Westworld Cafè

westworld 2Personalmente, in una difficile equazione di rapporto, credo che Westworld stia ai serial come Blade Runner stava al mondo del cinema nel 1982. Un pensiero che non ho nemmeno raggiunto per istinto, e che anzi ho razionalizzato lungo più visioni della prima stagione. Siamo di fronte a un capolavoro, insomma, più contenutisticamente ricco e intrigato rispetto al film di Scott eppure perfetto, nello stesso modo, per quel che vuol comunicare e per come lo comunica. Anche per questo temo ciò che verrà nelle prossime puntate, di cui in questo momento sono del tutto all’oscuro (la prima è già uscita negli Stati Uniti, mentre scrivo), con l’impetuoso infuocarsi delle tematiche già narrate in modo geniale lungo gli scorsi 10 episodi, con una “logica” non linearità di cui, ormai, ci sono noti i motivi. Ne siamo rimasti folgorati, molti di noi l’hanno considerata (e io sono fra questi) il vertice massimo raggiunto da Jonathan Nolan nella costruzione dei suoi peculiari soggetti, ed è estremamente difficile, almeno per me, immaginare qualcosa di migliore e/o sorprendente nella stessa e identica maniera.

SPOILER ROBOTICI (SULLA PRIMA STAGIONE) E CIECHE ELUCUBRAZIONI SU WESTWORLD 2

I tratti più chiari dei nuovi trailer sembrano parlare proprio di questo, dell’esplosione delle teorie applicate di Arnold secondo la più lungimirante linea disegnata dall’altro creatore, Ford, e così della cavalcata di una nuova progenie di esseri che ritengono – probabilmente a ragione – di costituire una “forma di vita” più degna e completa della stessa umanità, iniziando così lo sterminio della specie creatrice.

In una difficile equazione di rapporto, credo che Westworld stia ai serial come Blade Runner stava al mondo del cinema nel 1982

I Robot di Westworld sono passati da principi fallaci, come quelli descritti dallo psicologo Julian Jaynes sulla consapevolezza di sé attraverso la voce guida dei propri Dei (la “mente bicamerale” dei primi uomini e androidi, come nel titolo dell’episodio 10), per poi seguire la personalità messianica di Dolores verso una libertà che ancora – e questo, sì, ha già iniziato a intrigarmi – non ha ancora una esatta dimensione né tanto meno dei precisi confini. Tutto ciò, almeno nell’ultima puntata della prima stagione, sotto gli occhi “diversamente biologici” di Ford e dell’androide Bernard/Arnold, con la metafora della piramide ormai compiutamente superata da quella del labirinto, e dunque dal raggiungimento dell’Io attraverso le intricate e insidiose strade del proprio intelletto. Sento quasi di volermi scusare per il tono altisonante della descrizione, ma nel caso di Westworld è davvero inevitabile.

In fondo, Westworld è uno dei casi non certo frequenti in cui vengono persino superate le – comunque fondamentali – visioni di Philip K. Dick (in un sacco di racconti e romanzi) e di Daniel F. Galouye (con Simulacron 3) in merito all’autocoscienza delle intelligenze artificiali. La ricerca di sé da parte degli androidi è un dato di fatto già logico e robustamente sviluppato nelle prime puntate, ed è invece la relatività del tempo nella mente di un robot a costruire l’ossatura di un corpo che può essere osservato godendosi l’inevitabile sindrome di Stendhal, sommersi da un quadro irraggiungibile e apparentemente oscuro, oppure portare su strade ben più profonde e comunque sconvolgenti, anche solo per il fatto di animare un “normale” oggetto di consumo.

Difficile dire quale sia la dimensione della libertà degli androidi in Westworld 2, né tanto meno i suoi esatti confini

Intanto sono qui, dubbioso, mentre ascolto la stessa Heart-Shaped Box che è stata trasfigurata in uno dei trailer di Westworld 2, per la quale Kurt Cobain si inspirò al tema delle cure ai bambini malati di cancro con parole quasi di “commiato” verso una sorta di protettore (“Sono stato rinchiuso per settimane nella tua scatola a forma di cuore…“, “….Hey, aspetta, ho un altro reclamo da fare! Ti sono eterno debitore per i tuoi preziosi consigli“). Il mio cervello sta elucubrando in modo più forte su due strade, quella ancora irrisolta sull’altro e importante androide “ribelle”, Maeve Millay (le virgolette hanno un senso preciso, come dovreste sapere), e sulla dimensione stessa che viene intesa dai robot parlando di “mondo” da superare, cambiare e conquistare, se si tratti dei vasti territori del parco divertimenti di Westworld o si stia parlando dell’intero globo terrestre, magari in una progressione che dall’uno porta all’altro.

Questo, tuttavia, non è uno speciale con una tesi da sviluppare, gonfio degli infiniti riferimenti che occorrerebbero in un caso del genere; è semplicemente un “Cafè”, come scrivo nel titolo dell’articolo, tanto più ricco e sensato quanto più riuscirà ad attirare i vostri pensieri e commenti. Dunque via con le danze, prima che la sanguinolenta corsa di Teddy e Dolores raggiunga tutti noi.

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