Oasis, Metaverso e Carbonio Alteratissimo

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Se interrogaste un appassionato di cyberpunk sulle opere che meglio contemplano una futuribile realtà virtuale, probabilmente vi verrebbero elencati tre titoli: Snow Crash (1992), Altered Carbon (2002) e, con un po’ di riluttanza, Ready Player One (2010). Sull’ultimo mi trovo d’accordo con la recensione del nostro Gabriele Barducci: la pellicola è migliore del romanzo a cui si inspira, risulta meno timida e più diretta sulle stesse tematiche che Ernest Cline ha ricamato come una vecchia zia, pur volendo fare un discorso esplicito al pari di quello del film attualmente nelle sale.

Sono meno in sintonia con Gabriele, invece, nell’incensare Spielberg come un infallibile vecchio del cinema contemporaneo, un po’ come mi sentirei di fare più convintamente su George Miller per il suo Mad Max Fury Road, reiterato e imbattibile maestro d’azione che si era solo un po’ perso
(efficacemente, peraltro, nell’ambito dei film per ragazzi) dietro a pinguini abili nel tip tap. Il caro Steven, che certo nessuno della mia generazione si sognerebbe di non amare, si è trovato di fronte una materia narrativa alquanto semplice, “generazionale” nel senso di un libro per ragazzi del nuovo millennio, e l’ha superata con lo stile di uno che le avventure interattive le ha amate prima e più profondamente dello stesso Cline (tanto da usarle come veicolo per la storia della Seconda Guerra Mondiale, in Medal of Honor: Allied Assault).

Spielberg si è trovato di fronte alla declinazione più semplice di romanzo “generazionale”, sostanzialmente un libro per ragazzi del nuovo millennio

Senza giudicarlo per le più recenti opere di stampo storico, d’indagine o semplicemente drammatiche, d’indubbio mestiere pur se segnate da un minimo di didascalismo (come se mettesse i sottotitoli esplicativi, insomma, tanto è diligentemente comprensibile la narrazione), lo ritengo responsabile di una delle peggiori triplette del cinema di genere, almeno tra quelle arrivate dai grandi registi: Jurassic Park, perché distrugge qualsiasi seria riflessione del libro di Crichton; Artificial Intelligence, perché ricopre di un metro di melassa l’idea dell’amico Kubrik; e naturalmente Minority Report, perché persino lui ha finito per considerare P. K. Dick come un serbatoio per banali action sci-fi, piazzando giusto la ridicola scena campagnola del finale a far da (falsa e fuori luogo) bandierina d’autore. Odio meno Hook e la Guerra del Mondi, ma solo perché mi sono sempre addormentato verso i tre quarti dei film.

Senza interventi eccellenti, ma nel novero delle produzioni fantascientifiche più ricche di Netflix, recentemente è arrivato anche Altered Carbon, sul cui romanzo avevo intessuto le dovute lodi in questo editoriale. Una serie che era partita quasi perfettamente nel solco del libro di Richard Morgan, che aveva introdotto variazioni interessanti (l’IA Poe, come rappresentazione digitale del controverso e originale rapporto della società con le intelligenze artificiali) e, tuttavia, ha finito per perdersi in bucoliche rappresentazioni fanta-rivoluzionarie che nulla hanno a che fare con il protagonista, e peggio ancora nella trasformazione del personaggio di Reileen in una capricciosa e secolare sorella di Takeshi Kovacs, inevitabilmente meno hard boiled del previsto. D’altra parte, la materia narrativa era così colma di spunti esplosivi che è bastato inserire i principali (le menti digitalizzate che possono essere installate a prescindere dai corpi e dal contesto; una realtà virtuale che diventa tortura prima che opportunità; il viaggio interstellare come “download” delle coscienze) per fare di Altered Carbon uno spettacolo di fantascienza televisiva comunque meritevole di visione, talvolta banalizzato ma senza perdere del tutto la sua potenza da incubo “extramondo”.

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Per quanto pieno di estreme suggestioni post-cyberpunk, il linguaggio di Altered Carbon è molto più adattabile rispetto a quello di Snow Crash

E così, alla fine della fiera, Snow Crash di Neal Stephenson rimane l’unico fra i grandi affreschi della futuribile VR – e, in generale, delle immagini digitali usate all’estremo – a rimanere in un limbo esclusivamente di carta, con le sue idee ancora fissate e immutabili. Una condizione bella e pura, naturalmente, ma i concetti espressi nel libro sono anche tra i più azzeccati e lungimiranti nel guardare agli universi digitalizzati. Il Metaverso è già una rappresentazione vivida dei social network del presente, benché la sua linea di luci e framework si lanci ben più lontano: nel 1992, Snow Crash supera l’idea di Second Life ed è già a fianco di un futuro più remoto, rimanendo comunque nei confini sociali e tecnologici di questo inizio di millennio. Una strada virtuale – il Metaverso, appunto – popolata da avatar in varia risoluzione per riflettere il loro stato sociale, e che si snoda fino alla storia primordiale dei Sumeri e della Torre di Babele, trasformando l’indagine su un virus in un discorso complessivo sulla comunicazione umana. Il problema è che Hiro “Protagonist”, Y.T. e tutti i personaggi sono raccontati con un linguaggio che cinema e serial mal digerirebbero, pregno di parole e sintassi Avantpop prima che di esplicite e ormai risapute espressioni post-cyberpunk. È quasi impossibile banalizzare Snow Crash, ed è per questo che, forse, non lo vedremo mai in un’altra forma.

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