Activision Blizzard e il profitto a tutti i costi

Activision Blizzard editoriale

È una brutta strada quella intrapresa nell’ultimo periodo da Activision Blizzard. Un sentiero che ha portato al licenziamento di circa 800 dipendenti tra sviluppatori e personale amministrativo, mettendo in atto una politica di riduzione dei costi che – nell’immediato – porterà a una ristrutturazione dell’organico al fine di concentrare le risorse su quelli che sono i franchise di maggior successo della compagnia. Si parla ovviamente di Call of Duty, ma non mancano Candy Crush, Overwatch, Hearthstone, Diablo e il sempreverde Warcraft. Insomma, quelle che nel linguaggio economico vengono definite le “cash cow”, le mucche da mungere: massimo risultato con il minimo sforzo.

VIVIAMO IN UNA SOCIETÀ PER AZIONI

Dove sta il problema, quindi? Chiunque abbia anche un minima infarinatura di economia sa che queste mucche sono essenziali al mantenimento di un flusso di cassa costante che possa finanziare le altre attività d’impresa, spesso molto più rischiose e che quindi richiedono investimenti ingenti prima di diventare profittevoli. La strategia esposta dai manager di Activision Blizzard durante l’ultima conference call con gli investitori, però, mette in risalto più di qualche perplessità. In primis il taglio dell’8% del personale, per ridurre i costi delle attività meno profittevoli, e in secondo luogo l’aumento del 20% degli sviluppatori che si occupano di quelle proprietà intellettuali di maggior successo citate in apertura. Ora è chiaro che ciò non impedisce al publisher di investire in nuovi progetti in un secondo momento, ma nell’immediato potrebbe non essere la cosa più saggia da fare, soprattutto in considerazione del fatto che tutti quei franchise – chi più e chi meno – sono in costante e inevitabile declino. Durante l’anno in corso, quindi, Activision Blizzard aumenterà la forza lavoro impegnata in progetti collegati a queste proprietà intellettuali, a discapito di tutte quelle attività che nel recente passato non hanno raggiunto gli obiettivi fissati dal management.
Diablo Immortal

La riduzione dei costi porterà a una ristrutturazione dell’organico per concentrare le risorse sui franchise di maggior successo

D’altro canto, la stessa Activision Blizzard ha fatto registrare una delle sue migliori performance sul versante degli incassi: al 31 dicembre 2018 gli introiti avevano toccato la cifra record di 7,5 miliardi di dollari, un terzo della quale derivante dalle scorse festività natalizie. Tuttavia, nonostante innegabilmente quello appena trascorso sia stato un anno da incorniciare, i risultati non sono stati quelli sperati, per cui il valore delle azioni è crollato nei giorni immediatamente successivi alla presentazione del report finanziario. Prevedendo la reazione dei mercati, e probabilmente per tenersi buoni gli investitori, la compagnia ha aumentato del 9% il dividendo concesso agli azionisti, portando la remunerazione per ogni azione a 37 centesimi di dollaro. Si tratta del dividendo più alto mai pagato nella storia della compagnia. Arrivati a questo punto, il collegamento più facile da fare sarebbe quello di una riduzione dei costi del personale per finanziare l’aumento del dividendo, con un’Activision Blizzard che sacrifica i suoi dipendenti sull’altare della finanza capitalistica. In realtà le cose sono decisamente più complesse di così, anche perché di mezzo ci sono i ricavi record di cui abbiamo parlato qualche riga fa.

LO SPAURACCHIO DEI SINDACATI

Inutile dire che negli ultimi giorni si è innalzato un vero e proprio polverone in merito a tale questione. C’è chi ritiene che la responsabilità sia dei manager di Activision Blizzard, rei di non aver portato la compagnia verso gli obiettivi prefissati; gli stessi soggetti, però, hanno semplicemente attribuito la colpa a quei costi che non sono stati in grado di generare abbastanza introiti. Per questo Game Workers Unite, un’associazione che si batte per l’istituzione di un sistema di sindacati a tutela di chiunque lavori nell’industria videoludica, ha avviato una petizione per richiedere il licenziamento di Bobby Kotick, il controverso amministratore delegato di Activision Blizzard. È chiaramente difficile che tale proposta venga presa in considerazione dall’assemblea degli azionisti, ma questa presa di posizione sottolinea un altro problema dell’industria, perlomeno di quella d’Oltreoceano: l’assenza di tutela sindacale.
Activision Blizzard Bobby Kotick

Game Workers Unite ha avviato una petizione per richiedere il licenziamento del CEO Bobby Kotick

Se i manager riescono a imporre il bello e il cattivo tempo dipende anche dalla mancanza di sindacati. Non è un caso che un recente sondaggio dell’International Game Developers Association abbia evidenziato come più della metà degli sviluppatori intervistati, il 56%, sia a favore della sindacalizzazione dei lavoratori dell’industry. È altamente probabile che Activision Blizzard non sarebbe riuscita a licenziare così tanti dipendenti se questi fossero stati tutelati sotto il profilo sociale e legale. Ne consegue che tale mossa non potrà far altro che spingere l’industria verso la sindacalizzazione degli sviluppatori, rendendo sempre più difficili i licenziamenti di massa, e – si spera – verso una gestione più oculata dei lavoratori in forze tra le fila dei grandi publisher (e non solo).

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