Robin Hood: L'origine della Leggenda - Recensione

Negli ultimi anni Hollywood si è sempre divertita a rileggere o reinventare storie e canoni cinematografici, molte volte con notevole successo (la prima trilogia de Pirati dei Caraibi) mentre in altri casi – anche tristemente – floppando di brutto (King Arthur – Il potere della spada).
Robin Hood – L’origine della Leggenda pesca a piene mani proprio dal già citato King Arthur di Guy Ritchie, oltre che dalla trilogia di Batman firmata da Nolan. Robin di Loxley (Taron Egerton), dato per morto in una crociata, torna dopo quattro anni, riprendendo subito il suo posto tra i lord di Nottingham. Celebrità di giorno, di notte ladro per rubare il denaro che il vile sceriffo di Nottingham (Ben Mendelsohn) richiede con cifre sempre più esose a ogni cittadino, paventando costi di guerra sempre più alti da pagare. Quando Hood diverrà paladino del popolo, la rivolta sarà inevitabile.

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questa versione di Robin Hood attinge a piene mani dal Batman di Nolan

Esattamente come aveva fatto lo scorso anno Guy Ritchie con King Arthur, qui il regista Otto Bathurst trasforma la leggenda in una storia d’avventura dinamica, attuale e priva di crismi raffinati, lasciando grande spazio a scene dinamiche e regia virtuosa. Robin di Loxley diventa, a tutti gli effetti, un supereroe moderno in una cornice passata, cercando con arguzia l’inserimento di dinamiche estreme (l’uso dell’arco come fosse una mitragliatrice automatica moderna) per rendere tutto il racconto più pop possibile.
Se su carta l’idea è buonissima e teorizzata al meglio delle possibilità narrative – e personalmente tendo sempre ad apprezzare facilmente operazioni di rilettura del genere – purtroppo all’atto pratico il film è chiuso in un meccanismo narrativo così stantio e anacronistico che, per quanto si sforzi, difficilmente riesce a liberarsi da questa barriera costruita su limiti facilmente superabili, che invece si tramutano in problemi insormontabili.

robin hood recensioneLa storia procede su binari già battuti, non c’è il minimo pathos, nemmeno un minimo di interesse per lo spettacolo a cui si assiste. Viene strano pensare che questo film sia stato scritto da ben tre persone, perché se tecnicamente il regista ha una ricerca stilistica tendente allo stesso virtuosismo pop di Guy Ritchie, i veri problemi sono in sede di sceneggiatura e a pagarne il prezzo maggiore è proprio Taron Egerton.  Il brillante attore si vede qui schiacciato da troppi big che, per quanto abbiano parti ridotte, mostrano il semplicistico Little John di Jamie Foxx in modo più ricco e sfaccettato dello stesso Robin, costretto a una doppia vita, facilmente riconducibile al crociato di Gotham per modus operandi e, per questo motivo, chiuso in un personaggio prevedibile e senza sfumature, oltre quelle a cui lo spettatore può facilmente intuire.

Peccato, perché l’operazione era buona, intelligente nello sfruttare il sistema supereroistico per rileggere alcuni miti, così da trovare consenso nei giovani spettatori che sono abituati al genere, eppure questa è la dimostrazione, tra le tante, che una pessima sceneggiatura è sufficiente per far affondare malamente un progetto.

VOTO 5

robin hood recensioneGenere: avventura, azione
Publisher: 01 Distribution
Regia: Otto Bathurst
Colonna Sonora: Joseph Trapanese
Interpreti: Taron Egerton, Jamie Foxx, Ben Mendelsohn, Eve Hewson, Tim Minchin
Durata: 116 minuti

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