Fra e la paura dei grandi numeri

Con la fine dello scorso anno e l’arrivo del resoconto delle ore passate a giocare, ho visto spuntare sui social una miriade di post in cui numerosi videogiocatori mostravano il proprio monte ore, i trofei ottenuti e i giochi in cui hanno investito parte del loro tempo durante l’anno appena concluso. Tutto ciò mi ha fatto tornare alla mente una chiacchierata di qualche annetto fa che ebbi con un mio amico durante una normale e, come si può immaginare, intensa giornata lavorativa in ufficio. Ne parlerò come “Fra”, rispettando solo poco più che metà della sua privacy.
ore giocate videogiochi

Sotto quella simpatica scorza da Schopenhauer nostrano, Fra non andava fiero di tutte le ore che spendeva sui videogiochi evidenziate su Steam, forse temendo il giudizio esterno

Dicevamo di Fra, quindi. Grande appassionato di strategici alla Europa Universalis, assiduo frequentatore di Steam e filosofo certificato, giusto per rendere l’idea del personaggio, mi disse che una caratteristica della piattaforma di Gabe “Gaben” Newell che non gradiva era il fatto che le persone potessero sapere quanto tempo passasse a giocare – a meno di non chiudere quasi totalmente il profilo verso l’esterno, ma a lui l’aspetto social in sé non dispiaceva. Approfondendo la curiosa chiacchiera, scoprii che sotto quella simpatica scorza da Schopenhauer nostrano, egli non andava fiero di tutte le ore che spendeva su questo o quel titolo ma, anzi, si sentiva quasi in colpa a esibire quel fardello numerico. Un numeretto che pareva metterlo in una posizione scomoda con sé stesso, proprio come se fosse stato in difetto e si vergognasse di ciò che aveva fatto, unico colpevole di un deprecabile misfatto che, a ben vedere, non aveva commesso. Intuendo che il discorso riguardava qualcosa di intricato e nascosto in lui, non negli altri, gli dissi che, secondo me, coltivare i propri interessi non dovrebbe venir percepito come un atto di cui vergognarsi se è ciò che ci fa stare bene. Certo, trasformarsi in un eremita e isolarsi completamente dal resto del mondo senza alcun contatto con la realtà quotidiana è quel pericoloso estremo che bisogna guardarsi bene dal toccare, ma è ormai da tempo sfatata la leggenda secondo cui ogni videogiocatore è un individuo schivo e senza vita sociale.
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chi non condivideva la sua stessa passione pensava che passare tanto tempo in compagnia di personaggi virtuali impedisca inesorabilmente di godere dei piaceri della cosiddetta bella vita

In questi giorni sono tornato mentalmente a quel dialogo e ai perché di quel sentimento. Forse ciò che più pesava al mio amico, ciò che lo faceva sentire a disagio, era il giudizio di chi non condivideva la sua stessa passione e pensava che passare tanto tempo in compagnia di personaggi virtuali impedisca inesorabilmente di godere dei piaceri della cosiddetta bella vita, quella fatta di aperitivi, discoteche, vita mondana e flirt a catinelle. Forse non è successo solo a Fra di passare attraverso la ghigliottina di quel giudizio un po’ cosi di chi si sente in diritto di spiegarci cosa ci perdiamo ogni volta che accendiamo un computer o una console, quello sguardo che sembra dirci “non sei grande per perdere ancora tempo con i videogiochi? Ma fatti una vita!”. Vaglielo a spiegare che di vite, oltre la nostra con le sue numerose gioie e gli immancabili dolori, ne viviamo a bizzeffe noi, che se ci ritagliamo qualche ora per goderci un buon videogame è proprio come quando un non videogiocatore decide di coccolarsi guardando un film, leggendo un libro, perdendosi tra le bellezze di una mostra o dedicandosi semplicemente al proprio hobby, qualunque esso sia. Al netto del fatto che pure noi possiamo fare tutte le cose elencate, s’intende.

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