Cinquanta sfumature di survival

Cinquanta sfumature di survival

La definizione di survival è oggi adoperata più che mai, al punto che è facile naufragare in mezzo a mille parametri, elementi di crafting, generi diversi tra loro e, in generale, in una serie di caratteristiche che non sono sicuro siano cinquanta, ma in un dossier approfondito potrebbero anche diventarlo. Questa, però, è solo una riflessione nata dal contingente: è sopravvivenza anche quella gestional-strategica di Impact Winter, che sto riprovando in questi giorni su console, e ancor più lo sono la struttura e le dinamiche di This War of Mine e Frostpunk di 11 bit Studios (uno sviluppatore che sembra far la differenza, persino quando allarga lo sguardo su un’intera società), per motivi che tengo volentieri per la conclusione dell’articolo.

Naturalmente odorano fortemente di survival anche le dinamiche di Playerunknown’s Battlegrounds , di H1Z1 e di altre Battle Royale, anche se ho avuto modo di scrivere (sul prossimo numero della rivista, a breve in edicola) come, nel caso di Fortnite, le fragranze si orientino di più verso un gigantesco Last Man Standing, sebbene arricchito da quintali di crafting.survival

c’è più sopravvivenza nel rapporto fra Link e la natura di Breath of the Wild che non nelle alte mura o scale craftate in un attimo in Fortnite

L’evoluzione positiva che la componente survival ha portato nei videogiochi moderni è connessa al ruolo attivo che le ambientazioni e le insidie ivi contenute possono avere nei confronti del giocatore, motivo per cui – senza bestemmiare – c’è più sopravvivenza nel rapporto fra Link e la natura di The Legend of Zelda: Breath of the Wild che non nelle alte mura o scale craftate in un attimo in Fortnite, dove le medicazioni contano pochissimo e le armature diventano un liquido blu da bere in allegria. Se la “natura” dello scenario si piega troppo facilmente, o addirittura possiede regole incoerenti e oltremodo leggere, diventa davvero difficile parlare di survival con cognizione di causa, ed è per questo che la caccia agli animali o la costruzione di oggetti di vario tipo non trasformano i vari Far Cry o gli ultimi Tomb Raider in qualcosa che attiene realmente al tema. Giocate venti minuti al sandbox di The Long Dark, se proprio non vi risulta ancora chiara la differenza.

Tornando all’ambiente online, tanti e ottimi insegnamenti sono provenuti dall’eterna Cenerentola di DayZ, laddove l’infinita incompiutezza di Chernarus (a breve, quasi per paradosso, la versione Xbox One) non ha comunque lesinato su dettagli e regole globali di un’ambientazione realistica nel senso della “verosimiglianza”, indipendentemente dalla presenza di elementi soprannaturali: nella sua forma di base, il gioco di Dean Hall non è una Battle Royale ma, paradossalmente, è proprio l’assenza di più precise regole competitive ad aver lasciato spazio a una “magistrale barbarie” tra utenti, in cui è risultato presto chiaro il fatto – banale ma sibillino – che gli zombie erano l’ultima cosa su cui si concentrava lo spirito di sopravvivenza “agonistica” (roba da bullismo digitale, a volte) di singoli o gruppi di giocatori. D’altra parte, proprio i survival horror classici sono tornati a essere tali quando gli elementi ambientali hanno riguadagnato il peso della sfida, e per farlo si sono andati a ibridare – almeno nei casi supremi di Alien Isolation  e Resident Evil 7 – con giochi in soggettiva dove la credibile vulnerabilità dei protagonisti e/o i nemici invincibili risultano coesi in modo unico e coerente: Capcom e Creative Assembly hanno semplicemente pensato che, con buoni tratti descrittivi, la presenza contestuale di armi e crafting non avrebbe inficiato la sensazione di trovarsi lì, in una magione maledetta o in una stazione spaziale abbandonata. Nel discorso entrerebbe anche Prey, con la sua coerenza nel verso della simulazione, ma la caparbia varietà del gioco di Arkane Studios rischierebbe di portarci su strade diverse e ancora più impervie, così eclittiche che è meglio affrontare altrove.survival

I survival horror classici sono tornati a essere tali quando gli elementi ambientali hanno riguadagnato il peso della sfida

In questo vortice di generi e condizioni, che ho mescolato con l’istinto prima che con la ragione, tornare all’inizio non è nemmeno così difficile: esprimerò un giudizio definitivo su Impact Winter solo fra qualche giorno, ma risultano già ben chiari i paletti che condizioneranno la disamina, da ritenere centrali per qualunque declinazione di sopravvivenza. In generale, gli sviluppatori dovrebbero farmi sentire parte di un mondo cattivo ma realistico, in cui le pene sofferte hanno il dono della plausibilità contestuale; tenuto fermo questo assunto, è chiaro che gli eccessi di strizzate d’occhio o di strampalate invenzioni fantastiche devono pagare in qualche modo uno scotto, per quanto mitigato dalle cose buone del gameplay. D’altra parte, anche se non c’entra nulla, personalmente rimarrò nell’eterna attesa della ricetta survival che più mi è piaciuta nella storia, e che probabilmente non ritornerà mai. Una Zona radioattiva piena di Anomalie, un ecosistema attivo e credibile, un destino cangiante e profondo (e dunque una forte narrazione) a coronare la sopravvivenza. Fatemi il piacere di indovinare il titolo nella vostra testa, ché io l’ho già pronunciato abbastanza.

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