Sono un pro gamer?

Tutti conosciamo almeno una persona che si atteggia a grande esperto in qualche disciplina,  magari  autodefinendosi “pro gamer” , salvo rivelarsi una schiappa colossale. Potrei parlarvi di quel tizio che si crede un atleta ma ha un’aspettativa di vita di due rampe di scale, o del tale che si sente uno scrittore nato e ha problemi con doppie e congiuntivi, o del cuoco wanna-be che riuscirebbe a rendere immangiabile anche un panino con la Nutella.

E chissà, ora viaggio con la fantasia, magari una di queste persone potrebbe conoscere un sedicente pro gamer che nella vita reale colleziona solo trofei con nomi deprimenti quali “Tutorial Completato” o “Morto in 5 secondi”. E, sempre restando in questo inverosimile scenario, quel niubbo potrei essere io. Ovviamente non è così. I videogiochi fanno parte della mia vita. Impossibile, dopo oltre quarant’anni di gioco di fronte a miriadi di schermi, dai 260×224 dei primi cabinati ai moderni 4K, non ritenersi degli ottimi giocatori. Avrò ragione? Ripercorriamo la mia carriera videoludica. All’inizio essere un buon gamer era una necessità legata al budget. La paghetta era modesta, e andava diluita con parsimonia alimentando i coin-op del bar sotto casa, avidi di monetine da 100 lire e che a differenza dei flipper non ti regalavano mai una partita – altro che microtransazioni, al giorno d’oggi per una roba del genere nascerebbe un putiferio. Così, per trascorrere ore spensierate davanti all’amato schermo, l’unica soluzione era resistere il più possibile alle ondate aliene di Galaga o alle asperità del terreno di Moon Patrol.

pro gamer

ALL’INIZIO, ESSERE UN BUON GAMER ERA UNA NECESSITÀ LEGATA AL BUDGET, PENA IL RAPIDO ESAURIMENTO DELLE MONETINE

E qualora finalmente avessi raggiunto un’abilità tale da consentirmi di passare un bel po’ di tempo con una spesa contenuta, un bel pomeriggio sarei sceso al solito baretto, nelle tasche due misere monete e nel volto l’espressione beffarda di chi non se ne andrà prima dell’ora di cena, per scoprire che avevano cambiato gioco. Tutto da rifare. Ma anche questo faceva parte della sfida. E avreste dovuto vedermi quando alla fine della partita ero chiamato a firmare l’high score, scegliendo impettito con estrema attenzione le tre lettere che avrebbero composto la mia sigla, scolpita nei pixel a imperitura memoria, o più probabilmente fino a quando il gestore del bar avrebbe spento il cabinato. Tuttavia, a parte il rapporto spesa/tempo, non c’era una grande differenza tra bravi giocatori e brocchi: si aveva a che fare con qualche astronave più aggressiva, qualche nemico più veloce, ma niente di eclatante.

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