Death's Gambit – Recensione

PC PS4

A distanza di un anno dalla propria uscita sul mercato multipiattaforma di riferimento, Death’s Gambit ha – come si suol dire – fatto il salto di qualità in termini di vendite, passando dall’unica edizione digitale, disponibile sino a oggi, a una retail in versione PlayStation 4. L’occasione fa l’uomo ladro e ovviamente non potevamo farci mancare l’occasione di tornare a solcare i campi di battaglia nei panni di Sorun, cavaliere costretto a tornare in vita dopo un patto con la morte per recuperare un potente artefatto nella città di Caer Siorai.

SOULSLIKE 2D

L’esplosione mediatica del genere soulslike ha portato molte case di sviluppo a far propria l’idea di Miyazaki, adattandola per l’occasione a qualsivoglia contesto realizzando ottimi prodotti d’intrattenimento. Se Demon’s Souls ha segnato il punto d’inizio di questa rivoluzione, possiamo tranquillamente affermare che Dark Souls e Bloodborne hanno poi consolidato il fenomeno, dando il via a una produzione capace di proporci storie alternative di tutto rispetto. Basti pensare al Nioh di Team Ninja, oppure a Lords of the Fallen, The Surge o persino Salt and Sanctuary, tentativo analogo a quanto visto con il prodotto analizzato in questo articolo. Death’s Gambit è infatti un soulslike che non ha nulla da invidiare alle controparti di settore, dal momento che segue pedissequamente le regole caratteristiche del genere, adattandole sapientemente al contesto visivo, bidimensionale appunto, senza aver bisogno di rivoluzionare troppo la formula rischiando di strafare.
Death's Gambit Recensione PS4

Combattere, morire, imparare e ripetere: questa è la chiave per il successo nel gioco

Il viaggio di Sorun è fondamentalmente un cammino dell’eroe al contrario, ovvero, inizia con la morte e continua con essa, costringendoci nostro malgrado a entrare in quel circolo morboso composto dal perverso meccanismo di morte e rinascita. Il proverbiale trial and error che compiamo passo dopo passo esplorando le rovine di questo mondo dimenticato ci insegna e conferma due aspetti fondamentali del genere: ogni morte non è mai inutile e ogni azione, se ragionata, può portarvi alla vittoria anche al primo colpo. Senza farvi particolari spoiler sulla trama legata alla vicenda, possiamo giusto indicarvi che il percorso sarà irto di pericoli, rappresentati non solo dai nemici sparsi sul nostro cammino, ma anche da elementi mortali nascosti nello scenario e boss di diversa entità e dimensione, pronto a sfruttare qualsivoglia moveset al fine di eliminarvi al primo colpo. Ogni antagonista del gioco segue uno schema prestabilito di azioni, come avviene in tutti gli altri soulslike, pertanto le soluzioni per vincere sono sempre davanti a voi, basta solo coglierle al momento giusto.

MUORI E RIPETI

Il sistema di gioco creato per Death’s Gambit segue appunto gli stilemi del genere soulslike, sfruttando per l’occasione un’interfaccia minimalista utile a farci tenere sott’occhio la barra della vita e del vigore, il secondo fondamentale per attaccare e schivare, nonché una terza barra dell’energia dell’anima che si mostra come piacevole aggiunta alla formula dato che permetterà ai giocatori, a seconda dell’arma utilizzata, di sferrare colpi distruttivi contro il nemico. Sappiate però che questa terza risorsa si ricarica dopo ogni attacco, in una danza mortale dove solo un timing giusto potrà decretare la differenza tra la vita e la morte. Ognuna delle sette classi disponibili cerca di offrire una build capace di adattarsi ai diversi stili di gioco, ma se non siete muniti di particolare destrezza per questo genere di titoli, allora vi consigliamo di andarci giù pesante scegliendo lo spadone, considerato che un danno maggiore può garantirvi (teoricamente) un miglior livello di sopravvivenza. Peccato che non ci sia stato più impegno nel creare, o caratterizzare, un maggior numero di armi e armature da poter equipaggiare, ma in un contesto simile non ne abbiamo sentito particolarmente la mancanza.

Uno dei talloni d’Achille nella produzione riguarda la varietà degli oggetti equipaggiabili e consumabili

A differenza dei colleghi di genere, però, Death’s Gambit decide di non far perdere le anime al giocatore dopo ogni morte, bensì invece rilascia sul punto della dipartita una delle Piume della Fenice in nostro possesso, essenzialmente il corrispettivo delle Fiaschette di Estus viste in Dark Souls. Questo stratagemma rende molto meno opprimente la morte del giocatore, anche se il prurito provato sulla schiena dopo ogni dipartita è sempre dietro l’angolo, pronto a farvi scatenare l’inferno verso il primo oggetto nelle vicinanze. Per quanto riguarda la gestione dell’inventario, lo schema di riferimento su basi ruolistiche permette al gioco di offrire diversi oggetti con cui equipaggiare il nostro alter ego e spiccano, negli altri menù, due interessanti sottosezioni dedicate rispettivamente a un albero talenti munito di abilità attive e passive che si sbloccano dopo aver sconfitto un boss, seguito da un compendio di libri che, una volta trovati, garantiranno un aumento del danno proprio contro quest’ultimi. Il farming delle anime per salire di livello è consigliatissimo, come anche cercare di gestire complessivamente l’esplorazione degli ambienti così da trovare particolari oggetti unici da utilizzare per potenziare le armi.

White Rabbit ha compiuto un lavoro egregio con Death’s Gambit, riuscendo a creare un ottimo equilibrio tra soulslike e pixel art. Ogni elemento del gioco è stato realizzato con la giusta dovizia, sia per quanto riguarda le scene d’intermezzo disegnate con piacevoli immagini statiche, sia per quanto riguarda proprio tutto il sistema di animazioni alle basi del prodotto. Anche se non ci troviamo davanti a un prodotto perfetto, Death’s Gambit è consigliato caldamente a tutti gli amanti del genere soulslike.

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Pro

  • Pixel art toccante e gradevole da guardare.
  • Longevità garantita grazie al New Game+.
  • È un soulslike di tutto rispetto.

Contro

  • Una maggiore varietà avrebbe giovato.
  • Nessuna novità con la versione retail.
7.5

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