Fatemi sognare la Rossa

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Scrivo raramente di esport, un po’ perché da queste parti c’è chi lo sa fare molto meglio di me, un po’ perché, a dire il vero, non sempre riesco ad appassionarmi alle dinamiche del mondo esportivo, per cui prendete quanto segue per un’osservazione da esterno.

Da appassionato cronico di sport canonici ammetto che le competizioni digitali di FIFA, NBA 2K o dei racing game mi stanno iniziando a garbare parecchio, o comunque ne subisco il fascino, perché alla fine mi sa che tutto sta nel fatto che, banalmente, rispetto a titoli di cui me ne frega il giusto, l’azione sullo schermo riguarda qualcosa che conosco a menadito, ed è dunque estremamente facile e leggibile per me. Al di là di questo, sono estremamente affascinato dallo scenario che in alcuni casi si sta prefigurando, che è un po’ lo stesso della Overwatch League, ovvero delle leghe di stampo sportivo, organizzate con tanto di franchigie. Per quanto la strozzatura del collo di bottiglia delle squadre ufficiali sia un evidente problema dal punto di vista economico per i team esportivi canonici, dall’altro è una strategia intelligente per creare riconoscibilità e interesse da parte di chi, fino a oggi, non ha mai seguito l’esport.

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le competizioni digitali di FIFA, NBA 2K o dei racing game mi stanno iniziando a garbare parecchio

Pur nella mia ignoranza del titolo Blizzard, gli Shangai Dragons o i London Spitfire sono già entrati nel mio immaginario, e allo stesso modo ho seguito il draft della NBA 2K League cercando paralleli con il mondo cestistico reale. Identificarsi con un logo, con una città, creare una legacy, seguire un modello consolidato, per quanto magari migliorabile, è una strada affascinante e comprensibile, ma soprattutto è un percorso che genera una narrazione che può appassionare anche chi segue la scena da lontano.

L’idea di poter sognare una maglia che ha una storia (o che la sta costruendo) è quello che può rendere desiderabile ad ampio raggio il mondo esportivo. A cena, durante il Cartoomics, scherzavo con Erica Mura chiedendomi il perché non ci fosse un’iconografia più stilosa e identitaria nel mondo esportivo: avere un merchandising migliore delle magliette in tessuto tecnico, secondo me, aiuterebbe ad amare i colori di una squadra, ed è evidente che il poggiarsi a sistemi come la NBA o la F1 possa aiutare a crescere anche sotto quel profilo.

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Identificarsi con un logo, con una città, creare una legacy è un percorso che genera una narrazione che può appassionare anche chi segue la scena da lontano

Ed è proprio il nuovo campionato di F1 esport che, in questi giorni, sta iniziando a esercitare il suo fascino su di me. Alla presentazione dei team ufficiali si è sollevata un po’ di polemica per la scelta di aprire la competizione soltanto alle versioni digitali delle scuderie reali, lasciando dunque fuori altre squadre che si sono formate nel corso dei mesi (tra cui quella di Alonso FA Racing G2 Logitech) sulla scena dei racing game. Sinceramente, anche in questo caso, da appassionato di motori più che di esport, ammetto che l’idea di vedere una competizione ufficiale con le varie Red Bull, Mercedes e Renault ha aumentato l’appeal del campionato ai miei occhi, già abbastanza alto per via di un formato di qualificazione davvero interessante.

Il punto, e qui potrei sbagliarmi, è che secondo me al momento il richiamo di identità forti come squadre internazionali del mondo sportivo è decisamente superiore rispetto al nome che gli atleti dell’esport stanno iniziando a costruirsi. D’altronde, lo sport è fatto di narrazioni che si basano sulla tradizione, sui simboli e sul significato dei colori, oltre che sui grandi eroi. Difficile creare i secondi senza avere i primi, ed è difficile avere dei miti senza creare qualcosa per cui sognare. Se penso che un ragazzino possa immaginare di vestire un giorno la maglia della sua squadra preferita, o vestire la tuta della sua scuderia preferita o di scendere in campo per la sua città anche semplicemente inseguendo la sua passione per i videogiochi, credo allora che siamo sulla buona strada per costruire davvero una mitologia esportiva. Manca soltanto una cosa, almeno in F1: la possibilità di sognare la Rossa, perché suvvia… un mondiale senza Ferrari, anche negli esport, è qualcosa che non ci possiamo permettere e che non è tollerabile.

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