Siamo una squadra fortissimi

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Curiosi, i casi della vita. Sono uscito ieri sera pensando di cavarmela con un paio di pietanze grasse in un ristorante finto-americano qualsiasi, di quelli dove ti fanno sedere in un finto tepee per fare atmosfera (con l’unico risultato di trovarsi in un microclima tropicale unto di fritto), e sono invece tornato a casa contento, sereno come non mi capitava da tempo. Perché in una sola serata si sono condensate un sacco di cose, tutte diverse, inaspettate, ma che messe assieme mi hanno confermato ancora una volta come questo pazzo gruppo di folli che ogni giorno scrive su questo sito, e ogni mese porta in edicola la rivista di videogiochi più longeva d’Italia (e la seconda nel mondo), sia davvero unico e irripetibile.

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il pazzo gruppo di folli che ogni mese porta in edicola la rivista di videogiochi più longeva d’Italia è davvero unico e irripetibile

Del resto, quando si verifica un evento come Ivan Conte che decide di non prendere il dolce al termine della cena, sai che la cosa migliore che ti può capitare è una discesa verso gli inferi della locura. La successiva ora e mezza (quasi tre, secondo la Questura) è stata spesa a “traslocare” da un case a un altro il PC di Stefano Talarico, una vite alla volta.

Un tempo prezioso, per ricordarsi quanto è sempre maledettamente divertente smanacciare con pezzi di hardware a caso (specialmente se non sono i tuoi), per domandarsi come mai un case debba montare l’alimentatore in verticale o avere gli hard disk avvitati su una piastra che lo attraversa in lunghezza, ma soprattutto per rendersi conto che Talarico è uno che ci tiene alla piastrina che chiude le connessioni della scheda madre, quella che io invece non ho mai messo una sola volta in vita mia. Ci tiene così tanto che, stretta l’ultima vite e resosi conto del dramma, ti guarda con quello sguardo da triglia lessa che solo lui è in grado di scoccare, e finisce che smonti tutto per farlo contento. E alla fine, contento lo è davvero.

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Rischi di mandare a monte un gruppo affiatato come il nostro per una partita a Mario Kart? Macché… Li lasci vincere!

E quando pensi che la serata sia davvero finita, che ormai è quasi la mezza, che diamine, vuoi mica rinunciare a una sfida in quattro a Mario Kart su Switch, no? Il gioco perfetto per rinsaldare le amicizie, proprio. E quindi cosa fai? Rischi di mandare a monte un gruppo affiatato come il nostro? Macché. Li lasci vincere. Eviti di tirare a Davide Mancini i bonus che ti permetterebbero di schiacciarlo e farti passare al comando, perché in fondo sei un buono ed è giusto così. No, non è vero. Ho sucato durissimo. Sono una schiappa a Mario Kart, e la figuraccia di ieri sera ne è stata l’ultima, ennesima conferma (rido! ndKikko).

E poi, per finire, una lunga, lunghissima telefonata che avresti evitato volentieri, ma che dopo 58 minuti sei stato contentissimo di aver fatto, per schiarire l’aria tra te e un collega, per disperdere nuvole che si erano accumulate in questi mesi, e che rendevano tutto più complicato. Che poi sono cose personali, è vero, ma le scrivi lo stesso perché sono importanti, forse più importanti del contenuto delle pagine dell’ultimo numero di TGM che sta per andare in stampa. O meglio, sono proprio le cose che permettono a TGM di essere quella che è, nel bene e nel male, nelle cose fichissime che facciamo e in quelle che ci riescono meno bene. Perché tutte, dalla prima all’ultima, nascono e vengono fatte con tutta la passione possibile, con amore sconfinato per questo mondo assurdo dei videogiochi, e nella granitica certezza di trovarsi in una “squadra fortissimi”.

Non so di quante redazioni si possa dire lo stesso. Non lo so davvero, perché non ci sono mai stato. Magari in tutte, eh. Di certo, così è la nostra. E non ne vorrei nessun’altra.

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