Ciao, mi chiamo Mario e ho una dipendenza da hardware

Ciao, mi chiamo Mario e ho una dipendenza da hardware

Siamo ancora lontani dal momento in cui, come in Deus Ex, qualcuno potrà proclamare una dipendenza da hardware interno al proprio corpo (o augumentation, che dir si voglia). In compenso, è già lecito descrivere la “tossicità” di una spesa economica per orpelli high tech che può agilmente prendere la mano, sull’onda delle novità un tempo sognate o anche dalle più comuni innovazioni di cui, per un motivo o per l’altro, non si riesce a fare a meno. Talvolta si tratta di rincorrere una pura passione, aggiungendo al fardello qualcosa di teoricamente non necessario, nel mio caso la VR di HTC Vive, ma poi arriva sempre qualche altro imprevisto ritenuto normale nella vita di un appassionato fruitore di tecnologia audiovisiva, e che tanto normale non sembra più quando, da padre di famiglia, ti trovi a far la somma di ogni pezzo comprato. Il risultato, in questi giorni, è che mi sento più che mai una specie di tossicodipendente, di quelli così soggiogati dal vizio che, pur riconoscendone i danni, non danno il minimo segno di volerne uscire.

Gli ultimi fatti, cadenzati a gran velocità, presentano una scansione drammatica così densa da sforare quasi nel demenziale, un po’ come l’ultimo Star Wars (che non mi è dispiaciuto del tutto; forse, quando gli animi si saranno placati, avrò il coraggio di parlarne). Prima è arrivata la rottura del mio vecchio portatile nello spinotto d’alimentazione, riparabile in una settimana ma, ahimè, non nei tempi di un imminente press tour; per il rimpiazzo ho preferito un notebook Asus, considerato lo scarso uso che ne facevo per giocare, e ho iniziato a raccontarmi una bella storiella sull’inevitabilità degli eventi e sul fatto che, considerato il resto, poteva andarmi molto peggio. Ed ecco il televisore: due meravigliose bande verticali sul mio vecchio ma ancora (apparentemente) valido Sony Bravia, dopo otto anni di glorioso servizio durante i quali mi sono sollazzato con passioni normali e con altre meno longeve, come la stereoscopia casalinga, a sua volta bisognosa di un hardware PC sufficientemente pompato, quasi un’avvisaglia della meravigliosa sciagura che mi sarei tirato addosso con la VR.hardware

La colpa è anche del Todeschini, complice supremo di diversi miei sperperi dentro e fuori il mercato della tecnologia

Almeno in quel caso, la veterana ha avuto il buon cuore di suicidarsi il giorno prima del Black Friday, uno dei momenti dell’anno studiati a tavolino per l’illusione del risparmio: pur potendo scegliere fra una gamma infinita di validi prodotti, sono comunque riuscito a spendere almeno 200 euro più del previsto, sulla scia di quella maledetta “offerta che non si può rifiutare” (4K, HDR e tante altre carezze, a due terzi del prezzo originale). Che poi la colpa è anche dei consigli del Todeschini, complice supremo di diversi miei sperperi dentro e fuori il mercato della tecnologia: ricordo ancora il sorriso del commesso, il giorno che Claudio mi portò nello store Nike per un regalo alla mia compagna, lungo la strada più chic di Santa Monica. D’altra parte, soprattutto quando si tratta del dolce richiamo di uno schermo o accessorio per il gaming, l’unico vero responsabile è davanti a me ogni mattina, quando mi lavo i denti o mi faccio la barba (e no, Claudio non abita a casa mia, né tanto meno andremmo mai al bagno insieme).

In ultimo, per sorvolare sull’accollamento di 24 rate per un nuovo cellulare (anche qui, quello vecchio aveva definitivamente salutato), è arrivato il malfunzionamento e, poi, la definitiva irrecuperabilità di uno dei controller di HTC Vive. Questo è anche il motivo per cui, sulle pagine del sito, i nostri coriacei appassionati di VR non hanno ancora trovato le recensioni di Fallout 4 VR e LA Noire The VR Case Files, ormai slittate per la prossima Virtual Reality Machine; ho pure avuto l’ardore di tentare di riparare autonomamente la periferica, snudando e ammirando le sue avanzate delicatezze, senza tuttavia riuscire nell’intento di riportarla in vita. Pur se imparagonabile alle spese precedenti, la dipartita del controller è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso (o la mentina che fa esplodere il goloso, se volete dirla coi Monty Python), di quelle che destano la coscienza costringendola a guardare indietro. E dietro, per la precisione, c’è un PCista che da un paio d’anni si è infilato in una nuova e pericolosissima fonte di spesa, equivalente già all’ingresso (con l’acquisto del DK2 di di Oculus e poi di Vive) al prezzo combinato di PS4 Pro, Nintendo Switch e magari anche di PlayStation VR. Oltretutto, pur trovando conforto in varie prove degli utenti, la mia configurazione hardware non incontra esattamente gli altissimi requisiti raccomandati per i titoli di Rockstar e Bethesda: un piccolo scricchiolio quasi trascurabile, su una macchina ancora validissima nella totalità dei giochi “normali”, che tuttavia odora già di acquisti per GPU, processore centrale e scheda madre, legati tra loro in un implacabile effetto domino.

È però l’atteggiamento furtivo sull’ultimo acquisto che mi ha fatto davvero preoccupare: cosciente dell’imminenza delle feste, e dopo aver già speso l’equivalente di due o tre Natali degli ultimi anni messi insieme, mi sono recato sull’apposito sito come si farebbe con una merce illegale e/o immorale, nascosto agli occhi della mia dolce, bellissima e incommensurabilmente adorata compagna. I complimenti alla suddetta ci stanno tutti, certo per puro trasporto, ma anche per il rischio che legga questo editoriale.

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