L’umanità di chi fa i videogiochi

davide soliani e3 2017

Ieri è stato il giorno di lancio di God of War, un titolo molto atteso e che ha richiesto ben cinque anni di sviluppo prima che vedesse la sua luce definitiva. Nell’occasione, Cory Barlog, Creative Director di Santa Monica Studio, ha pubblicato un video in cui mostra la sua reazione di fronte alle prime recensioni su Metacritic, che certo avrete già visto ma che – per completezza – vi riporto proprio sotto queste parole.

Le lacrime e l’esposizione dei sentimenti non sono mai banali

Inutile dire che la sua testimonianza è, almeno per me, assai toccante. Al di là della qualità intrinseca del gioco (ve ne abbiamo parlato diffusamente qui, nella nostra recensione), ciò che emerge dal video è lo sfogo umano di una persona che ha dedicato tanto della sua vita in un progetto, e che alla fine raccoglie i frutti di quanto ha seminato. A volte è difficile ricordare che dietro l’industria dei videogiochi non ci sono solo soldi e numeri, ma persone; persone che spendono tanto tempo in un lavoro non solo per portare a casa la pagnotta, ma perché spinte dalla passione. Vale per Barlog, così come per qualsiasi altro sviluppatore che crede in quello che fa; vale anche per chi – come noi e nel nostro piccolo – rinuncia spesso a stare con la famiglia e a parecchie ore di sonno per confezionare una rivista da portare in edicola o per arrivare in tempo a proporvi un contenuto atteso, che sia una recensione di un videogioco importante o una piccola news.

Le lacrime e l’esposizione dei sentimenti non sono mai questioni banali. Non nascondo di essermi commosso di fronte alle esternazioni di Barlog, ma anche alla sincera lacrima di Davide Soliani allo scorso E3, accompagnata – nella stessa conferenza – da quella di un altro veterano del settore, quel Michel Ancel che era evidentemente emozionato al momento di raccontare al mondo dell’esistenza di Beyond Good and Evil 2. Qualche anno prima, nel 2015, era toccato a Martin Sahlin salire sul palco della conferenza di Electronic Arts per presentare Unravel: l’emozione trasmessa dalla sua voce e dalle mani tremolanti è ancora un ricordo vivo nella mia mente, e poco importa se poi il suo pargolo di lana non è passato alla storia come un capolavoro imprescindibile.

martin sahlin unravel

A volte è difficile ricordare che dietro l’industria dei videogiochi non ci sono solo soldi e numeri, ma persone

Ogni volta che parliamo di un videogioco – in bene o in male – dovremmo sempre ricordarci che, nella maggior parte dei casi, abbiamo a che fare col frutto di un sacrificio, speso per lo più grazie alla forza della passione per quello che si fa. La soddisfazione di Barlog, oggi, è un po’ anche la nostra; tuttavia, se è facile incensare un videogioco riuscitissimo come God of War, dovremmo imparare tutti ad andare un po’ più coi piedi di piombo quando ci troviamo a discutere di titoli che non sono stati baciati dalla buona sorte. Il nostro compito, come giornalisti, è certo quello di evidenziare i pregi, ma anche le problematiche di un prodotto; allo stesso tempo, però, ogni critica va posta con la giusta misura, sia da parte nostra che da parte dei milioni di videogiocatori che popolano questo strano e a volte contraddittorio pianeta.

Ricordiamoci sempre che per un Barlog o un Soliani che piangono di gioia davanti a una telecamera, dietro le quinte c’è forse qualcun altro che lo fa per il dolore di non essere riuscito a portare sui nostri schermi un prodotto degno della nostra attenzione, nonostante un’infinita passione e numerosi sacrifici. Negli sgabuzzini di ogni videogioco c’è sempre stipato un gruppo di persone: uomini e donne che ce l’hanno messa tutta nel tentativo di ottenere un risultato. Leggere i credits dall’inizio alla fine, per dire, potrebbe essere un buon aiuto a tenere accesa nella nostra testa l’umanità di chi lavora alle cose che giochiamo, così da evitare alcune uscite infelici quando ne chiacchieriamo in giro per i social o per i forum. O no?

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