Morta una IndieZone se ne fa un’altra

indiezone tgm editoriale

Volevo parlarne sul numero di The Games Machine in lavorazione, ma poi sono stato distratto dal Voodoo affair e ho deragliato. Quindi riprendo volentieri qui le fila del discorso lasciato a metà e che potrete leggere tra meno di un mesetto nell’editoriale della IndieZone del numero 354 di aprile, per tornare a discutere di come sia cambiata la percezione del mercato indipendente da quando, sul finire del 2010, io e Davide Tosini convenimmo che era tempo di proporre ai lettori una rubrica dedicata. Per inciso: la prima in Italia su carta stampata.

Ricordo che allora la domanda a cui cercavamo di dare una risposta era: “Ma ci saranno produzioni di qualità in grado di garantire la copertura di sette pagine ogni mese?”. Un dubbio assurdo, ripensandoci oggi, quando per affrontare tutte quelle che vengono pubblicate nell’arco di quattro settimane servirebbe un magazine a sé stante. Ai tempi era diverso e c’era ancora molta confusione sulla rivoluzione messa in atto da Jonathan Blow e soci. Chi si sarebbe immaginato che, dal Braid del 2009 in poi, avremmo assistito a un inarrestabile proliferare di produzioni indipendenti supportate dai grandi publisher e distribuite sulle principali piattaforme di digital delivery? Chi avrebbe mai scommesso che progetti come Kickstarter e Humble Bundle sarebbero riusciti a fare breccia tra gli hardcore gamer, svuotandone i conti correnti? Certo, adesso tutti a dire: “Io! Io lo sapevo”, ma da queste parti abbiamo la memoria di un elefante quando si tratta di introdurre una nuova sezione in una rivista che ha trent’anni, e ci ricordiamo benissimo che non era così.

Da quel 2010 a oggi, però, la situazione è cambiata molto, tanto che un paio di mesi fa, dopo decine di articoli di approfondimento sulla differenza tra indie e indipendente (senza peraltro mai arrivare a una definizione esaustiva per inquadrare il fenomeno in questo settore), abbiamo scelto di concentrarci solo sulle produzioni underground. Underground, scrivevo sul numero 352, “come la musica espressionista di un cantautore che si autoproduce; come un verso della Setta dei poeti estinti ne L’attimo fuggente; come un cortometraggio girato con una pellicola da 8 millimetri; come un software sviluppato per il piacere di farlo; come un documentario di denuncia, prodotto da una Onlus”.

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Chiunque potrebbe vendersi la casa per realizzare un punta e clicca sulla propria vita

Nonostante l’intento esplicito, però, non è sempre facile riuscire a fare un distinguo preciso, com’è giusto che sia quando manca un manifesto di inclusione, un’etichetta chiara, una piattaforma di distribuzione riconoscibile. In tutti questi anni ho imparato che la discriminante data dal denaro investito nello sviluppo non è sempre efficace, visto che chiunque potrebbe vendersi la casa mosso dal desiderio di realizzare un punta e clicca sulla propria vita e caricarlo esclusivamente su Indie DB, peraltro pieno di videogiochi con un publisher che, quantomeno, gettano qualche dubbio sulla legittimità di quel prefisso. A ogni modo, la verità è che il tentativo di selezionare titoli coerenti con l’attuale mission della IndieZone passa inevitabilmente dallo studio della produzione. Come nasce? Chi l’ha finanziata? Perché me la fanno pagare? In quali tasche finiscono le revenue? Che messaggio veicola? Capita quindi che un Genital Jousting venga scartato perché la prospettiva di Freelives, il team responsabile che assomiglia tremendamente al famoso gruppo dance rock degli anni ‘80 Happy Mondays, è quella di vendersi con un’idea bizzarra supportata da Devolver Digital. Al contrario, basta farsi un giro sul sito thewanderingben.com per capire che A case of Distrust è il frutto del coraggioso escapismo di uno sviluppatore che ha lavorato per BioWare e Visceral Games e non ne poteva più. Ciò non significa che il prossimo parto di Ben Wander verrà selezionato a priori, così come non è detto che Genital Jousting 2 possa essere escluso d’ufficio da quelle pagine. Dipenderà dalle risposte che daremo alle domande poste poco fa, nel momento in cui ci ritroveremo nella condizione di scegliere.

Mi permetto allora di chiudere segnalando che sul numero di The Games Machine attualmente in edicola – il 353 di marzo – troverete nella IndieZone un piccolo speciale su Martha is Dead, nuovo titolo di LKA di Luca Dalcò, già autore di The Town of Light, che ci ha fornito qualche immagine esclusiva e alcune dichiarazioni che ben riflettono la natura indie del gioco. Ci leggiamo là?

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