Le donne forti (A letto con Ashley Williams)

Ashley Williams editoriale mass effect

Non posso non rimembrare la prima volta che sedussi una companion nell’epica spaziale per antonomasia, vale a dire Mass Effect. E anche a costo di apparirvi “strano”, vi confesso di non aver scelto Liara – forse l’opzione più ovvia – bensì Ashley, l’odiatissima Ashley, almeno stando a quanto è possibile leggere in rete. Ashley Williams, infatti, risulta essere assieme al povero Kaidan Alenko (probabilmente “ripudiato” dal 99% dei giocatori di sesso maschile!) uno dei personaggi meno graditi dell’opera prima dedicata al comandante Shepard. Odiata, in primo luogo perché xenofoba e, in seconda battuta, forse, perché poco femminile, considerati i capelli raccolti e un atteggiamento decisamente da maschiaccio.

risulta essere assieme al povero Kaidan Alenko uno dei personaggi meno graditi dell’opera prima dedicata al comandante Shepard

La xenofobia, dicevo, è uno dei motivi principali per cui il personaggio è così inviso, perché l’artigliere capo della Normandy vede il cosmo con gli occhi disillusi di un genere umano che per troppi anni è stato tenuto ai margini della galassia e, di conseguenza, lontano dal suo centro politico. D’altronde, questa era una delle caratteristiche fondanti del primo Mass Effect: porre il giocatore e il suo avatar in un ruolo che – almeno all’inizio – vedesse lui e i suoi simili partire svantaggiati, nonché tenuti in scarsa considerazione. C’è da combattere in Mass Effect, e non solo contro i Razziatori. L’arroganza e lo snobismo di Nihlus, prima, e del consiglio, poi, sono in sintesi l’opinione che il cosmo ha di noi: una specie non ancora pronta ad affrontare l’ignoto e le sfide che da esso derivano. Detto questo, la figura di Ashley Williams ben si colloca nello scenario galattico così dipinto, e a mio modo di vedere è la “ovvia” risposta di un’umanità arrabbiata che scalpita e vuole vedere affermati i propri diritti. Il comandante Shepard, sempre in questo senso, ha a propria disposizione un atteggiamento “renegade” che parimenti esprime questa frustrazione. Con questo non voglio supportare il razzismo o la xenofobia, sia chiaro, semplicemente dico che il personaggio in questione è ottimamente calato nell’universo di gioco e intessere una relazione romantica fra lei e il “mio” Shepard renegade mi era parsa, all’epoca, la scelta più opportuna per soddisfare quella sete di ruolo che cerco sempre di placare in ogni buon RPG.

Ashley Williams si differenzia dalla mediocrità dei companion che troppo spesso ci vengono proposti nei videogiochi

In definitiva, sostengo che proprio grazie al suo essere estremista, Ashley Williams si differenzia dalla mediocrità dei companion che troppo spesso ci vengono proposti nei videogiochi, risultando un ottimo personaggio – una donna forte, appunto – nel contesto di un’opera di fiction: rifugge il politically correct; non è “dolce e zuccherosa” ma di passione ne ha da vendere; spicca sull’altro, facile interesse romantico, Liara (la cui aliena curiosità di sperimentare le relazioni interspecie è davvero tanto banale e altrettanto banalmente motivata); infine, è supportata da tanti piccoli dettagli personali come l’amore per la poesia e la sorella.

Tuttavia, il motivo principale per cui Ashley è disprezzata dalla community di giocatori è probabilmente legato alla decisione – intrapresa senza il nostro consenso od ordine diretto – di terminare un companion ribelle, che può essere altrimenti placato solo nel caso si fossero investiti sufficienti punti nelle abilità diplomatiche. Orbene, ai miei occhi questo risvolto inaspettato dona al personaggio un carattere e un’indipendenza che lo fanno apparire qualcosa di più di un semplice avatar alternativo da impiegare durante i combattimenti: un character “vero”, dotato di autonomia di pensiero, in grado di compiere scelte proprie, per quanto queste possano apparire/risultare sgradevoli o, addirittura, inopportune. Un personaggio che ha contribuito a dare quel certo spessore alla saga di Mass Effect rendendola mito.

Il resto è Storia. È un racconto di carezze su morbide curve poligonali, di occhioni scuri e profondi e lunghe ciglia, e di una telefonata spiata inconsapevolmente. Insomma, io e Ashey, intimamente uniti, abbiamo fatto tremare i “pilastri” della Normandy.

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