La guerra di Donald Trump

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Nei giorni scorsi, mentre noi eravamo impegnati in quel di Cartoomics, tra una chiacchierata con qualche dev italiano fuori di zucca, una ruolata dura a 7th Sea e un giro tra bancarelle piene di fumetti e robot in miniatura, il presidente Donald Trump ha finalmente incontrato i rappresentanti – alcuni, perlomeno – dell’industria videoludica americana, tra cui il CEO di Rockstar Strauss Zelnick, il CEO di Zenimax (che possiede Bethesda) Robert Altman e Patricia Vance, presidente dell’ESRB, l’ente statunitense di classificazione dei videogiochi.

Ebbene, stando a quanto raccolto dai giornalisti americani dopo l’incontro, la riunione si è aperta con la proiezione del seguente video:

E il commento del presidente Donald Trump: «Scene violente, non è vero?». Un inizio davvero imbarazzante, al limite del vergognoso, che denota l’incapacità (o non volontà) della Casa Bianca di affrontare il problema in maniera equilibrata, dal punto di vista “terzo” che le competerebbe, dichiarando fin da subito una posizione che esclude qualsiasi margine di discussione.

Il video realizzato dalla Casa Bianca denota la sua incapacità (o non volontà) di affrontare il problema in maniera equilibrata, dal punto di vista “terzo” che le competerebbe

Immagini di giochi a caso montate a caso, che dovrebbero in qualche modo sconvolgere, stupire, disgustare, ma che ignorano completamente il contesto in cui sono inserite, il perché gli autori di un prodotto decidono di raccontare una storia in quel modo e come mai le hanno utilizzate. Sono abbastanza sicuro che si potrebbero realizzare 88 secondi di scene di film di Tarantino capaci di scioccare molto di più, ma nessuno si sognerebbe mai di dire che i film di Tarantino sono la causa delle sparatorie nelle scuole degli Stati Uniti. Tanto di cappello ai presenti alla riunione per non essersi alzati e non aver abbandonato la riunione al termine della proiezione del filmato.

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Siamo ancora qui, nel 2018, a dover difendere la libertà di poter giocare a quello che ci pare

Mi sembra davvero incredibile doversi ritrovare, a marzo del 2018, a dover nuovamente parlare di cose che dovrebbero in qualche modo essere date per scontate: per dire le prime due che vengono in mente, il mare magnum di studi che non trovano correlazioni tra videogiochi e violenza, o anche semplicemente l’esistenza di criteri di valutazione per orientare i consumatori nella scelta di cosa sia più o meno adatto a quale pubblico (e relative regole interne dei negozi che vendono videogiochi).

Ancor di più, sconvolge che ci si debba nuovamente trovare qui a difendere la libertà di poter giocare a videogiochi violenti, a doversi quasi scusare perché ci si diverte con quelli esattamente come ci si diverte con Mario Odyssey o Clash Royale.

Fa benissimo la International Game Developers Association a dichiarare di non voler diventare il capro espiatorio di tutta la questione. In un’intervista alla MSNBC, la Executive Director della IGDA Jennifer MacLean dice una cosa assolutamente vera, e tristemente detta, ridetta e stradetta in tutti i contesti possibili e immaginabili, e invariabilmente ignorata da chi dovrebbe invece affrontare seriamente la questione, come Donald Trump: negli Stati Uniti, i giovani giocano gli stessi titoli che vengono giocati in tutto il resto del mondo. Come mai episodi come quello di San Valentino in Florida succedono solo negli USA, e non in Germania, in Italia, in Canada o altrove? Non sarà mica per il fatto che in America si comprano le mitragliatrici al supermercato? Il dibattito, sempre secondo la Maclean (ma non solo), rappresenta evidentemente un modo per sviare la discussione dal punto su cui dovrebbe concentrarsi, ma offre l’opportunità – una volta di più – di informare i genitori e le famiglie del sistema di classificazione attualmente in vigore negli Stati Uniti. E se qualcosa di buono può venir fuori da questo macello comunicativo e mediatico, che sia. Però, in generale, che desolazione!

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