Anime di conforto

Violet Evergarden

Ognuno di noi ha i suoi generi e titoli di conforto. Mi piace pensare che funzionino come il cibo, che siano un balsamo per rigenerare l’anima o la mente quando hai bisogno di staccare, di galleggiare in una dimensione idilliaca. Non è necessariamente il rifugio in caso di malessere, ma credo sia proprio un bisogno di passare un po’ di tempo in una bolla. Lo si può fare in tanti modi e ognuno ha i propri, ma penso che i prodotti di intrattenimento svolgano un ruolo importante data la loro funzione escapista. Detto ciò, io potrei menarvela ancora una volta con Football Manager e di sicuro sarei sincero, ma penso che scavando a fondo, ci sia qualcosa che rappresenti ancora meglio il mio limbo salvifico, e oserei dire che si tratti di un fatto quasi generazionale, o magari anche no, ma questo magari me lo direte voi nei commenti.

La grammatica dei sentimenti delle produzioni giapponesi di quegli anni sia diventata più o meno la cifra della nostra adolescenza

Mi riferisco al fatto, che a mio modo di vedere, chi come me è nato nella metà degli anni ’80 e crede che i videogiochi siano stati importanti nel processo di creazione della sua identità, se dovesse scegliere uno dei suoi “romanzi di formazione” metterebbe un Final Fantasy, probabilmente il settimo o l’ottavo capitolo. Si tratta di un dato empirico, che potrebbe non essere vero per tutti, ma che nasce da tantissime discussione fatte con amici e colleghi coetanei, già a partire dalla redazione. E non parlo necessariamente di un discorso di qualità del gioco, perché a cena si finisce sempre per dire che «madonna che roba agghiacciante era questo o quell’aspetto, però chissenefrega, io ho sempre desiderato essere X (inserire nome di un personaggio)».

Allargando il discorso, immagino che la grammatica dei sentimenti delle produzioni giapponesi di quegli anni sia diventata più o meno la cifra della nostra adolescenza, nel bene e nel male. Accanto a Jack Kerouac, J.D. Salinger, Space Jam e Toy Story, nel nostro percorso abbiamo desiderato di andare a scuola al Garden di Balamb, passare una serata al Gold Saucer, o ci siamo commossi con Eyes on Me. Nel mio caso potrei parlarvi anche di alcuni personaggi di Suikoden o delle nottate passate a discutere sul concetto di legame personale guardando tutto nell’ottica di Xenogears, o potrei alternativamente citare copiosamente manga e anime dell’epoca. Questo per dire che per me, andando a fondo, le produzioni nipponiche di quegli anni hanno un posto speciale nel mio cuore, per quanto non possa dirmi un appassionato rigoroso ed enciclopedico né di JRPG, né di animazione del Sol Levante. Eppure, non avrei dubbi a considerare quel periodo come fondamentale per la mia esistenza.

Per questo motivo, un po’ come quando becchi Space Jam in TV e non puoi fare a meno di guardarlo per goderti un passaggio sereno nella bolla, ancora oggi reputo alcune produzioni giapponesi un momento di salvezza e ristoro, per il loro modo, spesso strampalato, ancora più spesso sincero e “banale” (inteso come archetipico) di puntare dritto al cuore, ai sentimenti base. Non è un caso, secondo me, che Final Fantasy XV, con tutte le sue innegabili problematiche a livello ludico, resti un gioco a cui io, Fabio e Lorenzo, in redazione, non riusciamo a voler male, perché – e qui voglio citare il Bonaffini, utilizzando una sua frase tipica – ha quell’afflato da Bildungsroman a cui non puoi resistere, che ti riporta proprio all’adolescenza e quel periodo di energia febbrile. Mi rendo conto che a guardare tutto da un’ottica razionale spesso la nostra generazione ha un po’ la paura di crescere e cerca di allungare il passato per vivere in un eterno presente, ma in un momento storico in cui la nostalgia non è peccato (e sì, invece dovrebbe), mi sembra giusto rivendicare il diritto a dare dignità anche ai tardi anni ’90, invece di glorificare sempre e comunque il decennio precedente, che per carità, ha il suo perché.

Tutto questo sproloquio, in fondo, è per dirvi che sì, a volte vorrei avere il tempo di rifugiarmi nella bolla nipponica e vivere i drammi adolescenziali degli eroi senza età dei JRPG, e mi sento profondamente in colpa di non aver ancora finito Persona 5. Tuttavia, in questi giorni, ogni pausa è buona per dedicarmi a Violet Evergarden, un anime di Kyoto Animation, tratto da una light novel di Kana Akatsuki e illustrata da Akiko Takase, i cui diritti sono stati acquistati per il simulcast da Netflix, che mi ha davvero riportato indietro nel tempo. Al netto di una produzione davvero spettacolare, con dei disegni lussureggianti e un’ambientazione davvero suggestiva, la storia di Violet, una sorta di golem/robot da guerra (la cui natura ancora non mi è chiara) alla scoperta dell’umanità e dei sentimenti attraverso la scrittura, mi sta davvero riscaldando il cuore. Sono perfettamente consapevole che alcune puntate sono davvero la fiera dei “feels” e che in generale, a volte, il suo livello di scrittura è davvero troppo retorico, ma è altrettanto vero che contemporaneamente è anche talmente autentico e originale nella messa in scena che dei suoi difetti me ne frega il giusto, perché tanto è il mio genere di conforto e mi ha ricordato che dovrei dedicargli più tempo, perché abbiamo tutti bisogno della nostra bolla. Grazie, dunque, Violet Evergarden.

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