Il costo non deve mai superare il beneficio

Fighting Force

Il mio professore di economia politica all’università, un eccentrico ed esigente ometto tanto simpatico quanto privo di pietà, oltre a brillare per osservazioni ciniche e massime lanciate con beffarda ironia, soleva ripetere diversi concetti. Uno era “life is like a champaigne glass”, utilizzato ogniqualvolta la nostra ignoranza o idiozia superava a suo dire anche la più sorprendente immaginazione; un altro era quello secondo cui “il costo non deve mai superare il beneficio”. Di solito questa frase era seguita da una considerazione del tipo “ed è per questo che dopo aver seguito il mio corso molti di voi lasceranno il/la fidanzato/a”, ma anche da altri esempi abbastanza seri, come quello che secondo lui quando paghiamo il biglietto al cinema e il film non ci piace, tanto vale uscire dalla sala appena possibile, perché ovviamente nel momento in cui investiamo il nostro tempo oltre che i nostri soldi in un’attività che non sta creando benefici, il suo costo potrebbe diventare insostenibile e tramutarsi in “bleeding loss”.

Un punto di vista affascinante e razionalmente inattaccabile, eppure non mi sono mai trovato totalmente in accordo con lui, né riguardo i film, né qualsiasi altra forma di intrattenimento. Insomma, magari sbaglio, ma non sono mai riuscito a uscire dalla sala cinematografica prima dei titoli di coda, così come mi è capitato davvero poche volte di abbandonare un libro prima di finirlo (Ciao Cielo di fuoco, mi ricordo ancora di te!), e nonostante abbia diversi giochi da finire in backlog, l’idea di lasciare totalmente (quindi disinstallare, rimuoverlo dalla mente, dire “ok basta ciao”) un titolo prima di completarlo è davvero lontana da me, anche quando non si tratta di lavoro.

Ephemeral Fantasia

Nonostante il backlog, quando inizio davvero un videogioco, l’idea di non finirlo è lontana da me

Ci ripensavo proprio in questi giorni, quando mi sono trascinato abbastanza stancamente fino alla fine di un paio di titoli di cui devo scrivere, borbottando tra me e me che anche capire quanto un gioco possa rivelarsi fallace o discutibile fino alla fine fa parte della costruzione di un’analisi. In realtà, però, guardavo al passato, e al fatto che da giocatore ho spesso portato avanti storie di cui non fossi particolarmente convinto, o giochi discutibili, perché poi alla fine già che sei lì, che fai, non lo finisci? In questa fantastica categoria rientrano soprattutto quelli del periodo dell’incoscienza critica, ovvero quella degli anni adolescenziali dove nel flusso del compro/vendo/scambio si giocava davvero anche a robe inguardabili. Ne ricordo abbastanza chiaramente quattro, ma sono sicuro che ce ne siano altri che la mia mente ha per fortuna rimosso.

Al primo posto, quasi in zona grigia, metterei Fighting Force per PSX, perché al netto che fosse un beat’em up legnoso che lèvati, almeno ricordo che in multiplayer desse un minimo di soddisfazione, forse semplicemente perché si poteva picchiare il proprio compagno d’avventura. Dopo, di sicuro, piazzerei una coppia di JRPG che ricordo fare il giro, nel senso che erano talmente sui generis da diventare quasi affascinanti, ma evidentemente non per meriti ludici. Uno è Evergrace, action RPG di FromSoftware, che aveva idee avveniristiche e una storia affascinante (ma qui potrei sbagliarmi), ma che era di un macchinoso durante i combattimenti che la paura di morire ti veniva soprattutto per non dover ripetere di nuovo le stesse sequenze; l’altro, invece è Ephemeral Phantasia, di Konami, che è sostanzialmente la versione cringe di The Legend of Zelda: Majora’s Mask ambientata su un’isola che ricorda la Grecia, con i suoi colori splendidi, e che mi fregò proprio per l’ambientazione, le sue meccaniche in tempo reale (nel senso che c’era un orologio) e il fatto che ci fosse la chitarra di mezzo, anche se poi senza controller di Guitar Freaks il minigioco relativo era totalmente ingiocabile. Poi certo, se li ricordo ancora oggi tutto sommato vuol dire che le ore spese a completarli non siano state poi così buttate, o forse che la mia mente non li ha rimossi in modo che potessero costituire un monito per gestire meglio il tempo, ma evidentemente la cosa non ha funzionato. Ah, dite che erano quattro i giochi? In effetti è vero, all’appello manca il gioco brutto ma bello per eccellenza, a cui non mi pento assolutamente di aver dedicato passione, amore e interi pomeriggi. Si tratta di Soccer Life!, uno strano incrocio tra life sim e manageriale calcistico privo di qualsiasi senso logico dove l’idea era rivivere la carriera di un calciatore a 360°. Pieno zeppo di luoghi comuni, inutilmente complesso e ricco di statistiche tradotte malissimo, si passava la maggior parte del tempo a osservare sequenze renderizzate male di azioni senza senso. Un vero e proprio capolavoro del trash, tanto da meritare un seguito, che aveva l’indubbio pregio di avere Nick Ventola in copertina come testimonial. Mi pento ancora oggi di non averlo comprato.

Soccer Life

Insomma, continuo a pensare che il mio professore non avesse completamente ragione, perché a volte anche la gestione del tempo è figlia dell’irrazionalità. O meglio, forse la discriminante non è la bellezza o la bruttezza di un gioco/film/libro, ma la consapevolezza di impiegare del tempo in qualcosa che, al netto della sua qualità, in qualche modo ci faccia divertire.

Articolo precedente
editoriale internet esperti

Internet, luogo di esperti ed errori

Articolo successivo
nintendo switch gadget dell'anno

Nintendo Switch è una console “adulta”

Condividi con gli amici










Inviare

Password dimenticata