La fine di un amore

amore videogiochi editoriale

Qualche giorno fa sono andato a fare una visita medica (ahhh, l’età che avanza…), e per ingannare l’attesa in sala d’aspetto mi sono fatto accompagnare dalla buona, vecchia Switch, perfetta – anche – per eventualità di questo tipo. Vengo chiamato nell’ambulatorio, entro mentre sto riponendo la console nello zaino, e tutto incuriosito il dottore mi fa un mezzo terzo grado sulla console di Nintendo. Chiacchierando, scopro che ha più o meno la mia età, due figli maschi che stanno scoprendo i piaceri del ludo elettronico e che, da buon genitore, sta cercando di capire se e quale macchina da gioco donare alla prole. Non vi tedio – non oggi, perlomeno – sul contenuto di questa chiacchierata, sui pro e i contro di questa o quella piattaforma, su quali giochi sono meglio di altri, ma c’è stato un passaggio, in questa lunga e inattesa chiacchierata, che mi ha colpito molto e che voglio condividere con voi.

Il dottore mi rivela che da giovane era un videogiocatore appassionato, di quelli che – di riffa o di raffa, diciamo così, e non approfondiamo oltre – consumava tutto il consumabile, videoludicamente parlando, che si trattasse di un gioco di ruolo à la Baldur’s Gate o di uno shooter in prima persona à la Duke Nukem o à la Hexen, senza disdegnare classici come SimCity 2000 o Grim Fandango. Roba citata da lui, eh, mica pizza e fichi. Poi, conclusa l’università, mi dice, ha iniziato a lavorare e a essere impegnato “per davvero” (sic), tra turni in ospedale, scuola di specialità, matrimonio e quant’altro; il videogioco, insomma, è finito rapidamente in fondo alla lista di priorità e/o di cose importanti a cui dedicarsi. Una storia che abbiamo già sentito fin troppe volte, nel bene e nel male, e che rientra in quella che normalmente definiamo “vita”.

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È possibile disinnamorarsi di qualcosa a cui si è stati tanto legati, e per così tanto tempo?

Ciò che mi ha colpito più di tutto, però, è stata la chiosa a questo breve e tutto sommato banale racconto, ossia che ormai lui oggi “detesta i videogiochi”. Non ha nessuna voglia di riprenderli in mano, e non è per via del fatto che ormai su PC è abbastanza complicato barcamenarsi tra configurazioni hardware, schede video e quant’altro, perché potrebbe prendersi una console e non pensarci più (fino a un certo punto, visto l’andazzo degli ultimi anni, ma non mi pareva il caso di infierire). Non gli interessa proprio. Intendiamoci, già il fatto che si stia attivando per i figli è una cosa sicuramente positiva, ma mi sarei aspettato, da un ex gamer incallito, più un “vorrei tanto, ma non ho più tempo”, o un “mi mancano le nottate a finire Command & Conquer, e non un “non me ne frega più niente”.

Come se in qualche modo avesse “messo la testa a posto”, si fosse tolto i grilli dalla testa. Ecco, è questo il passaggio che non mi torna, e che mi ha lasciato perplesso. Intendiamoci, conosco un sacco di gente che per mille motivi ha “smesso”, e non fatico a immaginare un futuro – lontanissimo – in cui anche io dovrò appendere mouse e tastiera al chiodo, o comunque dedicarmi con minor tempo e costanza ai videogiochi. Ma l’amore? Quello può davvero finire? È possibile disinnamorarsi di qualcosa a cui si è stati tanto legati, e per così tanto tempo? Non abbiamo approfondito ulteriormente la cosa, altrimenti oh, alla fine manco mi visitava. Magari la prossima volta.

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