Malcolm & Marie – Recensione

Malcolm e Marie. Due anime, una casa, una notte, un successo da festeggiare, quello di Malcom, giovane regista che torna a casa dopo la prima del suo ultimo film, già acclamato come un capolavoro. Forse diverrà il nuovo Spike Lee andando a grattare le fondamenta delle ipocrisie americane, narrando di multiculturalismo o delle semplici storie di uomini nella grande metropoli care a Barry Jenkins. Poco importa: la fama è dietro l’angolo e in gran parte la deve a Marie, perché il film del vero balzo, quello con cui potrebbe arrivare nell’olimpo del cinema, parla di una ragazza che cerca di disintossicarsi e tornare a partecipare alla quotidiana vita civile, storia ispirata proprio alla sua compagna che, nel discorso di ringraziamento, ha dimenticato di citare.

Da qui si apre il rubinetto di una lunga riflessione, un continuo vomitarsi addosso di parole, critiche, ricordi e aneddoti.

malcolm e marie recensione

Se già dal recente speciale natalizio di Euphoria si parlava di produzioni in mezzo alla pandemia, qui siamo proprio in pieno terreno di “cinema da pandemia”: girando lo scorso anno nel pieno del Coronavirus, proprio Sam Levinson (che ha portato Euphoria sul piccolo schermo) richiama la protagonista Zendaya e le affianca John David Washington (protagonista di Tenet e BlacKkKlansman, già giocatore di football americano e figlio d’arte, nientepopodimeno che di Denzel Washington), con l’idea di mettere in piedi un impianto d’ispirazione teatrale dal grande valore drammaturgico. Due attori e una fotografia pazzesca, con i personaggi che fanno il punto sulla propria identità nel quotidiano in un susseguirsi di parole. Una partita a tennis dove ognuno ha la palla in mano e si adopera per una battuta portentosa, in attesa di respingere o esultare in caso di punto effettivo.

Per gli stessi motivi, la produzione sembra talvolta un esperimento, sicuramente non nuovo al cinema (vedere Sunset Limited: Tommy Lee Jones e Samuel L. Jackson in una stanza a discutere, novanta minuti, scrive Cormac McCarthy), o anche una diretta estensione della voglia di un prodotto audiovisivo tendente più al valore drammaturgico che al semplice cinema commerciale. Il pubblico generalista è automaticamente chiamato in appello per un compromesso coerente: il film può non piacere proprio per questa impostazione dedita più al verbo che all’azione.

un film dove il verbo vince sull’azione, una vera e propria estensione autoriale del regista

L’impostazione teatrale va a privilegiare le performance attoriali, sempre in prima linea e mai filtrate, a cui si aggiunge una cornice fotografica dedita al bianco e nero puro, pulito, un quadro in movimento. La retorica permea tutto il film e i capovolgimenti di fronte sono continui. Facilmente si perde la bussola del discorso, la stessa logica degli eventi, passando dai due che si urlano contro davanti un piatto di maccheroni al formaggio, al ballare ubriachi fuori casa o discutere a letto. Si palesa anche una vena artistica molto personale, quasi come se Malcolm & Marie fosse un articolato discorso dello stesso Sam Levinson sull’industria e la stampa specializzata di settore.

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Se non puoi dirlo in un’intervista, dillo in un film. Forse la lunghezza eccessiva allontanerà parte del pubblico e il valore autoreferenziale potrà irritare più del dovuto. Eppure, nell’immensità della notte, queste due persone in una casa fuori dai centri nevralgici delle metropoli, sembrano anime sperdute in attesa di un traghettatore. Si sorreggono da buoni consiglieri e spettatori, l’uno è lo specchio dei sogni infranti o realizzati dell’altro.

Un Cinema da pandemia che cerca di farsi odiare, ma nel profondo, è di una bellezza siderale.

VOTO 7.5

malcolm e marie recensioneGenere: drammatico
Publisher: Netflix
Regia: Sam Levinson
Colonna Sonora: Labrinth
Interpreti: Zendaya, John David Washington
Durata: 106 minuti

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