Casa di Riposo TGM, dove ogni giorno è un sorriso

Casa di Riposo TGM

Quando uno comincia ad avere una certa età, anche stare seduto su una poltrona con un pad in mano può diventare un’attività decisamente faticosa, come già ci ha spiegato il buon Kikko qualche settimana addietro. Non che il sottoscritto sia un vecchietto, anzi, ma quell’aura geriatrica che si diffonde prorompente dal corpo “senza gambe” del Tassani non aiuta a classificarsi un giovincello. Al contrario, gli altri ceffi della redazione che hanno già superato la barriera degli “anta” vantano prestazioni abbastanza invidiabili, come il saper respirare per cinque minuti a bocca aperta dopo aver fatto una rampa di scale, o il saper estrarre dalla tasca il telefono in appena venti secondi e otto lamenti. Ovviamente non siamo tutti così sportivi e atletici. Ivan, emblema della vetustà, rischia la vita ogni volta che preme il pulsante d’accensione di un PC. Eppure, nonostante gli acciacchi fisici (e mentali) siamo qui a tenere alta, con l’aiuto di un tutore da gomito, la bandiera di TGM.

L’altra notte ho fatto un sogno: correva l’anno 2054, e in un futuro non troppo distopico i nostri eroi erano rinchiusi in una ridente casa di riposo – tutti assieme, come è giusto che sia – tra un telefono cellulare dotato di scheda grafica da 32 GB e una PlayStation 9 parcheggiata in salotto, con tanto di visore da indossare à la Ready Player One da sfruttare per le migliori sessioni online di qualsiasi gioco, pornografico o meno. Mentre gli ospiti più consoni si riunivano al pomeriggio a giocare a Scala 40 nell’ala comune, il #TeamGeriatria aveva ben pensato di crearsi un angolo retrogaming in cui passare le migliori ore della giornata. E, sia ben chiaro, con “retro” intendo i titoli che sono usciti in questi ultimi mesi.

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nonostante gli acciacchi, siamo qui a tenere alta la bandiera di TGM

A volte i miei sogni stupiscono anche me. Un arteriosclerotico Todeschini ci teneva il muso, mentre cercavamo di mettere in piedi una sessione di Sea of Thieves, perché non impugnava più un Montecarlo da quando c’era ancora Lui. E con “Lui” si intende Maurizio Costanzo. Per noi, dentiere a parte, era più che naturale dedicare le nostre giornate al gioco digitale, mezzo validissimo per passare del tempo assieme senza ricorrere a carte, programmi televisivi o scacciamosche nei caldi pomeriggi estivi. Eppure gli altri ospiti non ci guardavano di buon occhio. Noi eravamo “i diversi”.

Risvegliatomi nel cuore della notte completamente sudato e confuso – soprattutto a causa della pizza a base di salsiccia, peperoni, radicchio, pancetta e glassa di aceto balsamico consumata poche ore prima (uh? ndKikko) – mi sono soffermato a pensare su quanto sia effettivamente buffo il nostro lavoro. I videogiochi sono (e saranno) sempre associati all’utenza più giovane, e il passare degli anni mitigherà solo in parte questa caratteristica: circondati da giovanissimi youtuber, twitcher e altre star del web troppo frizzanti, noi diversamente giovani così legati alla carta stampata o – più genericamente – alla scrittura come mezzo, rischiamo di essere visti come esseri ancestrali. La situazione, ovviamente, non può che peggiorare.

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Di tanto in tanto cerco di immedesimarmi nei giovanissimi di oggi

Di tanto in tanto cerco di immedesimarmi nei giovanissimi di oggi, magari facendo due chiacchiere con qualche ragazzo che dovrebbe avere qualche strano legame di parentela con il sottoscritto, e bene o male il succo è sempre lo stesso: «leggere fa schifo», «si fa prima a vedere i video di gameplay», «cosa sono le recensioni» e, soprattutto, «ma perché conosci i videogiochi tu che sei vecchio?». Dopo essermi assicurato di aver insultato a dovere le madri dei suddetti, mi piace però trovare un punto d’incontro con le nuove generazioni, e ammetto di rimanere spesso stupido dalla sete di informazioni e curiosità che esse bramano. Il dover cercare qualche mezzo di comunicazione migliore è un’idea che riesco difficilmente a togliermi dalla testa, ma nello stesso modo difenderò fino alla morte il potere della scrittura. Cercando di ignorare il mondo che avanza, farò la fine di Novecento e del “suo” Virginian, o – molto più probabilmente – agiterò il pugno da qualche finestra e sbraiterò contro qualsiasi ragazzino che mi passerà vicino, per fermarmi solamente quando gli altri ceffi della redazione mi chiameranno per il “crogiolino” terapeutico. Perché, dopotutto, certe cose non cambieranno mai.

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