola solo alle omologhe associazioni inglesi, Ukie e TIGA, che vi abbiamo già riportato nei giorni scorsi.

DA TGM AL REGNO UNITO

brexit videogameLa prima persona con cui abbiamo parlato è stata Stefano Petrullo, redattore storico di TGM, e che poco più di un anno fa ha aperto un’agenzia di pubbliche relazioni in Inghilterra, la Renaissance PR. “Devo essere sincero: come italiano trasferitosi qui ormai più di dieci anni fa, la cosa più brutta di tutta questa situazione è la paura di sentirsi non voluto. Ma il risultato del referendum è arrivato, e piaccia o non piaccia, va rispettato. Al momento è impossibile capire cosa succederà, perché da quel che ci hanno detto non esiste ancora un vero piano. Del resto, l’uscita dalla UE non è cosa che si risolve in quattro e quattr’otto; è una procedura difficile e complessa, e per come la vedo io ci sono tantissimi scenari possibili. È però fondamentale che l’industria videoludica del Regno Unito si metta assieme, si muova compatta e tiri fuori il meglio possibile da questa situazione, altrimenti si finisce per promuovere la politica della divisione. Viviamo in un mondo talmente connesso che non puoi pensare di separarti. Come fai a pensare alla casalinga di Voghera che parla con un’amica francese, e che al tempo stesso non vuole stare in Europa? Rimanere uniti in questa fase è essenziale. Serve trovare un punto di incontro di tutte le realtà per trovare una soluzione in grado di far crescere quella che adesso è la quinta economia mondiale. Parlando più strettamente di videogiochi, ci sono tantissimi talenti italiani che sono venuti qui a lavorare. Secondo me, al netto dei compromessi che andranno sicuramente fatti, dobbiamo puntare a mantenere almeno l’80% di quello che il settore è riuscito a ottenere in questi anni, come la Video Games Tax Relief. Il problema è che queste agevolazioni fiscali sono connesse a finanziamenti europei, quindi bisognerà vedere cosa succede. Il Regno Unito ha contributo tantissimo al mondo dei videogiochi: serve ottimismo, serve credere che se ne possa uscire bene“.

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Brenda Romero è una game designer americana recentemente trasferitasi in Irlanda, dove ricopre il ruolo di responsabile dei corsi per i master in Game Develeopment & Design presso l’università di Limerick. “Quando sono arrivati i risultati definitivi del referendum, ero a Belfast a preparare una giornata di workshop con diversi sviluppatori. Sono rimasta piuttosto sconvolta, e uscendo dalla sala in cui mi trovavo mi sono accorta di non essere l’unica. Tutti, ovunque, ne stavano parlando. Ho sentito più di una persona dire di star valutando di richiedere il passaporto irlandese. Per quanto riguarda gli studi in Inghilterra, so che alcuni stanno guardandosi in giro e pensando di trasferirsi; molte società che lavorano nell’Unione Europea (non in UK) hanno già scritto ai dipendenti di questi studi, contattandoli con proposte di assunzione, puntando proprio sul loro desiderio di rimanere nella UE. Ovviamente, non sappiamo ancora quali politiche sull’immigrazione verranno messe in atto una volta che la situazione si sarà normalizzata, ma al momento coloro che lavorano nel Regno Unito e provengono da altri paesi sono piuttosto preoccupati. Dal punto di vista dell’industria del videogioco, fatico a vedere un lato positivo in questa vicenda. In questa fase ci sono ancora tante, troppe incognite: in ultima analisi, credo sia ancora presto per trarre conclusioni“.

NIENTE PANICO, SIAMO INGLESI

Jason Kingsley, presidente di TIGA e CEO dello studio Rebellion (quelli di Sniper Elite) ha dichiarato che “l’industria videoludica inglese è fortemente focalizzata sull’esportazione, e vende contenuti in tutto il mondo. Abbiamo una forza lavoro molto preparata, una popolazione di creativi in continua crescita e un retaggio di trent’anni di successi. L’incertezza non è mai salutare per gli affari, ma l’industria videoludica inglese rimarrà forte, suscettibile al cambiamento e competitiva“.

brexit videogameCi racconta Jon Hare, fondatore di Sensible Software e creatore di Sensible Soccer, che “con il mio lavoro, negli ultimi dieci anni ho viaggiato dentro e fuori l’Unione Europea. Non mi sono quasi mai appoggiato ai benefici governativi, e non credo che il risultato di questo referendum avrà un impatto particolare nel lavoro coi miei attuali partner finlandesi (con cui sta lavorando a Sociable Soccer, ndr). Immagino che, con il Regno Unito fuori dall’Unione Europea, le opzioni della nostra collaborazione potrebbero restringersi, ma anche ampliarsi. Da un punto di vista strettamente pratico, immagino che dovrò richiedere un visto ogni volta che vado a Helsinki, il che mi costerà probabilmente un quarto d’ora sui viaggi di otto ore che compio ogni due settimane. Lo scenario peggiore che mi prefiguro è il dominio totale delle grandi corporazioni coinvolte nello sviluppo di videogiochi nel Regno Unito, in cui ogni cosa passa tramite loro, con le compagnie più piccole che finiscono schiacciate dal loro strapotere. Le stesse, identiche paure che avevo prima di #brexit. In ogni caso, dovremo capire quali saranno le reali ricadute sull’intero panorama, prima di fare mosse avventate“.

David Wortley, fondatore di GAETSS ed esperto di gamification, racconta che “nel lungo termine, se il Regno Unito dovesse prendere una piega isolazionista e introspettiva, potrebbe risultare più difficile farsi coinvolgere in progetti di respiro globale. Credo che la creatività del popolo inglese e la loro resilienza ci aiuterà a uscire da questa situazione, ma c’è sempre la possibilità che le divisioni nella nostra società – e che hanno portato a questo risultato – sfocino in una crescita delle frange estremiste, sia qui che in Europa, che porterebbero a seri danni sociali ed economici. L’industria videoludica inglese dovrebbe dichiarare, senza mezzi termini, quanto sono importanti le partnership internazionali, e continuare come in passato, mantenendo un atteggiamento di accoglienza nei confronti dei talenti creativi di ogni paese“.

VOCI MENO SERENE

Uno sviluppatore inglese, che preferisce rimanere anonimo, dichiara sconsolato che “la situazione non va affatto bene! Tutto d’un tratto mi sento straniero a casa mia. Non riesco a credere che abbiamo votato per uscire“.

Il dirigente di un grosso publisher inglese, che pure ha chiesto di rimanere anonimo, afferma che “ci vorrà del tempo per capire il reale impatto del referendum sull’industria videoludica inglese. La Scozia si sta già muovendo per un secondo referendum, e se riuscirà a ottenere l’indipendenza non farà più parte del Regno Unito, riducendo immediatamente la dimensione dell’industria in UK. Ma è ancora presto per questo. Per il momento abbiamo già visto l’economia inglese subire forti contraccolpi, e a sentire gli esperti potrebbe aprirsi un periodo di recessione e disoccupazione, il che con ogni probabilità farà calare i volumi di vendita dei videogiochi. Per quanto riguarda i talenti esteri che lavorano nell’industria inglese, sono sicuro che al momento c’è un sacco di incertezza. Il Regno Unito finirà per risultare un posto di lavoro meno allettante di altri, considerato anche quanto la campagna per il Leave ha puntato molto sulla paura dell’immigrazione“.

Al termine di questo giro di chiacchierate, come considerazione personale, aggiungo che mi ha fatto piacere trovare una pluralità di opinioni superiore a quanto mi aspettassi quando l’ho cominciata. Tutti quanti, più o meno, concordano però sulla necessità di capire cosa succederà realmente nei mesi a venire, e che – forse – è presto per cominciare a prepararsi per il peggio.

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