Dragon Ball Z: Extreme Butoden

3DS

dragon ball-z extreme butoden 06Dragon Ball Z: Extreme Butoden ha una storia un po’ strana. Il titolo appartiene a una serie che, personalmente, conobbi solamente grazie ad amici muniti di Super Famicom (la versione nipponica del nostro SNES) e tanta passione per i tie-in tratti da anime. Tanto per intenderci, parliamo di una saga picchiaduro nata nel ’93 e protrattasi discontinuamente fino ai giorni nostri, passando per episodi per lo più mai pubblicati in occidente curati dalle amorevoli mani da una software house fantasma chiamata TOSE, talmente famosa in occidente che sfido chiunque ad averne sentito parlare. E no, volgere lo sguardo a Wikipedia non è ammesso. Fatto sta che Bandai Namco ha voluto affidare lo sviluppo dell’ultimo episodio della serie Butoden agli Arc System Works che, un po’ come gli Omega Force e i loro titoli “Musou”, negli ultimi anni li abbiamo ritrovati un po’ ovunque, specie se si guarda al sempre meno nutrito panorama di picchiaduro bidimensionali. Notoriamente impegnati dietro alle gesta dei guerrieri delle serie Guilty Gear e BlazBlue, i prolifici esperti del picchiaduro dagli occhi a mandorla si sono impegnati per offrire agli appassionati del manga, di recente rilanciato tramite inediti film d’animazione e una serie animata nuova di zecca, un’esperienza ludica di botte e colpi energetici dal sapore più tradizionale. Qualcosa che, insomma, si allontanasse dalla sequela di QTE e sequenza animate dozzinali a cui i titoli DIMPS e Spike Chunsoft ci hanno abituato su home console. C’è da dire che ai tempi del Game Boy Advance gli ARC videro passare fra le proprie mani altri due titoli portatili dedicati a Son Goku e soci, ma con questo Dragon Ball Z Extreme Butoden ogni limite hardware è stato totalmente annullato. È lecito quindi aspettarsi un bel picchiaduro classico a tema Dragon Ball Z? Purtroppo no. O meglio, da uno studio simile era lecito attendersi qualcosa di più.
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SON GOHAN ADOLESCENTE NELLA SAGA DEI SAIYAN

Pur con la propria fama di tecnici del beat’em’up 2D, il team di esperti dietro a Persona 4 Arena ha sensibilmente abbassato l’asticella della loro caratteristica offerta ludica per riuscire a consegnare agli appassionati un titolo senza alcuna profondità, ma di contro sicuramente molto accessibile.

Il roster di personaggi utilizzabili propone poco più di una ventina di combattenti

Sorprendentemente il roster di personaggi utilizzabili propone poco più di una ventina di combattenti. Un numero già di per sé deludente se si guarda al passato delle produzioni dedicate all’opera di Akira Toriyama. Quando poi ci si accorge il moveset è virtualmente identico per ogni eroe, il sopracciglio si inarca inevitabilmente e si sente in lontananza il muggito del franchise munto fino al limite. Se però gli input da inserire sono i medesimi per ogni guerriero (un po’ come nel recente Saint Seiya Soldiers’ Soul), i risultati su schermo fortunatamente sono differenti, e ci si può facilmente impratichire nell’utilizzo di colpi e onde energetiche senza doversi prodigare nella memorizzazione di lunghe combinazioni di tasti. Le meccaniche di gioco sono quindi lanciate direttamente in pieno viso a chi tiene in mano la console e offerte in sacrificio in un susseguirsi di modalità di gioco single player che mortificano l’impalcatura di combo e schivate con un livello di difficoltà praticamente nullo.

Le cose cominciano ad assumere un senso solo dopo aver completato per la prima volta lo Story mode e aver sbloccato diverse opzioni di gioco. Si va dalla possibilità di rivivere la storia dell’adattamento animato attraverso gli occhi di diversi protagonisti, fino a poter vivere inediti sviluppi probabilmente sceneggiati da qualche scrittore di fan fiction rintracciato in quel di 2chan. E no, niente GokuXBulma, purtroppo. Completando gli scenari della modalità avventura, forse quella più degna dell’intero comparto ludico single player, si ricevono ricompense di qualità crescente a seconda del giudizio raccolto sul campo di battaglia, ma mentre i terribili siparietti che fanno da preambolo agli scontri scorrono sullo schermo (e GRAZIE A DIO sono skippabili) ci si rende presto conto di non sapere cos’è quella “combo esplosiva” richiesta dalla missione. È evidente che, pur se stringatissime, le meccaniche che muovono gli scontri andrebbero palesate in un breve tutorial, ma il gioco non se ne fa alcun problema e limita il tutto a una serie di nozioni raggiungibili mettendo in pausa le battaglie.
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PIÙ FORTE DI UN DIO

È un peccato che nulla introduca e valorizzi ciò che i papà di Ragna e Sol hanno confezionato proprio per Butoden, di per sé un titolo sufficiente, pur nella sua semplicità. Paradossale, poi, la presenza di oltre 100 volti tratti dalla serie nell’inedita veste di personaggi ausiliari, richiamabili in soccorso in qualsiasi momento agendo sullo schermo inferiore del 3DS, così come la possibilità di creare squadre personalizzate. Due caratteristiche che sembrano un diretto preambolo a una succosa, quanto necessaria, modalità di gioco multiplayer.

L’offerta single player proposta si trascina avanti in modo blando

Ed è così che nel 2015, con le potenzialità di Nintendo 3DS e la rinnovata apertura da parte della software house di Kyoto per il gioco online, addirittura presente nell’ultimo episodio di The Legend of Zelda, Dragon Ball Z Extreme Butoden decide che bisogna sfidarsi solamente con amici sul posto. Un terribile autogol che va a minare un prodotto, ripeto, di per sé sufficiente, ma comunque non particolarmente esaltante, decretandone il destino di occasione mancata. Alcune voci parlano di un futuro aggiornamento che andrà a lenire questi due grossi difetti con una modalità allenamento e un’altra dedicata proprio alle sfide online, ma in sede di recensione mi pare giusto sottolineare come, al momento, questa ultima produzione Bandai Namco risulti monca. Specie quando l’offerta single player proposta si trascina avanti in modo blando, con modalità di gioco concepite pigramente e incapaci di valorizzare le meccaniche degli scontri. La buona fede di Arc System Works è evidente anche dal buon comparto tecnico, retto da buoni sprite bidimensionali dei personaggi dallo stile grafico caratteristico ed espressivo. Per una volta anche il 3D stereoscopico è stato tenuto in considerazione e sottolinea con la giusta enfasi l’efficacia dei colpi speciali (comunque piagati da un’esasperante lunghezza delle animazioni) fra parallassi, giochi di luce e quant’altro. Meno esaltante, invece, è la presenza di inesattezze che si figureranno palesi agli occhi di un qualsiasi fan, come la presenza di Son Gohan adolescente nell’arco dedicato ai Saiyan, lo stesso in versione SSJ2 indicato come generico SSJ e altri episodi sicuramente decretati dalla pochezza con cui è stata trattata l’opera originale ma, hey, anche ai tempi del Super Famicom io ho sempre preferito Hyper Dimension a Super Butoden.

Dragon Ball Z: Extreme Butoden ha così tanti difetti sul groppone che mi sembrerebbe insincero regalargli una sufficienza basandomi sulla speranza che Arc System Works lavori ad aggiornamenti praticamente indispensabili. La mia impressione, oltretutto suggerita dalla scarsa qualità della sequenza d’apertura animata, è che il videogioco in questione sia stato trattato come un prodotto a basso profilo da Bandai Namco stessa, probabilmente affamata di vendite praticamente garantite dal mondo dei giovanissimi muniti di 3DS e in cerca di un passatempo da affrontare con gli amici. E se la pretesa è quella, sì, Extreme Butoden potrebbe anche fare al caso vostro, ma rimango sempre dell’opinione che dagli Arc System Works ci si debba aspettare di più. Molto di più.

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Pro

  • Sistema di gioco accessibile a tutti, purché dotati di pollice opponibile.
  • Tanti personaggi ausiliari.
  • Graficamente gradevole.

Contro

  • Il gameplay manca totalmente di profondità.
  • Roster risicatissimo.
  • Dialoghi penosi e scenari inediti evitabilissimi.
  • Manca l’online (per ora?).
5

Insufficiente

C'è chi dice che nella sua stanzetta, dietro una mole spaventosa di fumetti d'epoca giapponesi, si celino misteri infiniti. Da sempre appassionato di videogame made in Japan e delle opere animate di Kunihiko Ikuhara, dategli un qualsiasi J-RPG e lo renderete un orsetto felice.

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