E infine riuscimmo a terminar l'RPG...

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Premetto, un tempo avevo maggior pazienza: filler combat, interminabili dungeon e ripetitive ricerche volte a raccogliere N varianti dell’artefatto X si mescolavano in un’esperienza videoludica tutto sommato positiva che recava con sé i crismi del divertimento; poi, complici l’avanzare dell’età e l’aver constatato come gli sviluppatori attingano – da oltre vent’anni – da un abusatissimo prontuario per imbastire la sfida dei loro RPG, è sopraggiunta la “stanchezza”, quella “spossatezza” che porta a chiedermi, il più delle volte, all’incirca a metà partita, se manchi ancora molto al finale o, addirittura, se non sia il caso di passare ad altro titolo.

Ben poco divertimento ho tratto da Dragon Age: Inquisition, per esempio, un gioco che fa della ricerca ossessivo compulsiva di oggettini vari e avariati un vero e proprio leitmotiv, e dunque ci spedisce – senza remore – a caccia di componenti per il crafting e item accessori sparsi per mappe di gioco decisamente troppo grandi. Quel che è peggio è che riesce a contaminare persino una delle missioni potenzialmente più intriganti, “Occhi malvagi e cuori malvagi”, con le suddette, inutili ricerche.
rpg editoriale Shadowrun dragonfall

non si spiegano le ondate di avversari in quei titoli che gratificano il giocatore solo a missione terminata

Si può osservare come DA:I non sia forse l’esempio più adatto, dato il suo “pericoloso” confinare con i MMORPG, ma certe storture sono presenti anche in RPG più blasonati. Star Wars: Knights of the Old Republic, peraltro pregevolissimo, non rinuncia – durante l’incursione finale – a propinarci uno dei peggiori topoi che infettano il genere, ovvero il respawn infinito dei nemici; il The Witcher originale, di contro, ci manda in cerca di dieci sephirot sparsi in quel di Vizima, sephirot che vanno poi collocati in altrettanti obelischi siti in una palude. Vampire: The Masquerade – Bloodlines, Dragon Age II, Risen, Venetica e i primi due Gothic, invece, avendo anzitempo esaurito i contenuti, non esitano ad incrementare il tasso dei combattimenti per ritardare l’appressarsi della conclusione; lo stesso Planescape: Torment, a tratti, eccede in termini di incontri, soprattutto da Curst in avanti. E se in taluni dei casi appena citati l’eliminazione dei nemici porta quantomeno all’accumulo di punti esperienza, proprio non si spiegano le ondate di avversari in quegli RPG che gratificano il giocatore solo a missione terminata, a prescindere dal numero di antagonisti trucidati (Shadowrun: Dragonfall). Accenno dunque, en passant, ai frequenti combattimenti in arena, con la porta che si chiude ermeticamente alle nostre spalle (mi vengono in mente un paio di passaggi particolarmente ostici in Skyrim); ai QTE e agli scontri trial & error contro gargantueschi boss (il Kayran!); ai boss che evocano a proprio supporto ondate di minion e alle stramaledette fetch quest!
rpg editoriale paradox vampire the masquerade

l’impressione generale è che gli sviluppatori non sappiano quando chiudere la storia

Insomma, l’impressione generale è che gli sviluppatori – forse con l’intento di dichiarare un monte ore “importante” per fini di puro marketing – non sappiano quando chiudere la storia, quando tagliare corto con una missione il cui completamento ci elude in continuazione causa frammentazione della suddetta in una miriade di tediose subquest, e allora attingono al manualetto di cui già ironizzavo in apertura (mi viene in mente l’“interminabile” inseguimento a cavallo di Dandelion in The Witcher 3: Wild Hunt, che giunge dopo una missione di per sé già particolarmente stressante ed inutilmente dilatata).

Eppure, non mancano esempi di titoli che sanno intrattenere con un impianto di quest divertente e di sicuro impatto, senza significativi cali e per tutta la durata del gioco. Fallout: New Vegas, in quanto RPG di pregio, Oblivion (tolta la main quest) e Mass Effect 2, pure con un minore impatto ruolistico, offrono missioni sempre centrate, decisamente proporzionate dal punto di vista della longevità e in grado di garantire una discreta varietà, con la possibilità di affrontare i problemi da varie angolature; sopratutto, riescono perlopiù a svincolarsi dai triti canoni elencati in precedenza. Va da sé che dei titoli appena citati non ero mai sazio, e infatti a volte ritorno in quelle lande virtuali, ma nella maggior parte dei casi il rischio di abbandono è sempre elevato. È così anche per voi?

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